TERRITORIO - il network sulla gestione del territorio
Esproprionline.it - L'espropriazione per pubblica utilità.
URBIM - edilizia e urbanistica
Piano Casa - Notizie nazionali e regionali sul piano casa
Scia - segnalazione certificata di inizio attività
Estimo : Valutazione e stime per lo sviluppo del territorio
CatastOnline - Aggiornamento e informazione tecnica in materia di catasto
 
direttore scientifico: dott. Gabriele Lami ANNO V - ISSN 2037-6545
 
  Print Page
Federalismo Demaniale
 



























Strade


STRADE
(www.patrimoniopubblico.it - 25 ottobre 2011)


a cura dell'avv. Marco Antoniol e della redazione di www.patrimoniopubblico.it (la rivista del demanio e del patrimonio)



1. La proprietà delle strade | 2. Strade e responsabilità civile: l'art. 2051 c.c. | 3. Dall'art. 2051 all'art. 2043 c.c. | 4. Il codice della strada ed il relativo regolamento di attuazione | 5. Definizione delle strade e loro classificazione nel codice della strada | 6. La classificazione delle strade nel regolamento di esecuzione | 7. Altre definizioni nel codice della strada e nel relativo regolamento di esecuzione | 8. La pubblicità sulle strade | 9. Altre disposizioni del codice della strada | 10. Le competizioni sportive sulle strade | 11. Il trasporto eccezionale sulle strade | 12. La costruzione e la gestione delle strade | 14. Estratti di giurisprudenza sulle strade



1. La proprietà delle strade nel codice civile e nella legge sui lavori pubblici



Dispone il capoverso dell'art. 822 c.c. che le strade fanno parte del demanio pubblico, se appartengono allo Stato. In tal caso, ai sensi dell'art. 1 del d.lgs. 17 aprile 1948, n. 547, le strade sono gestite dall'Azienda nazionale autonoma delle strade statali (A.N.A.S.): si veda, per uno specifico approfondimento, P. Loro, «Perequazione delle rendite fondiarie: se strade e ferrovie partecipassero agli indici di edificabilità», in patrimoniopubblico.it - la rivista del demanio e del patrimonio.

L'art. 824 precisa poi che le strade sono soggette al regime del demanio pubblico anche se appartengono agli altri enti territoriali.

La disciplina è integrata dall'All. F della Legge 20 marzo 1865, detto «Legge sui lavori pubblici», il quale dispone, al primo comma dell'art. 22, che «Il suolo delle strade nazionali è proprietà dello Stato; quello delle strade provinciali appartiene alle province, ed è proprietà dei comuni il suolo delle strade comunali».

Ai sensi del secondo comma del medesimo art. 22, peraltro,«sono considerati come parte di queste strade per gli effetti amministrativi contemplati nella presente legge i fossi laterali che servono unicamente o principalmente agli scoli delle strade, le controbanchine, le scarpe in rialzo e le opere d'arte d'ogni genere stabilite lungo le strade medesime, non che le aiuole per deposito di materiali, le case di ricovero e quelle per abitazioni di cantonieri»

Non meno rilevante è il terzo comma, ai sensi del quale «nell'interno delle città e villaggi fanno parte delle strade comunali le piazze, gli spazi ed i vicoli ad esse adiacenti ed aperti sul suolo pubblico, restando però ferme le consuetudini, le convenzioni esistenti ed i diritti acquisiti». Per un'applicazione specifica del «principio di demanialità» riferito ai beni di quest'ultimo tipo si veda M. Antoniol: «Proprietà e possesso delle adiacenze stradali», in www.patrimoniopubblico.it.

Ai sensi dell'ultimo comma del ricordato art. 22, infine, «i tronchi delle strade nazionali e provinciali compresi nell'abitato di una città o villaggio fanno parte delle strade comunali, salvo il concorso dello Stato o della provincia nelle spese di mantenimento o di miglioramento come all'art. 41 e seguenti».



2. Strade e responsabilità civile: l'art. 2051 c.c.



La suddetta disciplina ha effetti dirompenti se si pensa che le strade sono finalizzate ad una delle più pericolose attività lecite previste nel nostro ordinamento.

Ed invero, dalla natura demaniale del bene è facile passare a sostenere che sull'ente grava uno specifico dovere di custodia, con la conseguenza che l'amministrazione può essere convenuta, ai sensi dell'art. 2051, per rispondere dei danni cagionati dalle strade e può sottrarsi alla responsabilità solo provando il caso fortuito.



3. Dall'art. 2051 all'art. 2043 c.c.



La giurisprudenza più recente si è occupata di ricavare allora uno spazio applicativo della normale regola risarcitoria di cui all'art. 2043.

In particolare, si afferma oggi con insistenza che la presunzione di responsabilità per danni da cosa in custodia, di cui all'art. 2051, non si applica agli enti pubblici per danni subiti dagli utenti di beni demaniali ogni qual volta sulla strada, per le sue caratteristiche, non risulti possibile esercitare la custodia, intesa quale potere di fatto sulla stessa.



4. Il codice della strada ed il relativo regolamento di attuazione



Buona parte della disciplina delle strade è oggi contenuta nel D.Lgs. 30-4-1992 n. 285, recante il «Nuovo codice della strada», disponibile nell'area normativa della citata rivista del demanio e del patrimonio.

Al codice della strada deve poi essere affiancato il D.P.R. 16-12-1992 n. 495, che detta il relativo regolamento di esecuzione e di attuazione ed è parimenti disponibile nella sezione di patrimoniopubblico.it dedicata alla legislazione di settore.



5. Definizione delle strade e loro classificazione nel codice della strada



Tra le norme più importanti del codice della strada, viene anzitutto in rilievo l'art. 2, recante «Definizione e classificazione delle strade», che così dispone:

«1. Ai fini dell'applicazione delle norme del presente codice si definisce «strada» l'area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali.
2. Le strade sono classificate, riguardo alle loro caratteristiche costruttive, tecniche e funzionali, nei seguenti tipi:
A - Autostrade;
B - Strade extraurbane principali;
C - Strade extraurbane secondarie;
D - Strade urbane di scorrimento;
E - Strade urbane di quartiere;
F - Strade locali;
F-bis. Itinerari ciclopedonali .
3. Le strade di cui al comma 2 devono avere le seguenti caratteristiche minime:
A - Autostrada: strada extraurbana o urbana a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico invalicabile, ciascuna con almeno due corsie di marcia, eventuale banchina pavimentata a sinistra e corsia di emergenza o banchina pavimentata a destra, priva di intersezioni a raso e di accessi privati, dotata di recinzione e di sistemi di assistenza all'utente lungo l'intero tracciato, riservata alla circolazione di talune categorie di veicoli a motore e contraddistinta da appositi segnali di inizio e fine. Deve essere attrezzata con apposite aree di servizio ed aree di parcheggio, entrambe con accessi dotati di corsie di decelerazione e di accelerazione.
B - Strada extraurbana principale: strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico invalicabile, ciascuna con almeno due corsie di marcia e banchina pavimentata a destra, priva di intersezioni a raso, con accessi alle proprietà laterali coordinati, contraddistinta dagli appositi segnali di inizio e fine, riservata alla circolazione di talune categorie di veicoli a motore; per eventuali altre categorie di utenti devono essere previsti opportuni spazi. Deve essere attrezzata con apposite aree di servizio, che comprendano spazi per la sosta, con accessi dotati di corsie di decelerazione e di accelerazione.
C - Strada extraurbana secondaria: strada ad unica carreggiata con almeno una corsia per senso di marcia e banchine.
D - Strada urbana di scorrimento: strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico, ciascuna con almeno due corsie di marcia, ed una eventuale corsia riservata ai mezzi pubblici, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate; per la sosta sono previste apposite aree o fasce laterali esterne alla carreggiata, entrambe con immissioni ed uscite concentrate.
E - Strada urbana di quartiere: strada ad unica carreggiata con almeno due corsie, banchine pavimentate e marciapiedi; per la sosta sono previste aree attrezzate con apposita corsia di manovra, esterna alla carreggiata.
F - Strada locale: strada urbana od extraurbana opportunamente sistemata ai fini di cui al comma 1 non facente parte degli altri tipi di strade.
F-bis. Itinerario ciclopedonale: strada locale, urbana, extraurbana o vicinale, destinata prevalentemente alla percorrenza pedonale e ciclabile e caratterizzata da una sicurezza intrinseca a tutela dell'utenza debole della strada .
4. È denominata «strada di servizio» la strada affiancata ad una strada principale (autostrada, strada extraurbana principale, strada urbana di scorrimento) avente la funzione di consentire la sosta ed il raggruppamento degli accessi dalle proprietà laterali alla strada principale e viceversa, nonché il movimento e le manovre dei veicoli non ammessi sulla strada principale stessa.
5. Per le esigenze di carattere amministrativo e con riferimento all'uso e alle tipologie dei collegamenti svolti, le strade, come classificate ai sensi del comma 2, si distinguono in strade «statali», «regionali», «provinciali», «comunali», secondo le indicazioni che seguono. Enti proprietari delle dette strade sono rispettivamente lo Stato, la regione, la provincia, il comune. Per le strade destinate esclusivamente al traffico militare e denominate «strade militari», ente proprietario è considerato il comando della regione militare territoriale.
6. Le strade extraurbane di cui al comma 2, lettere B, C ed F si distinguono in:
A - Statali, quando: a) costituiscono le grandi direttrici del traffico nazionale; b) congiungono la rete viabile principale dello Stato con quelle degli Stati limitrofi; c) congiungono tra loro i capoluoghi di regione ovvero i capoluoghi di provincia situati in regioni diverse, ovvero costituiscono diretti ed importanti collegamenti tra strade statali; d) allacciano alla rete delle strade statali i porti marittimi, gli aeroporti, i centri di particolare importanza industriale, turistica e climatica; e) servono traffici interregionali o presentano particolare interesse per l'economia di vaste zone del territorio nazionale.
B - Regionali, quando allacciano i capoluoghi di provincia della stessa regione tra loro o con il capoluogo di regione ovvero allacciano i capoluoghi di provincia o i comuni con la rete statale se ciò sia particolarmente rilevante per ragioni di carattere industriale, commerciale, agricolo, turistico e climatico.
C - Provinciali, quando allacciano al capoluogo di provincia capoluoghi dei singoli comuni della rispettiva provincia o più capoluoghi di comuni tra loro ovvero quando allacciano alla rete statale o regionale i capoluoghi di comune, se ciò sia particolarmente rilevante per ragioni di carattere industriale, commerciale, agricolo, turistico e climatico.
D - Comunali, quando congiungono il capoluogo del comune con le sue frazioni o le frazioni fra loro, ovvero congiungono il capoluogo con la stazione ferroviaria, tranviaria o automobilistica, con un aeroporto o porto marittimo, lacuale o fluviale, con interporti o nodi di scambio intermodale o con le località che sono sede di essenziali servizi interessanti la collettività comunale. Ai fini del presente codice, le strade «vicinali» sono assimilate alle strade comunali.
7. Le strade urbane di cui al comma 2, lettere D, E e F, sono sempre comunali quando siano situate nell'interno dei centri abitati, eccettuati i tratti interni di strade statali, regionali o provinciali che attraversano centri abitati con popolazione non superiore a diecimila abitanti.
8. Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti , nel termine indicato dall'art. 13, comma 5, procede alla classificazione delle strade statali ai sensi del comma 5, seguendo i criteri di cui ai commi 5, 6 e 7, sentiti il Consiglio superiore delle infrastrutture e dei trasporti, il consiglio di amministrazione dell'Azienda nazionale autonoma per le strade statali, le regioni interessate, nei casi e con le modalità indicate dal regolamento. Le regioni, nel termine e con gli stessi criteri indicati, procedono, sentiti gli enti locali, alle classificazioni delle rimanenti strade ai sensi del comma 5. Le strade così classificate sono iscritte nell'archivio nazionale delle strade previsto dall'art. 226.
9. Quando le strade non corrispondono più all'uso e alle tipologie di collegamento previste sono declassificate dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti  e dalle regioni, secondo le rispettive competenze, acquisiti i pareri indicati nel comma 8. I casi e la procedura per tale declassificazione sono indicati dal regolamento.
10. Le disposizioni di cui alla presente disciplina non modificano gli effetti del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 10 agosto 1988, n. 377, emanato in attuazione della legge 8 luglio 1986, n. 349, in ordine all'individuazione delle opere sottoposte alla procedura di valutazione d'impatto ambientale».



6. La classificazione delle strade nel regolamento di esecuzione



La ricordata norma del codice della strada dev'essere integrata con l'art. 2 del «Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada», che detta la «classificazione delle strade» e così dispone:
« 1. Il decreto del Ministro dei lavori pubblici, di cui , per la classificazione amministrativa delle strade statali esistenti alla data del 1° gennaio 1993, è predisposto dall'Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale, sulla base degli elenchi previsti dalla legge 21 aprile 1962, n. 181 , modificati ed aggiornati secondo i criteri di cui . Le strade statali, costruite successivamente all'entrata in vigore del codice, sono classificate con decreto del Ministro dei lavori pubblici Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale, secondo i medesimi criteri .
2. Per la classificazione amministrativa delle strade statali esistenti, l'Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale, riceve dall'Azienda Nazionale Autonoma delle Strade (A.N.A.S.) i dati necessari, predispone l'elenco aggiornato delle strade statali esistenti alla data del 1° gennaio 1993 e trasmette lo stesso agli enti tenuti al parere, ai sensi , entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore del codice. Gli enti suddetti trasmettono il loro parere all'Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale nei sei mesi successivi. Il decreto di cui al comma 1, è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e le strade dallo stesso individuate sono inserite nell'archivio nazionale delle strade di cui all'articolo 226 del codice. Le strade già comprese negli elenchi previsti dalla legge 21 aprile 1962, n. 181, e non ricomprese nel decreto di classificazione amministrativa delle strade statali, sono classificate tra le strade non statali .
3. Per le strade statali di nuova costruzione viene rispettata la procedura indicata dal comma 2; i termini previsti, ridotti rispettivamente ad un mese ed a due mesi, decorrono dalla trasmissione della documentazione da parte dell'A.N.A.S. all'Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale. Tale trasmissione è effettuata entro un mese dalla definizione del collaudo della strada. Prima che siano completate le procedure di classificazione, l'A.N.A.S. può prendere in carico la strada, sempreché sia intervenuta la definizione del collaudo, previa classificazione amministrativa provvisoria effettuata dal Ministero dei lavori pubblici - Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale, secondo i criteri di cui .
4. Per le strade non statali, i decreti di classificazione amministrativa relativi a strade esistenti e di nuova costruzione di interesse regionale ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616 , articolo 87 e dell'articolo 2, comma 5, del codice, sono emanati dagli organi regionali competenti. Il Presidente della Regione procede alla trasmissione del decreto di classificazione entro un mese dalla pubblicazione nel Bollettino regionale al Ministero dei lavori pubblici - Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale, che provvede all'aggiornamento dell'archivio nazionale di cui . L'Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale può formulare osservazioni, previo parere del Consiglio Superiore dei lavori pubblici .
5. La classificazione amministrativa delle strade provinciali, esistenti e di nuova costruzione, è effettuata dagli organi regionali competenti. Viene rispettata la ulteriore procedura prevista dal comma 4 .
6. La classificazione amministrativa delle strade comunali, esistenti e di nuova costruzione, è effettuata dagli organi regionali competenti. Viene rispettata la ulteriore procedura prevista dal comma 4 .
7. I provvedimenti di classificazione hanno effetto dall'inizio del secondo mese successivo a quello nel quale essi sono pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e, negli altri casi, nel Bollettino regionale.
8. Nelle more degli adempimenti di cui , le disposizioni relative alla sicurezza della circolazione connesse alla classificazione tecnico-funzionale delle strade di cui , si applicano alle strade esistenti che hanno caratteristiche corrispondenti a quelle individuate per ciascuna classe di strada .
9. Nella attuazione si applica, per quanto compatibile, la legge 29 novembre 1980, n. 922 ed i relativi decreti di attuazione. La classificazione prevista dalla legge sopracitata individua gli itinerari internazionali ed è aggiuntiva rispetto a quella di cui .
10. I divieti e le prescrizioni, previste dal codice e dal presente regolamento per le strade inserite negli itinerari internazionali, si applicano unicamente a quelle già in possesso delle caratteristiche richieste dagli accordi internazionali per tale classificazione».



7. Altre definizioni nel codice della strada e nel relativo regolamento di esecuzione



Non meno importante delle disposizioni poc'anzi ricordate è l'art. 3 del codice della strada, che detta le seguenti «definizioni stradali e di traffico»:
« 1) Area di intersezione: parte della intersezione a raso, nella quale si intersecano due o più correnti di traffico.
2) Area pedonale: zona interdetta alla circolazione dei veicoli, salvo quelli in servizio di emergenza, i velocipedi e i veicoli al servizio di persone con limitate o impedite capacità motorie, nonché eventuali deroghe per i veicoli ad emissioni zero aventi ingombro e velocità tali da poter essere assimilati ai velocipedi. In particolari situazioni i comuni possono introdurre, attraverso apposita segnalazione, ulteriori restrizioni alla circolazione su aree pedonali .
3) Attraversamento pedonale: parte della carreggiata, opportunamente segnalata ed organizzata, sulla quale i pedoni in transito dall'uno all'altro lato della strada godono della precedenza rispetto ai veicoli.
4) Banchina: parte della strada compresa tra il margine della carreggiata ed il più vicino tra i seguenti elementi longitudinali: marciapiede, spartitraffico, arginello, ciglio interno della cunetta, ciglio superiore della scarpata nei rilevati.
5) Braccio di intersezione: cfr. Ramo di intersezione.
6) Canalizzazione: insieme di apprestamenti destinato a selezionare le correnti di traffico per guidarle in determinate direzioni.
7) Carreggiata: parte della strada destinata allo scorrimento dei veicoli; essa è composta da una o più corsie di marcia ed, in genere, è pavimentata e delimitata da strisce di margine.
8) Centro abitato: insieme di edifici, delimitato lungo le vie di accesso dagli appositi segnali di inizio e fine. Per insieme di edifici si intende un raggruppamento continuo, ancorché intervallato da strade, piazze, giardini o simili, costituito da non meno di venticinque fabbricati e da aree di uso pubblico con accessi veicolari o pedonali sulla strada.
9) Circolazione: è il movimento, la fermata e la sosta dei pedoni, dei veicoli e degli animali sulla strada.
10) Confine stradale: limite della proprietà stradale quale risulta dagli atti di acquisizione o dalle fasce di esproprio del progetto approvato; in mancanza, il confine è costituito dal ciglio esterno del fosso di guardia o della cunetta, ove esistenti, o dal piede della scarpata se la strada è in rilevato o dal ciglio superiore della scarpata se la strada è in trincea.
11) Corrente di traffico: insieme di veicoli (corrente veicolare), o pedoni (corrente pedonale), che si muovono su una strada nello stesso senso di marcia su una o più file parallele, seguendo una determinata traiettoria.
12) Corsia: parte longitudinale della strada di larghezza idonea a permettere il transito di una sola fila di veicoli.
13) Corsia di accelerazione: corsia specializzata per consentire ed agevolare l'ingresso ai veicoli sulla carreggiata.
14) Corsia di decelerazione: corsia specializzata per consentire l'uscita dei veicoli da una carreggiata in modo da non provocare rallentamenti ai veicoli non interessati a tale manovra.
15) Corsia di emergenza: corsia, adiacente alla carreggiata, destinata alle soste di emergenza, al transito dei veicoli di soccorso ed, eccezionalmente, al movimento dei pedoni, nei casi in cui sia ammessa la circolazione degli stessi.
16) Corsia di marcia: corsia facente parte della carreggiata, normalmente delimitata da segnaletica orizzontale.
17) Corsia riservata: corsia di marcia destinata alla circolazione esclusiva di una o solo di alcune categorie di veicoli.
18) Corsia specializzata: corsia destinata ai veicoli che si accingono ad effettuare determinate manovre, quali svolta, attraversamento, sorpasso, decelerazione, accelerazione, manovra per la sosta o che presentano basse velocità o altro.
19) Cunetta: manufatto destinato allo smaltimento delle acque meteoriche o di drenaggio, realizzato longitudinalmente od anche trasversalmente all'andamento della strada.
20) Curva: raccordo longitudinale fra due tratti di strada rettilinei, aventi assi intersecantisi, tali da determinare condizioni di limitata visibilità.
21) Fascia di pertinenza: striscia di terreno compresa tra la carreggiata ed il confine stradale. È parte della proprietà stradale e può essere utilizzata solo per la realizzazione di altre parti della strada.
22) Fascia di rispetto: striscia di terreno, esterna al confine stradale, sulla quale esistono vincoli alla realizzazione, da parte dei proprietari del terreno, di costruzioni, recinzioni, piantagioni, depositi e simili.
23) Fascia di sosta laterale: parte della strada adiacente alla carreggiata, separata da questa mediante striscia di margine discontinua e comprendente la fila degli stalli di sosta e la relativa corsia di manovra.
24) Golfo di fermata: parte della strada, esterna alla carreggiata, destinata alle fermate dei mezzi collettivi di linea ed adiacente al marciapiede o ad altro spazio di attesa per i pedoni.
25) Intersezione a livelli sfalsati: insieme di infrastrutture (sovrappassi; sottopassi e rampe) che consente lo smistamento delle correnti veicolari fra rami di strade poste a diversi livelli.
26) Intersezione a raso (o a livello): area comune a più strade, organizzata in modo da consentire lo smistamento delle correnti di traffico dall'una all'altra di esse.
27) Isola di canalizzazione: parte della strada, opportunamente delimitata e non transitabile, destinata a incanalare le correnti di traffico.
28) Isola di traffico: cfr. Isola di canalizzazione.
29) Isola salvagente: cfr. Salvagente.
30) Isola spartitraffico: cfr. Spartitraffico.
31) Itinerario internazionale: strade o tratti di strade facenti parte degli itinerari così definiti dagli accordi internazionali.
32) Livelletta: tratto di strada a pendenza longitudinale costante.
33) Marciapiede: parte della strada, esterna alla carreggiata, rialzata o altrimenti delimitata e protetta, destinata ai pedoni.
34) Parcheggio: area o infrastruttura posta fuori della carreggiata, destinata alla sosta regolamentata o non dei veicoli.
34-bis) Parcheggio scambiatore: parcheggio situato in prossimità di stazioni o fermate del trasporto pubblico locale o del trasporto ferroviario, per agevolare l'intermodalità .
35) Passaggio a livello: intersezione a raso, opportunamente attrezzata e segnalata ai fini della sicurezza, tra una o più strade ed una linea ferroviaria o tranviaria in sede propria.
36) Passaggio pedonale (cfr. anche Marciapiede): parte della strada separata dalla carreggiata, mediante una striscia bianca continua o una apposita protezione parallela ad essa e destinata al transito dei pedoni. Esso espleta la funzione di un marciapiede stradale, in mancanza di esso.
37) Passo carrabile: accesso ad un'area laterale idonea allo stazionamento di uno o più veicoli.
38) Piazzola di sosta: parte della strada, di lunghezza limitata, adiacente esternamente alla banchina, destinata alla sosta dei veicoli.
39) Pista ciclabile: parte longitudinale della strada, opportunamente delimitata, riservata alla circolazione dei velocipedi.
40) Raccordo concavo (cunetta): raccordo tra due livellette contigue di diversa pendenza che si intersecano al di sotto della superficie stradale. Tratto di strada con andamento longitudinale concavo.
41) Raccordo convesso (dosso): raccordo tra due livellette contigue di diversa pendenza che si intersecano al di sopra della superficie stradale. Tratto di strada con andamento longitudinale convesso.
42) Ramo di intersezione: tratto di strada afferente una intersezione.
43) Rampa (di intersezione): strada destinata a collegare due rami di un'intersezione.
44) Ripa: zona di terreno immediatamente sovrastante o sottostante le scarpate del corpo stradale rispettivamente in taglio o in riporto sul terreno preesistente alla strada.
45) Salvagente: parte della strada, rialzata o opportunamente delimitata e protetta, destinata al riparo ed alla sosta dei pedoni, in corrispondenza di attraversamenti pedonali o di fermate dei trasporti collettivi.
46) Sede stradale: superficie compresa entro i confini stradali. Comprende la carreggiata e le fasce di pertinenza.
47) Sede tranviaria: parte longitudinale della strada, opportunamente delimitata, riservata alla circolazione dei tram e dei veicoli assimilabili.
48) Sentiero (o Mulattiera o Tratturo): strada a fondo naturale formatasi per effetto del passaggio di pedoni o di animali.
49) Spartitraffico: parte longitudinale non carrabile della strada destinata alla separazione di correnti veicolari.
50) Strada extraurbana: strada esterna ai centri abitati.
51) Strada urbana: strada interna ad un centro abitato.
52) Strada vicinale (o Poderale o di Bonifica): strada privata fuori dai centri abitati ad uso pubblico.
53) Svincolo: intersezione a livelli sfalsati in cui le correnti veicolari non si intersecano tra loro.
53-bis) Utente debole della strada: pedoni, disabili in carrozzella, ciclisti e tutti coloro i quali meritino una tutela particolare dai pericoli derivanti dalla circolazione sulle strade .
54) Zona a traffico limitato: area in cui l'accesso e la circolazione veicolare sono limitati ad ore prestabilite o a particolari categorie di utenti e di veicoli.
55) Zona di attestamento: tratto di carreggiata, immediatamente a monte della linea di arresto, destinato all'accumulo dei veicoli in attesa di via libera e, generalmente, suddiviso in corsie specializzate separate da strisce longitudinali continue.
56) Zona di preselezione: tratto di carreggiata, opportunamente segnalato, ove è consentito il cambio di corsia affinché i veicoli possano incanalarsi nelle corsie specializzate.
57) Zona di scambio: tratto di carreggiata a senso unico, di idonea lunghezza, lungo il quale correnti di traffico parallele, in movimento nello stesso verso, possono cambiare la reciproca posizione senza doversi arrestare.
58) Zona residenziale: zona urbana in cui vigono particolari regole di circolazione a protezione dei pedoni e dell'ambiente, delimitata lungo le vie di accesso dagli appositi segnali di inizio e di fine».

La disciplina è completata dal regolamento di esecuzione del codice della strada, che all'art. 5 così dispone: « 1. Le altre definizioni stradali e di traffico di specifico rilievo tecnico di cui all'articolo 3, comma 2, del codice sono contenute nelle singole disposizioni del presente regolamento riguardanti le varie materie.
2. Le definizioni di barriere architettoniche e di accessibilità anche per persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale sono quelle contenute nel decreto del Ministro dei lavori pubblici 14 giugno 1989, n. 236.
3. La delimitazione del centro abitato, come definito all'articolo 3, comma 1, punto 8, del codice, è finalizzata ad individuare l'ambito territoriale in cui, per le interrelazioni esistenti tra le strade e l'ambiente circostante, è necessaria da parte dell'utente della strada, una particolare cautela nella guida, e sono imposte particolari norme di comportamento. La delimitazione del centro abitato individua pertanto i limiti territoriali di applicazione delle diverse discipline previste dal codice e dal presente regolamento all'interno ed all'esterno del centro abitato. La delimitazione del centro abitato individua altresì, lungo le strade statali, regionali e provinciali, che attraversano i centri medesimi, i tratti di strada che:
a) per i centri con popolazione non superiore a diecimila abitanti costituiscono «i tratti interni»;
b) per i centri con popolazione superiore a diecimila abitanti costituiscono «strade comunali», ed individua, pertanto, i limiti territoriali di competenza e di responsabilità tra il comune e gli altri enti proprietari di strade.
4. Nel caso in cui l'intervallo tra due contigui insediamenti abitativi, aventi ciascuno le caratteristiche di centro abitato, risulti, anche in relazione all'andamento planoaltimetrico della strada, insufficiente per un duplice cambiamento di comportamento da parte dell'utente della strada, si provvede alla delimitazione di un unico centro abitato, individuando ciascun insediamento abitativo con il segnale di località. Nel caso in cui i due insediamenti ricadano nell'ambito di comuni diversi si provvede a delimitazioni separate, anche se contigue, apponendo sulla stessa sezione stradale il segnale di fine del primo centro abitato e di inizio del successivo centro abitato.
5. I segnali di inizio e fine centro abitato sono collocati esattamente sul punto di delimitazione del centro abitato indicato sulla cartografia allegata alla deliberazione della giunta municipale ed individuato, in corrispondenza di ciascuna strada di accesso al centro stesso, in modo tale da permettere il rispetto degli spazi di avvistamento previsti dall'articolo 79, comma 1. I segnali di inizio e fine centro abitato, relativi allo stesso punto di delimitazione, se posizionati separatamente ai lati della carreggiata, rispettivamente nella direzione di accesso e di uscita del centro medesimo, sono, di norma, collocati sulla stessa sezione stradale. Ove si renda necessario per garantire gli spazi di avvistamento, è ammesso lo slittamento, verso l'esterno del centro abitato, del segnale di fine centro abitato, riportando tale diversa collocazione sulla cartografia. In tal caso, la diversa collocazione del segnale di fine centro abitato rispetto al punto di delimitazione dello stesso ha valenza per le norme di comportamento da parte dell'utente della strada, ma non per le competenze degli enti proprietari della strada.
6. La delimitazione del centro abitato è aggiornata periodicamente in relazione alle variazioni delle condizioni in base alle quali si è provveduto alle delimitazioni stesse. A tale aggiornamento consegue l'aggiornamento dei «tratti interni» e delle «strade comunali» di cui al comma 1.
7. Nei casi in cui la delimitazione del centro abitato interessi strade non comunali, la deliberazione della giunta municipale, prevista dall'articolo 4, comma 1, del codice, con la relativa cartografia allegata, è inviata all'ente proprietario della strada interessata, prima della pubblicazione all'albo pretorio, indicando la data di inizio di quest'ultima. Entro il termine di pubblicazione l'ente stesso può inviare al comune osservazioni o proposte in merito. Su esse si esprime definitivamente la giunta municipale con deliberazione che è pubblicata all'albo pretorio per dieci giorni consecutivi e comunicata all'ente interessato entro questo stesso termine. Contro tale provvedimento è ammesso ricorso ai sensi dell'articolo 37, comma 3, del codice».



8. La pubblicità sulle strade



Tra le disposizioni più rilevanti del codice della strada viene in rilievo l'art. 23, dedicato a «pubblicità sulle strade e sui veicoli», che è norma sulla quale si va formando un contenzioso amministrativo sempre più consistente.

Tale art. 23 così dispone:
«1. Lungo le strade o in vista di esse è vietato collocare insegne, cartelli, manifesti, impianti di pubblicità o propaganda, segni orizzontali reclamistici, sorgenti luminose, visibili dai veicoli transitanti sulle strade, che per dimensioni, forma, colori, disegno e ubicazione possono ingenerare confusione con la segnaletica stradale, ovvero possono renderne difficile la comprensione o ridurne la visibilità o l'efficacia, ovvero arrecare disturbo visivo agli utenti della strada o distrarne l'attenzione con conseguente pericolo per la sicurezza della circolazione; in ogni caso, detti impianti non devono costituire ostacolo o, comunque, impedimento alla circolazione delle persone invalide. Sono, altresì, vietati i cartelli e gli altri mezzi pubblicitari rifrangenti, nonché le sorgenti e le pubblicità luminose che possono produrre abbagliamento. Sulle isole di traffico delle intersezioni canalizzate è vietata la posa di qualunque installazione diversa dalla prescritta segnaletica.
2. È vietata l'apposizione di scritte o insegne pubblicitarie luminose sui veicoli. È consentita quella di scritte o insegne pubblicitarie rifrangenti nei limiti e alle condizioni stabiliti dal regolamento, purché sia escluso ogni rischio di abbagliamento o di distrazione dell'attenzione nella guida per i conducenti degli altri veicoli.
4. La collocazione di cartelli e di altri mezzi pubblicitari lungo le strade o in vista di esse è soggetta in ogni caso ad autorizzazione da parte dell'ente proprietario della strada nel rispetto delle presenti norme. Nell'interno dei centri abitati la competenza è dei comuni, salvo il preventivo nulla osta tecnico dell'ente proprietario se la strada è statale, regionale o provinciale.
5. Quando i cartelli e gli altri mezzi pubblicitari collocati su una strada sono visibili da un'altra strada appartenente ad ente diverso, l'autorizzazione è subordinata al preventivo nulla osta di quest'ultimo. I cartelli e gli altri mezzi pubblicitari posti lungo le sedi ferroviarie, quando siano visibili dalla strada, sono soggetti alle disposizioni del presente articolo e la loro collocazione viene autorizzata dalle Ferrovie dello Stato, previo nulla osta dell'ente proprietario della strada.
6. Il regolamento stabilisce le norme per le dimensioni, le caratteristiche, l'ubicazione dei mezzi pubblicitari lungo le strade, le fasce di pertinenza e nelle stazioni di servizio e di rifornimento di carburante. Nell'interno dei centri abitati, limitatamente alle strade di tipo E) ed F), per ragioni di interesse generale o di ordine tecnico, i comuni hanno la facoltà di concedere deroghe alle norme relative alle distanze minime per il posizionamento dei cartelli e degli altri mezzi pubblicitari, nel rispetto delle esigenze di sicurezza della circolazione stradale.
7. È vietata qualsiasi forma di pubblicità lungo e in vista degli itinerari internazionali, delle autostrade e delle strade extraurbane principali e relativi accessi. Su dette strade è consentita la pubblicità nelle aree di servizio o di parcheggio solo se autorizzata dall'ente proprietario e sempre che non sia visibile dalle stesse. Sono consentiti i cartelli indicanti servizi o indicazioni agli utenti purché autorizzati dall'ente proprietario delle strade. Sono altresì consentite le insegne di esercizio, con esclusione dei cartelli e delle insegne pubblicitarie e altri mezzi pubblicitari, purché autorizzate dall'ente proprietario della strada ed entro i limiti e alle condizioni stabilite con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti.
8. È parimenti vietata la pubblicità, relativa ai veicoli sotto qualsiasi forma, che abbia un contenuto, significato o fine in contrasto con le norme di comportamento previste dal presente codice. La pubblicità fonica sulle strade è consentita agli utenti autorizzati e nelle forme stabilite dal regolamento. Nei centri abitati, per ragioni di pubblico interesse, i comuni possono limitarla a determinate ore od a particolari periodi dell'anno.
9. Per l'adattamento alle presenti norme delle forme di pubblicità attuate all'atto dell'entrata in vigore del presente codice, provvede il regolamento di esecuzione.
10. Il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti  può impartire agli enti proprietari delle strade direttive per l'applicazione delle disposizioni del presente articolo e di quelle attuative del regolamento, nonché disporre, a mezzo di propri organi, il controllo dell'osservanza delle disposizioni stesse.
11. Chiunque viola le disposizioni del presente articolo e quelle del regolamento è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 389 a euro 1.559.
12. Chiunque non osserva le prescrizioni indicate nelle autorizzazioni previste dal presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 155 a euro 624.
13. Gli enti proprietari, per le strade di rispettiva competenza, assicurano il rispetto delle disposizioni del presente articolo. Per il raggiungimento di tale fine l'ufficio o comando da cui dipende l'agente accertatore, che ha redatto il verbale di contestazione delle violazioni di cui ai commi 11 e 12, trasmette copia dello stesso al competente ente proprietario della strada .
13-bis. In caso di collocazione di cartelli, insegne di esercizio o altri mezzi pubblicitari privi di autorizzazione o comunque in contrasto con quanto disposto dal comma 1, l'ente proprietario della strada diffida l'autore della violazione e il proprietario o il possessore del suolo privato, nei modi di legge, a rimuovere il mezzo pubblicitario a loro spese entro e non oltre dieci giorni dalla data di comunicazione dell'atto. Decorso il suddetto termine, l'ente proprietario provvede ad effettuare la rimozione del mezzo pubblicitario e alla sua custodia ponendo i relativi oneri a carico dell'autore della violazione e, in via tra loro solidale, del proprietario o possessore del suolo. Chiunque viola le prescrizioni indicate al presente comma e al comma 7 è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 4.351 a euro 17.405; nel caso in cui non sia possibile individuare l'autore della violazione, alla stessa sanzione amministrativa è soggetto chi utilizza gli spazi pubblicitari privi di autorizzazione .
13-ter. In caso di inottemperanza al divieto, i cartelli, le insegne di esercizio e gli altri mezzi pubblicitari sono rimossi ai sensi del comma 13-bis. Le regioni possono individuare entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione le strade di interesse panoramico ed ambientale nelle quali i cartelli, le insegne di esercizio ed altri mezzi pubblicitari provocano deturpamento del paesaggio. Entro sei mesi dal provvedimento di individuazione delle strade di interesse panoramico ed ambientale i comuni provvedono alle rimozioni ai sensi del comma 13-bis .
13-quater. Nel caso in cui l'installazione dei cartelli, delle insegne di esercizio o di altri mezzi pubblicitari sia realizzata su suolo demaniale ovvero rientrante nel patrimonio degli enti proprietari delle strade, o nel caso in cui la loro ubicazione lungo le strade e le fasce di pertinenza costituisca pericolo per la circolazione, in quanto in contrasto con le disposizioni contenute nel regolamento, l'ente proprietario esegue senza indugio la rimozione del mezzo pubblicitario. Successivamente alla stessa, l'ente proprietario trasmette la nota delle spese sostenute al prefetto, che emette ordinanza - ingiunzione di pagamento. Tale ordinanza costituisce titolo esecutivo ai sensi di legge ».

Sul tema della pubblicità sulle strade si rinvia a A. Marconi, Pubblicità su suolo pubblico. Strade, restauri e propaganda elettorale. Padova. 2011.



9. Altre disposizioni del codice della strada



Dopo aver rinviato agli enti locali per la delimitazione del centro abitato (art.4) e regolamentato la circolazione in generale (art. 5), l'art. 6 passa a regolamentare la circolazione sulle strade fuori dei centri abitati:
« 1. Il prefetto, per motivi di sicurezza pubblica o inerenti alla sicurezza della circolazione, di tutela della salute, nonché per esigenze di carattere militare può, conformemente alle direttive del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sospendere temporaneamente la circolazione di tutte o di alcune categorie di utenti sulle strade o su tratti di esse. Il prefetto, inoltre, nei giorni festivi o in particolari altri giorni fissati con apposito calendario, da emanarsi con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, può vietare la circolazione di veicoli adibiti al trasporto di cose. Nel regolamento sono stabilite le condizioni ed eventuali deroghe.
2. Il prefetto stabilisce, anno per anno, le opportune prescrizioni per il transito periodico di armenti e di greggi determinando, quando occorra, gli itinerari e gli intervalli di tempo e di spazio.
3. Per le strade militari i poteri di cui ai commi 1 e 2 sono esercitati dal comandante della regione militare territoriale.
4. L'ente proprietario della strada può, con l'ordinanza di cui all'art. 5, comma 3:
a) disporre, per il tempo strettamente necessario, la sospensione della circolazione di tutte o di alcune categorie di utenti per motivi di incolumità pubblica ovvero per urgenti e improrogabili motivi attinenti alla tutela del patrimonio stradale o ad esigenze di carattere tecnico;
b) stabilire obblighi, divieti e limitazioni di carattere temporaneo o permanente per ciascuna strada o tratto di essa, o per determinate categorie di utenti, in relazione alle esigenze della circolazione o alle caratteristiche strutturali delle strade;
c) riservare corsie, anche protette, a determinate categorie di veicoli, anche con guida di rotaie, o a veicoli destinati a determinati usi;
d) vietare o limitare o subordinare al pagamento di una somma il parcheggio o la sosta dei veicoli;
e) prescrivere che i veicoli siano muniti di mezzi antisdrucciolevoli o degli speciali pneumatici per la marcia su neve o ghiaccio;
f) vietare temporaneamente la sosta su strade o tratti di strade per esigenze di carattere tecnico o di pulizia, rendendo noto tale divieto con i prescritti segnali non meno di quarantotto ore prima ed eventualmente con altri mezzi appropriati.
5. Le ordinanze di cui al comma 4 sono emanate:
a) per le strade e le autostrade statali, dal capo dell'ufficio periferico dell'A.N.A.S. competente per territorio;
b) per le strade regionali, dal presidente della giunta;
c) per le strade provinciali, dal presidente della provincia;
d) per le strade comunali e le strade vicinali, dal sindaco;
e) per le strade militari, dal comandante della regione militare territoriale.
6. Per le strade e le autostrade in concessione, i poteri dell'ente proprietario della strada sono esercitati dal concessionario, previa comunicazione all'ente concedente. In caso di urgenza, i relativi provvedimenti possono essere adottati anche senza la preventiva comunicazione al concedente, che può revocare gli stessi.
7. Nell'àmbito degli aeroporti aperti al traffico aereo civile e nelle aree portuali, la competenza a disciplinare la circolazione delle strade interne aperte all'uso pubblico è riservata rispettivamente al direttore della circoscrizione aeroportuale competente per territorio e al comandante di porto capo di circondario, i quali vi provvedono a mezzo di ordinanze, in conformità alle norme del presente codice. Nell'àmbito degli aeroporti ove le aerostazioni siano affidate in gestione a enti o società, il potere di ordinanza viene esercitato dal direttore della circoscrizione aeroportuale competente per territorio, sentiti gli enti e le società interessati.
8. Le autorità che hanno disposto la sospensione della circolazione di cui ai commi 1 e 4, lettere a) e b), possono accordare, per esigenze gravi e indifferibili o per accertate necessità, deroghe o permessi, subordinati a speciali condizioni e cautele.
9. Tutte le strade statali sono a precedenza, salvo che l'autorità competente disponga diversamente in particolari intersezioni in relazione alla classifica di cui all'art. 2, comma 2. Sulle altre strade o tratti di strade la precedenza è stabilita dagli enti proprietari sulla base della classificazione di cui all'articolo 2, comma 2. In caso di controversia decide, con proprio decreto, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. La precedenza deve essere resa nota con i prescritti segnali da installare a cura e spese dell'ente proprietario della strada che ha la precedenza.
10. L'ente proprietario della strada a precedenza, quando la intensità o la sicurezza del traffico lo richiedano, può, con ordinanza, prescrivere ai conducenti l'obbligo di fermarsi prima di immettersi sulla strada a precedenza.
11. Quando si tratti di due strade entrambe a precedenza, appartenenti allo stesso ente, l'ente deve stabilire l'obbligo di dare la precedenza ovvero anche l'obbligo di arrestarsi all'intersezione; quando si tratti di due strade a precedenza appartenenti a enti diversi, gli obblighi suddetti devono essere stabiliti di intesa fra gli enti stessi. Qualora l'accordo non venga raggiunto, decide con proprio decreto il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti.
12. Chiunque non ottempera ai provvedimenti di sospensione della circolazione emanati a norma dei commi 1 e 3 è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 155 a euro 624. Se la violazione è commessa dal conducente di un veicolo adibito al trasporto di cose, la sanzione amministrativa è del pagamento di una somma da euro 389 a euro 1.559. In questa ultima ipotesi dalla violazione consegue la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da uno a quattro mesi, nonché della sospensione della carta di circolazione del veicolo per lo stesso periodo ai sensi delle norme di cui al capo I, sezione II, del titolo VI.
13. Chiunque viola le prescrizioni di cui al comma 2 è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 23 a euro 92.
14. Chiunque viola gli altri obblighi, divieti e limitazioni previsti nel presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 78 a euro 311.
Nei casi di sosta vietata la sanzione amministrativa è del pagamento di una somma da euro 38 a euro 155; qualora la violazione si prolunghi oltre le ventiquattro ore, la sanzione amministrativa pecuniaria è applicata per ogni periodo di ventiquattro ore per il quale si protrae la violazione.
15. Nelle ipotesi di violazione del comma 12 l'agente accertatore intima al conducente di non proseguire il viaggio finché non spiri il termine del divieto di circolazione; egli deve, quando la sosta nel luogo in cui è stata accertata la violazione costituisce intralcio alla circolazione, provvedere a che il veicolo sia condotto in un luogo vicino in cui effettuare la sosta. Di quanto sopra è fatta menzione nel verbale di contestazione. Durante la sosta la responsabilità del veicolo e del relativo carico rimane al conducente. Se le disposizioni come sopra impartite non sono osservate, la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente è da due a sei mesi».



10. Le competizioni sportive sulle strade



Merita poi un cenno l'art. 9, dedicato alle «competizioni sportive su strada», che reca la seguente disciplina:
« 1. Sulle strade ed aree pubbliche sono vietate le competizioni sportive con veicoli o animali e quelle atletiche, salvo autorizzazione. L'autorizzazione è rilasciata dal comune in cui devono avere luogo le gare atletiche e ciclistiche e quelle con animali o con veicoli a trazione animale. Essa è rilasciata dalla regione e dalle province autonome di Trento e di Bolzano per le gare atletiche, ciclistiche e per le gare con animali o con veicoli a trazione animale che interessano più comuni. Per le gare con veicoli a motore l'autorizzazione è rilasciata, sentite le federazioni nazionali sportive competenti e dandone tempestiva informazione all'autorità di pubblica sicurezza: dalla regione e dalle province autonome di Trento e di Bolzano per le strade che costituiscono la rete di interesse nazionale; dalla regione per le strade regionali; dalle province per le strade provinciali; dai comuni per le strade comunali. Nelle autorizzazioni sono precisate le prescrizioni alle quali le gare sono subordinate.
2. Le autorizzazioni di cui al comma 1 devono essere richieste dai promotori almeno quindici giorni prima della manifestazione per quelle di competenza del sindaco e almeno trenta giorni prima per le altre e possono essere concesse previo nulla osta dell'ente proprietario della strada.
3. Per le autorizzazioni relative alle competizioni motoristiche i promotori devono richiedere il nulla osta per la loro effettuazione al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, allegando il preventivo parere del C.O.N.I. Per consentire la formulazione del programma delle competizioni da svolgere nel corso dell'anno, qualora venga riconosciuto il carattere sportivo delle stesse e non si creino gravi limitazioni al servizio di trasporto pubblico, nonché al traffico ordinario, i promotori devono avanzare le loro richieste entro il trentuno dicembre dell'anno precedente. Il preventivo parere del C.O.N.I. non è richiesto per le manifestazioni di regolarità a cui partecipano i veicoli di cui all'articolo 60, purché la velocità imposta sia per tutto il percorso inferiore a 40 km/h e la manifestazione sia organizzata in conformità alle norme tecnico sportive della federazione di competenza.
4. L'autorizzazione per l'effettuazione delle competizioni previste dal programma di cui al comma 3 deve essere richiesta, almeno trenta giorni prima della data fissata per la competizione, ed è subordinata al rispetto delle norme tecnico-sportive e di sicurezza vigenti e all'esito favorevole del collaudo del percorso di gara e delle attrezzature relative, effettuato da un tecnico dell'ente proprietario della strada, assistito dai rappresentanti dei Ministeri dell'interno, delle infrastrutture e dei trasporti, unitamente ai rappresentanti degli organi sportivi competenti e dei promotori. Tale collaudo può essere omesso quando, anziché di gare di velocità, si tratti di gare di regolarità per le quali non sia ammessa una velocità media eccedente 50 km/h sulle tratte da svolgersi sulle strade aperte al traffico e 80 km/h sulle tratte da svolgersi sulle strade chiuse al traffico; il collaudo stesso è sempre necessario per le tratte in cui siano consentite velocità superiori ai detti limiti.
5. Nei casi in cui, per motivate necessità, si debba inserire una competizione non prevista nel programma, i promotori, prima di chiedere l'autorizzazione di cui al comma 4, devono richiedere al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti il nulla osta di cui al comma 3 almeno sessanta giorni prima della competizione. L'autorità competente può concedere l'autorizzazione a spostare la data di effettuazione indicata nel programma quando gli organi sportivi competenti lo richiedano per motivate necessità, dandone comunicazione al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
6. Per tutte le competizioni sportive su strada, l'autorizzazione è altresì subordinata alla stipula, da parte dei promotori, di un contratto di assicurazione per la responsabilità civile di cui all'art. 3 della legge 24 dicembre 1969, n. 990, e successive modificazioni e integrazioni. L'assicurazione deve coprire altresì la responsabilità dell'organizzazione degli altri obbligati per i danni comunque causati alle strade e alle relative attrezzature. I limiti di garanzia sono previsti dalla normativa vigente.
6-bis. Quando la sicurezza della circolazione lo renda necessario, nel provvedimento di autorizzazione di competizioni ciclistiche su strada, può essere imposta la scorta da parte di uno degli organi di cui all'articolo 12, comma 1, ovvero, in loro vece o in loro ausilio, di una scorta tecnica effettuata da persone munite di apposita abilitazione. Qualora sia prescritta la scorta di polizia, l'organo adito può autorizzare gli organizzatori ad avvalersi, in sua vece o in suo ausilio, della scorta tecnica effettuata a cura di personale abilitato, fissandone le modalità ed imponendo le relative prescrizioni.
6-ter. Con disciplinare tecnico, approvato con provvedimento dirigenziale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministero dell'interno, sono stabiliti i requisiti e le modalità di abilitazione delle persone autorizzate ad eseguire la scorta tecnica ai sensi del comma 6-bis, i dispositivi e le caratteristiche dei veicoli adibiti al servizio di scorta nonché le relative modalità di svolgimento. L'abilitazione è rilasciata dal Ministero dell'interno.
6-quater. Per le competizioni ciclistiche o podistiche, ovvero con altri veicoli non a motore o con pattini, che si svolgono all'interno del territorio comunale, o di comuni limitrofi, tra i quali vi sia preventivo accordo, la scorta può essere effettuata dalla polizia municipale coadiuvata, se necessario, da scorta tecnica con personale abilitato ai sensi del comma 6-ter.
7. Al termine di ogni competizione il prefetto comunica tempestivamente al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, ai fini della predisposizione del programma per l'anno successivo, le risultanze della competizione precisando le eventuali inadempienze rispetto alla autorizzazione e l'eventuale verificarsi di inconvenienti o incidenti.
7-bis. Salvo che, per particolari esigenze connesse all'andamento plano-altimetrico del percorso, ovvero al numero dei partecipanti, sia necessaria la chiusura della strada, la validità dell'autorizzazione è subordinata, ove necessario, all'esistenza di un provvedimento di sospensione temporanea della circolazione in occasione del transito dei partecipanti ai sensi dell'articolo 6, comma 1, ovvero, se trattasi di centro abitato, dell'articolo 7, comma 1.
8. Fuori dei casi previsti dal comma 8-bis, chiunque organizza una competizione sportiva indicata nel presente articolo senza esserne autorizzato nei modi previsti è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 155 a euro 624, se si tratta di competizione sportiva atletica, ciclistica o con animali, ovvero di una somma da euro 779 a euro 3.119, se si tratta di competizione sportiva con veicoli a motore. In ogni caso l'autorità amministrativa dispone l'immediato divieto di effettuare la competizione, secondo le norme di cui al capo I, sezione II, del titolo VI.
9. Chiunque non ottemperi agli obblighi, divieti o limitazioni a cui il presente articolo subordina l'effettuazione di una competizione sportiva, e risultanti dalla relativa autorizzazione, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 78 a euro 311, se si tratta di competizione sportiva atletica, ciclistica o con animali, ovvero di una somma da euro 155 a euro 624, se si tratta di competizione sportiva con veicoli a motore ».



11. Il trasporto eccezionale sulle strade



Degno di nota è anche l'art. 10, che parla di «veicoli eccezionali e trasporti in condizioni di eccezionalità», così disponendo:
« 1. È eccezionale il veicolo che nella propria configurazione di marca superi, per specifiche esigenze funzionali, i limiti di sagoma o massa stabiliti negli articoli 61 e 62.
2. È considerato trasporto in condizioni di eccezionalità:
a) il trasporto di una o più cose indivisibili che, per le loro dimensioni, determinano eccedenza rispetto ai limiti di sagoma stabiliti dall'art. 61, ma sempre nel rispetto dei limiti di massa stabiliti nell'art. 62; insieme con le cose indivisibili possono essere trasportate anche altre cose non eccedenti per dimensioni i limiti dell'art. 61, sempreché non vengano superati i limiti di massa stabiliti dall'art. 62;
b) il trasporto, che ecceda congiuntamente i limiti fissati dagli articoli 61 e 62, di blocchi di pietra naturale, di elementi prefabbricati compositi ed apparecchiature industriali complesse per l'edilizia, di prodotti siderurgici coils e laminati grezzi, eseguito con veicoli eccezionali, può essere effettuato integrando il carico con gli stessi generi merceologici autorizzati, e comunque in numero non superiore a sei unità, fino al completamento della massa eccezionale complessiva posseduta dall'autoveicolo o dal complesso di veicoli; qualora vengano superati i limiti di cui all'articolo 62, ma nel rispetto dell'articolo 61, il carico può essere completato, con generi della stessa natura merceologica, per occupare l'intera superficie utile del piano di carico del veicolo o del complesso di veicoli, nell'osservanza dell'articolo 164 e della massa eccezionale a disposizione, fatta eccezione per gli elementi prefabbricati compositi ed apparecchiature industriali complesse per l'edilizia per i quali ricorre sempre il limite delle sei unità. In entrambi i casi la predetta massa complessiva non potrà essere superiore a 38 tonnellate se autoveicoli isolati a tre assi, a 48 tonnellate se autoveicoli isolati a quattro assi, a 86 tonnellate se complessi di veicoli a sei assi, a 108 tonnellate se complessi di veicoli ad otto assi. I richiamati limiti di massa possono essere superati nel solo caso in cui venga trasportato un unico pezzo indivisibile.
2-bis. Ove i veicoli di cui al comma 2, lettera b), per l'effettuazione delle attività ivi previste, compiano percorsi ripetitivi con sagome di carico sempre simili, l'autorizzazione alla circolazione è concessa dall'ente proprietario previo pagamento di un indennizzo forfettario pari a l,5, 2 e 3 volte gli importi rispettivamente dovuti per i medesimi veicoli isolati a tre e quattro assi e le combinazioni a sei o più assi, da corrispondere contestualmente alla tassa di possesso e per la stessa durata. L'autorizzazione per la percorrenza di strade di tipo «A» è comunque subordinata al pagamento delle tariffe prescritte dalle società autostradali. I proventi dei citati indennizzi affluiscono in un apposito capitolo dello stato di previsione dell'entrata del bilancio dello Stato e sono assegnati agli enti proprietari delle strade in analogia a quanto previsto dall'articolo 34 per i veicoli classificati mezzi d'opera. Ai veicoli ed ai trasporti di cui sopra sono altresì applicabili le sanzioni di cui al comma 5 dell'articolo 34, aumentate di due volte, e ai commi 21 e 22 del presente articolo.
3. È considerato trasporto in condizioni di eccezionalità anche quello effettuato con veicoli:
a) il cui carico indivisibile sporge posteriormente oltre la sagoma del veicolo di più di 3/10 della lunghezza del veicolo stesso;
b) che, pur avendo un carico indivisibile sporgente posteriormente meno di 3/10, hanno lunghezza, compreso il carico, superiore alla sagoma limite in lunghezza propria di ciascuna categoria di veicoli;
c) il cui carico indivisibile sporge anteriormente oltre la sagoma del veicolo;
d) isolati o costituenti autotreno, ovvero autoarticolati, purché il carico non sporga anteriormente dal semirimorchio, caratterizzati in modo permanente da particolari attrezzature risultanti dalle rispettive carte di circolazione, destinati esclusivamente al trasporto di veicoli che eccedono i limiti previsti dall'articolo 61;
e) isolati o costituenti autotreni ovvero autoarticolati dotati di blocchi d'angolo di tipo normalizzato allorché trasportino esclusivamente contenitori o casse mobili di tipo unificato, per cui vengono superate le dimensioni o le masse stabilite rispettivamente dall'articolo 61 e dall'articolo 62;
f) mezzi d'opera definiti all'articolo 54, comma 1, lettera n), quando eccedono i limiti di massa stabiliti dall'articolo 62;
g) con carrozzeria ad altezza variabile che effettuano trasporti di animali vivi;
g-bis) che trasportano balle o rotoli di paglia e fieno;
g-ter) isolati o complessi di veicoli, adibiti al trasporto di macchine operatrici e di macchine agricole.
4. Si intendono per cose indivisibili, ai fini delle presenti norme, quelle per le quali la riduzione delle dimensioni o delle masse, entro i limiti degli articoli 61 o 62, può recare danni o compromettere la funzionalità delle cose ovvero pregiudicare la sicurezza del trasporto.
5. I veicoli eccezionali possono essere utilizzati solo dalle aziende che esercitano ai sensi di legge l'attività del trasporto eccezionale ovvero in uso proprio per necessità inerenti l'attività aziendale; l'immatricolazione degli stessi veicoli potrà avvenire solo a nome e nella disponibilità delle predette aziende.
6. I trasporti ed i veicoli eccezionali sono soggetti a specifica autorizzazione alla circolazione, rilasciata dall'ente proprietario o concessionario per le autostrade, strade statali e militari e dalle regioni per la rimanente rete viaria, salvo quanto stabilito al comma 2, lettera b).
Non sono soggetti ad autorizzazione i veicoli:
a) di cui al comma 3, lettera d), quando, ancorché per effetto del carico, non eccedano in altezza 4,20 m e non eccedano in lunghezza di oltre il 12%, con i limiti stabiliti dall'articolo 61; tale eccedenza può essere anteriore e posteriore, oppure soltanto posteriore, per i veicoli isolati o costituenti autotreno, e soltanto posteriore per gli autoarticolati, a condizione che chi esegue il trasporto verifichi che nel percorso siano comprese esclusivamente strade o tratti di strada aventi le caratteristiche indicate nell'articolo 167, comma 4;
b) di cui al comma 3, lettera g), lettera g-bis) e lettera g-ter), quando non eccedano l'altezza di 4,30 m con il carico e le altre dimensioni stabilite dall'articolo 61 o le masse stabilite dall'articolo 62, a condizione che chi esegue il trasporto verifichi che nel percorso siano comprese esclusivamente strade o tratti di strada aventi le caratteristiche indicate nell'articolo 167, comma 4.
b-bis) di cui al comma 3, lettera e), quando, ancorché per effetto del carico, non eccedano l'altezza di 4,30 m. e non eccedano in lunghezza di oltre il 12 per cento i limiti stabiliti dall'articolo 61, a condizione che siano rispettati gli altri limiti stabiliti dagli articoli 61 e 62 e che chi esegue il trasporto verifichi che nel percorso siano compresi esclusivamente strade o tratti di strada aventi le caratteristiche indicate nell'articolo 167, comma 4.
7. I veicoli di cui all'art. 54, comma 1, lettera n), classificati mezzi d'opera e che eccedono i limiti di massa stabiliti nell'articolo 62, non sono soggetti ad autorizzazione alla circolazione a condizione che:
a) non superino i limiti di massa indicati nel comma 8 e comunque i limiti dimensionali dell'art. 61;
b) circolino nelle strade o in tratti di strade che nell'archivio di cui all'art. 226 risultino transitabili per detti mezzi, fermo restando quanto stabilito dal comma 4 dello stesso art. 226;
c) da parte di chi esegue il trasporto sia verificato che lungo il percorso non esistano limitazioni di massa totale a pieno carico o per asse segnalate dai prescritti cartelli;
d) per essi sia stato corrisposto l'indennizzo di usura di cui all'art. 34.
Qualora non siano rispettate le condizioni di cui alle lettere a), b) e c) i suddetti mezzi devono richiedere l'apposita autorizzazione prevista per tutti gli altri trasporti eccezionali.
8. La massa massima complessiva a pieno carico dei mezzi d'opera, purché l'asse più caricato non superi le 13 t, non può eccedere:
a) veicoli a motore isolati:
- due assi: 20 t;
- tre assi: 33 t;
- quattro o più assi, con due assi anteriori direzionali: 40 t;
b) complessi di veicoli:
- quattro assi: 44 t;
- cinque o più assi: 56 t;
- cinque o più assi, per il trasporto di calcestruzzo in betoniera: 54 t.
9. L'autorizzazione è rilasciata o volta per volta o per più transiti o per determinati periodi di tempo nei limiti della massa massima tecnicamente ammissibile. Nel provvedimento di autorizzazione possono essere imposti percorsi prestabiliti ed un servizio di scorta della polizia stradale o tecnica, secondo le modalità e nei casi stabiliti dal regolamento. Qualora sia prevista la scorta della polizia stradale, questa, ove le condizioni di traffico e la sicurezza stradale lo consentano, può autorizzare l'impresa ad avvalersi, in sua vece, della scorta tecnica, secondo le modalità stabilite nel regolamento.
10. L'autorizzazione può essere data solo quando sia compatibile con la conservazione delle sovrastrutture stradali, con la stabilità dei manufatti e con la sicurezza della circolazione. In essa sono indicate le prescrizioni nei riguardi della sicurezza stradale. Se il trasporto eccezionale è causa di maggiore usura della strada in relazione al tipo di veicolo, alla distribuzione del carico sugli assi e al periodo di tempo o al numero dei transiti per i quali è richiesta l'autorizzazione, deve altresì essere determinato l'ammontare dell'indennizzo, dovuto all'ente proprietario della strada, con le modalità previste dal comma 17. L'autorizzazione è comunque subordinata al pagamento delle spese relative agli eventuali accertamenti tecnici preventivi e alla organizzazione del traffico eventualmente necessaria per l'effettuazione del trasporto nonché alle opere di rafforzamento necessarie. Ai limiti dimensionali stabiliti dall'autorizzazione non concorrono le eventuali eccedenze derivanti dagli organi di fissaggio ed ancoraggio del carico.
11. L'autorizzazione alla circolazione non è prescritta per i veicoli eccezionali di cui al comma 1 quando circolano senza superare nessuno dei limiti stabiliti dagli articoli 61 e 62 e quando garantiscono il rispetto della iscrizione nella fascia di ingombro prevista dal regolamento.
12. Non costituisce trasporto eccezionale, e pertanto non è soggetto alla relativa autorizzazione, il traino di veicoli in avaria non eccedenti i limiti dimensionali e di massa stabiliti dagli articoli 61 o 62, quando tale traino sia effettuato con veicoli rispondenti alle caratteristiche costruttive e funzionali indicate nel regolamento e sia limitato al solo itinerario necessario a raggiungere la più vicina officina.
13. Non costituisce altresì trasporto eccezionale l'autoarticolato il cui semirimorchio è allestito con gruppo frigorifero autorizzato, sporgente anteriormente a sbalzo, a condizione che il complesso non ecceda le dimensioni stabilite dall'art. 61.
14. I veicoli per il trasporto di persone che per specificate e giustificate esigenze funzionali superino le dimensioni o le masse stabilite dagli articoli 61 o 62 sono compresi tra i veicoli di cui al comma 1. I predetti veicoli, qualora utilizzino i sistemi di propulsione ad alimentazione elettrica, sono esenti dal titolo autorizzativo allorché presentano un'eccedenza in lunghezza rispetto all'art. 61 dovuta all'asta di presa di corrente in posizione di riposo. L'immatricolazione, ove ricorra, e l'autorizzazione all'impiego potranno avvenire solo a nome e nella disponibilità di imprese autorizzate ad effettuare il trasporto di persone.
15. L'autorizzazione non può essere accordata per i motoveicoli ed è comunque vincolata ai limiti di massa e alle prescrizioni di esercizio indicate nella carta di circolazione prevista dall'art. 93.
16. Nel regolamento sono stabilite le caratteristiche costruttive e funzionali dei veicoli eccezionali e di quelli adibiti al trasporto eccezionale, nonché dei mezzi d'opera.
17. Nel regolamento sono stabilite le modalità per il rilascio delle autorizzazioni per l'esecuzione dei trasporti eccezionali, ivi comprese le eventuali tolleranze, l'ammontare dell'indennizzo nel caso di trasporto eccezionale per massa, e i criteri per la imposizione della scorta tecnica o della scorta della polizia della strada. Nelle autorizzazioni periodiche rilasciate per i veicoli adibiti al trasporto di carri ferroviari vige l'esonero dall'obbligo della scorta.
18. Chiunque, senza avere ottenuto l'autorizzazione, ovvero violando anche una sola delle condizioni stabilite nell'autorizzazione relativamente ai percorsi prestabiliti, fatta esclusione di brevi tratte non prevedibili e funzionali alla consegna delle merci, su o tra percorsi già autorizzati, ai periodi temporali, all'obbligo di scorta della Polizia stradale o tecnica, nonché superando anche uno solo dei limiti massimi dimensionali o di massa indicati nell'autorizzazione medesima, esegua uno dei trasporti eccezionali di cui ai commi 2, 3 o 7, ovvero circoli con uno dei veicoli eccezionali di cui al comma 1, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 715 a euro 2.886.
19. Chiunque esegua trasporti eccezionali o in condizioni di eccezionalità, ovvero circoli con un veicolo eccezionale senza osservare le prescrizioni stabilite nell'autorizzazione è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 144 a euro 576. Alla stessa sanzione è soggetto chiunque esegua trasporti eccezionali o in condizioni di eccezionalità ovvero circoli con un veicolo eccezionale, senza rispettare tutte le prescrizioni non comprese fra quelle indicate al comma 18, ad esclusione dei casi in difetto, ancorché maggiori delle tolleranze ammesse e/o con numero inferiore degli elementi del carico autorizzato.
20. Chiunque, avendola ottenuta, circoli senza avere con sé l'autorizzazione è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 38 a euro 155. Il viaggio potrà proseguire solo dopo l'esibizione dell'autorizzazione; questa non sana l'obbligo di corrispondere la somma dovuta.
21. Chiunque adibisce mezzi d'opera al trasporto di cose diverse da quelle previste nell'art. 54, comma 1, lettera n), salvo che ciò sia espressamente consentito, comunque entro i limiti di cui all'articolo 62, nelle rispettive licenze ed autorizzazioni al trasporto di cose, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 389 a euro 1.559, e alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della carta di circolazione da uno a sei mesi. La carta di circolazione è ritirata immediatamente da chi accerta la violazione e trasmessa, senza ritardo, all'ufficio competente del Dipartimento per i trasporti terrestri che adotterà il provvedimento di sospensione. Alla terza violazione, accertata in un periodo di cinque anni, è disposta la revoca, sulla carta di circolazione, della qualifica di mezzo d'opera.
22. Chiunque transita con un mezzo d'opera in eccedenza ai limiti di massa stabiliti nell'art. 62 sulle strade e sulle autostrade non percorribili ai sensi del presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 389 a euro 1.559.
23. Le sanzioni amministrative pecuniarie previste dai commi 18, 19, 21 e 22 si applicano sia al proprietario del veicolo sia al committente, quando si tratta di trasporto eseguito per suo conto esclusivo, ad esclusione di quelle relative a violazioni di norme di cui al Titolo V che restano a carico del solo conducente del veicolo.
24. Dalle sanzioni amministrative pecuniarie previste dai commi 18, 21 e 22 consegue la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida del conducente per un periodo da quindici a trenta giorni, nonché la sospensione della carta di circolazione del veicolo da uno a due mesi, secondo le norme di cui al Capo I, sezione II, del Titolo VI. Nel caso di cui al comma 18, ove la violazione consista nel superamento dei limiti di massa previsti dall'articolo 62, ovvero dei limiti di massa indicati nell'autorizzazione al trasporto eccezionale, non si procede all'applicazione di sanzioni, se la massa complessiva a pieno carico non risulta superiore di oltre il 5 per cento ai limiti previsti dall'articolo 62, comma 4. Nel caso di cui al comma 18, ove la violazione consista nel superamento dei limiti di sagoma previsti dall'articolo 61, ovvero dei limiti indicati nell'autorizzazione al trasporto eccezionale, non si procede all'applicazione di sanzioni se le dimensioni del carico non risultano superiori di oltre il 2 per cento, tranne nel caso in cui il superamento delle dimensioni comporti la prescrizione dell'obbligo della scorta .
25. Nelle ipotesi di violazione dei commi 18, 21 e 22, l'agente accertatore intima al conducente di non proseguire il viaggio, fino a che non si sia munito dell'autorizzazione, ovvero non abbia ottemperato alle norme ed alle cautele stabilite nell'autorizzazione. Il veicolo deve essere condotto in un luogo indicato dal proprietario dello stesso, al fine di ottemperare al fermo amministrativo; durante la sosta la responsabilità del veicolo e il relativo trasporto rimangono a carico del proprietario. Di quanto sopra è fatta menzione nel verbale di contestazione. Se le disposizioni come sopra impartite non sono osservate, si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da uno a tre mesi.
25-bis. Nelle ipotesi di violazione del comma 19 il veicolo non può proseguire il viaggio se il conducente non abbia provveduto a sistemare il carico o il veicolo ovvero non abbia adempiuto alle prescrizioni omesse. L'agente accertatore procede al ritiro immediato della carta di circolazione, provvedendo con tutte le cautele che il veicolo sia condotto in luogo idoneo per la sistemazione del carico; del ritiro è fatta menzione nel verbale di contestazione della violazione. Durante la sosta la responsabilità del veicolo e del relativo carico rimane del conducente. I documenti sono restituiti all'avente diritto, allorché il carico o il veicolo siano stati sistemati, ovvero quando sia stata adempiuta la prescrizione omessa.
25-ter. Il personale abilitato che nel corso di una scorta tecnica non rispetta le prescrizioni o le modalità di svolgimento previste dal regolamento è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 307 a euro 1.227. Ove in un periodo di due anni il medesimo soggetto sia incorso per almeno due volte in una delle violazioni di cui al presente comma, all'ultima violazione consegue la sanzione amministrativa accessoria della sospensione dell'abilitazione da uno a tre mesi, ai sensi della sezione II del capo I del titolo VI.
25-quater. Oltre alle sanzioni previste nei commi precedenti non è data facoltà di applicare ulteriori sanzioni di carattere amministrativo da parte degli enti di cui al comma 6.
26. Le disposizioni del presente articolo non si applicano alle macchine agricole eccezionali e alle macchine operatrici eccezionali».



12. La costruzione e la gestione delle strade



Particolarmente rilevante per gli enti proprietari delle strade è infine l'art. 13, recante le «norme per la costruzione e la gestione delle strade», che così dispone:

« 1. Il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sentiti il Consiglio superiore delle infrastrutture e dei trasporti ed il Consiglio nazionale delle ricerche, emana entro un anno dalla entrata in vigore del presente codice, sulla base della classificazione di cui all'art. 2, le norme funzionali e geometriche per la costruzione, il controllo e il collaudo delle strade, dei relativi impianti e servizi ad eccezione di quelle di esclusivo uso militare. Le norme devono essere improntate alla sicurezza della circolazione di tutti gli utenti della strada, alla riduzione dell'inquinamento acustico ed atmosferico per la salvaguardia degli occupanti gli edifici adiacenti le strade ed al rispetto dell'ambiente e di immobili di notevole pregio architettonico o storico. Le norme che riguardano la riduzione dell'inquinamento acustico ed atmosferico sono emanate nel rispetto delle direttive e degli atti di indirizzo del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, che viene richiesto di specifico concerto nei casi previsti dalla legge.
2. La deroga alle norme di cui al comma 1 è consentita solo per specifiche situazioni allorquando particolari condizioni locali, ambientali, paesaggistiche, archeologiche ed economiche non ne consentono il rispetto, sempre che sia assicurata la sicurezza stradale e siano comunque evitati inquinamenti.
3. Le norme di cui al comma 1 sono aggiornate ogni tre anni.
4. Il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, entro due anni dalla entrata in vigore del presente codice, emana, con i criteri e le modalità di cui al comma 1, le norme per la classificazione delle strade esistenti in base alle caratteristiche costruttive, tecniche e funzionali di cui all'articolo 2, comma 2.
4-bis. Le strade di nuova costruzione classificate ai sensi delle lettere C, D, E ed F del comma 2 dell'articolo 2 devono avere, per l'intero sviluppo, una pista ciclabile adiacente purché realizzata in conformità ai programmi pluriennali degli enti locali, salvo comprovati problemi di sicurezza.
5. Gli enti proprietari delle strade devono classificare la loro rete entro un anno dalla emanazione delle norme di cui al comma 4. Gli stessi enti proprietari provvedono alla declassificazione delle strade di loro competenza, quando le stesse non possiedono più le caratteristiche costruttive, tecniche e funzionali di cui all'articolo 2, comma 2.
6. Gli enti proprietari delle strade sono obbligati ad istituire e tenere aggiornati la cartografia, il catasto delle strade e le loro pertinenze secondo le modalità stabilite con apposito decreto che il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti emana sentiti il Consiglio superiore delle infrastrutture e dei trasporti e il Consiglio nazionale delle ricerche. Nel catasto dovranno essere compresi anche gli impianti e i servizi permanenti connessi alle esigenze della circolazione stradale.
7. Gli enti proprietari delle strade sono tenuti ad effettuare rilevazioni del traffico per l'acquisizione di dati che abbiano validità temporale riferita all'anno nonché per adempiere agli obblighi assunti dall'Italia in sede internazionale.
8. Ai fini dell'attuazione delle incombenze di cui al presente articolo, l'Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale, di cui all'art. 35, comma 3, ha il compito di acquisire i dati dell'intero territorio nazionale, elaborarli e pubblicizzarli annualmente, nonché comunicarli agli organismi internazionali. Detta struttura cura altresì che i vari enti ottemperino alle direttive, norme e tempi fissati nel presente articolo e nei relativi decreti».

Dei «passaggi di proprietà fra enti proprietari delle strade» si occupa invece l'art. 4 del Regolamento. Tale norma dispone nei seguenti termini:
« Qualora per variazioni di itinerario o per varianti alle strade esistenti, si rende necessario il trasferimento di strade, o di tronchi di esse, fra gli enti proprietari, fatto salvo quanto previsto all'articolo 3, si provvede a norma dei commi seguenti.
2. L'assunzione e la dismissione di strade statali o di singoli tronchi avvengono con decreto del Ministro dei lavori pubblici, su proposta di uno degli enti interessati, previo parere degli altri enti competenti, sentiti il Consiglio superiore dei lavori pubblici e il Consiglio di amministrazione dell'A.N.A.S. Per le strade non statali il decreto è emanato dal Presidente della regione competente su proposta degli enti proprietari interessati, con le modalità previste dall'articolo 2, commi 4, 5, e 6. Le variazioni di classifica conseguenti all'emanazione dei decreti precedenti, da pubblicarsi sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica o sul Bollettino regionale, sono comunicate all'archivio nazionale delle strade di cui all'articolo 226 del codice.
3. In deroga alla procedura di cui al comma 2, i tratti di strade statali dismessi a seguito di varianti, che non alterano i capisaldi del tracciato della strada, perdono di diritto la classifica di strade statali e, ove siano ancora utilizzabili, sono obbligatoriamente trasferiti alla provincia o al comune.
4. I tratti di strade statali, regionali o provinciali, che attraversano i centri abitati con popolazione superiore a diecimila abitanti, individuati a seguito della delimitazione del centro abitato prevista dall'articolo 4 del codice, sono classificati quali strade comunali con la stessa deliberazione della giunta municipale con la quale si procede alla delimitazione medesima.
5. Successivamente all'emanazione dei provvedimenti di classificazione e di declassificazione delle strade previsti agli articoli 2 e 3, all'emanazione dei decreti di passaggio di proprietà ed alle deliberazioni di cui ai commi precedenti, si provvede alla consegna delle strade o dei tronchi di strade fra gli enti proprietari.
6. La consegna all'ente nuovo proprietario della strada è oggetto di apposito verbale da redigersi in tempo utile per il rispetto dei termini previsti dal comma 7 dell'articolo 2 ed entro sessanta giorni dalla delibera della giunta municipale per i tratti di strade interni ai centri abitati con popolazione superiore a diecimila abitanti.
7. Qualora l'amministrazione che deve prendere in consegna la strada, o tronco di essa, non interviene nel termine fissato, l'amministrazione cedente è autorizzata a redigere il relativo verbale di consegna alla presenza di due testimoni, a notificare all'amministrazione inadempiente, mediante ufficiale giudiziario, il verbale di consegna e ad apporre agli estremi della strada dismessa, o dei tronchi di essa, appositi cartelli sui quali vengono riportati gli estremi del verbale richiamato».



13. Interventi normativi recenti in materia di strade



Tra i più recenti interventi normativi in tema di strade sembra opportuno ricordare il Codice dell’ordinamento militare, il cui art. 237, rubricato «strade militari ed esigenze militari in relazione alla circolazione stradale», così dispone: « 1. Sono strade militari quelle destinate esclusivamente al traffico militare. 2. Ente proprietario è considerato il comando della regione militare. 3. La classifica delle strade militari è fatta con decreto del Ministro della difesa. L’elenco delle strade militari, redatto a cura del Ministero della difesa, non è pubblico. 4. Alle strade di esclusivo uso militare non si applica l’ articolo 13 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 recante il nuovo codice della strada. 5. Il Comandante della regione militare, in relazione alle strade militari di cui è proprietario il comando della regione militare a cui è preposto: a) può destinare le strade militari all’uso pubblico con provvedimento generale, ovvero all’uso privato con provvedimento particolare; b) adotta i provvedimenti per la regolamentazione della circolazione, di cui agli articoli 6 e 7 del decreto legislativo n. 285 del 1992, con ordinanze motivate e rese note al pubblico mediante i prescritti segnali; c) per motivi di sicurezza pubblica o inerenti alla sicurezza della circolazione, di tutela della salute, nonché per esigenze di carattere militare può, conformemente alle direttive del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sospendere temporaneamente la circolazione di tutte o di alcune categorie di utenti sulle strade militari o su tratti di esse; d) può vietare la circolazione di veicoli adibiti al trasporto di cose nei giorni festivi o in particolari altri giorni fissati con apposito calendario, da emanarsi con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti; e) stabilisce, anno per anno, le opportune prescrizioni per il transito periodico di armenti e di greggi determinando, quando occorra, gli itinerari e gli intervalli di tempo e di spazio; f) rilascia l’autorizzazione alla circolazione per i trasporti e i veicoli eccezionali come definiti dall’ articolo 10 del decreto legislativo n. 285 del 1992 alle condizioni di cui al citato articolo 10; g) rilascia le autorizzazioni di cui all’ articolo 26 del decreto legislativo n. 285 del 1992; h) impartisce le direttive per l'organizzazione della circolazione e della relativa segnaletica stradale, di cui all’ articolo 35 del decreto legislativo n. 285 del 1992. 6. Contro i provvedimenti emessi dal comandante della regione militare è ammesso ricorso gerarchico al Ministro della difesa. 7. L'impianto su strade militari e sulle relative pertinenze di linee ferroviarie, tranviarie, di speciali tubazioni o altre condotte comunque destinate a servizio pubblico, o anche il solo attraversamento di strade o relative pertinenze con uno qualsiasi degli impianti di cui sopra, sono autorizzati, in caso di assoluta necessità e ove non siano possibili altre soluzioni tecniche, con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro della difesa. 8. Alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade militari aperte al pubblico transito provvede l'amministrazione militare con il contributo dei comuni attraversati dalle strade medesime, da fissare mediante speciali convenzioni. L'obbligo del contributo cessa ogni qual volta, per esigenze della Difesa, è vietato il transito pubblico sulla strada militare, e risorge cessato il divieto. L'obbligo del contributo dei comuni decorre dal 1° gennaio o dal 1° luglio successivo alla data del decreto ministeriale di classificazione di cui al comma 3, in modo che rimanga sempre un periodo di almeno sei mesi fra la data del decreto e l'inizio della manutenzione. 9. Per le esigenze esclusive del traffico militare, nelle strade di uso pubblico è ammessa l'installazione di segnaletica stradale militare, secondo le disposizioni all’uopo dettate dall’ articolo 38 del decreto legislativo n. 285 del 1992 e del relativo regolamento. Gli enti proprietari delle strade sono tenuti a consentire l'installazione provvisoria o permanente dei segnali ritenuti necessari dall'autorità militare per la circolazione dei propri veicoli. 10. Fermo quanto disposto dall’ articolo 12 del decreto legislativo n. 285 del 1992, la scorta e l'attuazione dei servizi diretti ad assicurare la marcia delle colonne militari spetta, altresì, agli ufficiali, sottufficiali, graduati e militari di truppa delle Forze armate, appositamente qualificati con specifico attestato rilasciato dall'autorità militare competente. 11. Ai veicoli e conducenti delle Forze armate si applicano gli articoli 138 e 142, comma 4 del decreto legislativo n. 285 del 1992. 12. Ai convogli militari e colonne di truppe su strada si applicano gli articoli 163 e 192, commi 5 e 6, del decreto legislativo n. 285 del 1992. 13. Per quanto non disposto nel presente articolo, alle strade militari aperte al traffico civile, ai veicoli e conducenti delle Forze armate, ai convogli militari e simili su strada si applicano le disposizioni del decreto legislativo».

Si ricordi poi l’art. 36 del d.l. 98/2011, il quale, in tema di «disposizioni in materia di riordino dell'ANAS S.p.A.», così dispone: « A decorrere dal 1° gennaio 2012 è istituita, ai sensi dell'articolo 8 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, e successive modificazioni, presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e con sede in Roma, l'Agenzia per le infrastrutture stradali e autostradali. Il potere di indirizzo, di vigilanza e di controllo sull'Agenzia è esercitato dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti; in ordine alle attività di cui al comma 2, il potere di indirizzo e di controllo è esercitato, quanto ai profili finanziari, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze. L'incarico di direttore generale, nonché quello di componente del comitato direttivo e del collegio dei revisori dell'Agenzia ha la durata di tre anni. 2. L'Agenzia, anche avvalendosi di Anas s.p.a., svolge i seguenti compiti e attività ferme restando le competenze e le procedure previste a legislazione vigente per l'approvazione di contratti di programma nonché di atti convenzionali e di regolazione tariffaria nel settore autostradale e nei limiti delle risorse disponibili agli specifici scopi: a) proposta di programmazione della costruzione di nuove strade statali, della costruzione di nuove autostrade, in concessione ovvero in affidamento diretto ad Anas s.p.a. a condizione che non comporti effetti negativi sulla finanza pubblica, nonché, subordinatamente alla medesima condizione, di affidamento diretto a tale società della concessione di gestione di autostrade per le quali la concessione sia in scadenza ovvero revocata; b) quale amministrazione concedente: 1) selezione dei concessionari autostradali e relativa aggiudicazione; 2) vigilanza e controllo sui concessionari autostradali, inclusa la vigilanza sull'esecuzione dei lavori di costruzione delle opere date in concessione e il controllo della gestione delle autostrade il cui esercizio è dato in concessione; 3) in alternativa a quanto previsto al numero 1), affidamento diretto ad Anas s.p.a., alla condizione di cui alla lettera a), delle concessioni, in scadenza o revocate, per la gestione di autostrade, ovvero delle concessioni per la costruzione e gestione di nuove autostrade, con convenzione da approvarsi con decreto del Ministro dell'infrastruttura e dei trasporti di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze; 4) si avvale, nell'espletamento delle proprie funzioni, delle società miste regionali Autostrade del Lazio s.p.a., Autostrade del Molise s.p.a., Concessioni Autostradali Lombarde s.p.a. e Concessioni Autostradali Piemontesi s.p.a., relativamente alle infrastrutture autostradali, assentite o da assentire in concessione, di rilevanza regionale; c) approvazione dei progetti relativi ai lavori inerenti la rete stradale ed autostradale di interesse nazionale, che equivale a dichiarazione di pubblica utilità ed urgenza ai fini dell'applicazione delle leggi in materia di espropriazione per pubblica utilità; d) proposta di programmazione del progressivo miglioramento ed adeguamento della rete delle strade e delle autostrade statali e della relativa segnaletica; e) proposta in ordine alla regolazione e variazioni tariffarie per le concessioni autostradali; f) attuazione delle leggi e dei regolamenti concernenti la tutela del patrimonio delle strade e delle autostrade statali, nonché la tutela del traffico e della segnaletica; adozione i provvedimenti ritenuti necessari ai fini della sicurezza del traffico sulle strade ed autostrade medesime; esercizio, per le strade statali ed autostrade ad essa affidate, dei diritti ed dei poteri attribuiti all'ente proprietario; g) effettuazione e partecipazione a studi, ricerche e sperimentazioni in materia di viabilità, traffico e circolazione; h) effettuazione, a pagamento, di consulenze e progettazioni per conto di altre amministrazioni od enti italiani e stranieri. 3. A decorrere dal 1° gennaio 2012 Anas s.p.a. provvede, nel limite delle risorse disponibili e nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, esclusivamente a: a) costruire e gestire le strade, ivi incluse quelle sottoposte a pedaggio, e le autostrade statali, anche per effetto di subentro ai sensi del precedente comma 2, lettere a) e b) incassandone tutte le entrate relative al loro utilizzo, nonché alla loro manutenzione ordinaria e straordinaria; b) realizzare il progressivo miglioramento ed adeguamento della rete delle strade e delle autostrade statali e della relativa segnaletica; c) curare l'acquisto, la costruzione, la conservazione, il miglioramento e l'incremento dei beni mobili ed immobili destinati al servizio delle strade e delle autostrade statali; d) espletare, mediante il proprio personale, i compiti di cui al comma 3 dell'articolo 12 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e all'articolo 23 del decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495. 4. A decorrere dalla data di cui al comma 1, l'Agenzia subentra ad Anas s.p.a. nelle funzioni di concedente per le convenzioni in essere alla stessa data. A decorrere dalla medesima data in tutti gli atti convenzionali con le società regionali, nonché con i concessionari di cui al comma 2, lettera b), il riferimento fatto ad Anas s.p.a., quale ente concedente, deve intendersi sostituito, ovunque ripetuto, con il riferimento all'Agenzia di cui al comma 1. 5. Relativamente alle attività e ai compiti di cui al comma 2, l'Agenzia esercita ogni competenza già attribuita in materia all'Ispettorato di vigilanza sulle concessionarie autostradali e ad altri uffici di Anas s.p.a. ovvero ad uffici di amministrazioni dello Stato, i quali sono conseguentemente soppressi a decorrere dal 1° gennaio 2012. Il personale degli uffici soppressi con rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in servizio alla data di entrata in vigore del presente decreto, è trasferito all'Agenzia, per formarne il relativo ruolo organico. All'Agenzia sono altresì trasferite le risorse finanziarie previste per detto personale a legislazione vigente nello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture, nonché le risorse di cui all'articolo 1, comma 1020, della legge n. 296 del 2006, già finalizzate, in via prioritaria, alla vigilanza sulle concessionarie autostradali nei limiti delle esigenze di copertura delle spese di funzionamento dell'Agenzia. Al personale trasferito si applica la disciplina dei contratti collettivi nazionali relativi al comparto Ministeri e dell'Area I della dirigenza. Il personale trasferito mantiene il trattamento economico fondamentale ed accessorio, limitatamente alle voci fisse e continuative, corrisposto al momento del trasferimento, nonché l'inquadramento previdenziale. Nel caso in cui il predetto trattamento economico risulti più elevato rispetto a quello previsto è attribuito per la differenza un assegno ad personam riassorbibile con i successivi miglioramenti economici a qualsiasi titolo conseguiti. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze ed il Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione si procede alla individuazione delle unità di personale da trasferire all'Agenzia e alla riduzione delle dotazioni organiche e delle strutture delle amministrazioni interessate al trasferimento delle funzioni in misura corrispondente al personale effettivamente trasferito. Con lo stesso decreto è stabilita un'apposita tabella di corrispondenza tra le qualifiche e le posizioni economiche del personale assegnato all'Agenzia. 6. Entro il 31 dicembre 2011 il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e Anas s.p.a. predispongono lo schema di convenzione che, successivamente al 1° gennaio 2012, l'Agenzia di cui al comma 1 sottoscrive con Anas s.p.a. in funzione delle modificazioni conseguenti alle disposizioni di cui ai commi da 1 a 5, da approvarsi con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. 7. A decorrere dal 1° gennaio 2012 sono attribuite gratuitamente al Ministero dell'economia e delle finanze, o a società dallo stesso controllata, tutte le partecipazioni detenute da Anas s.p.a. anche in società regionali, nonché in Stretto di Messina s.p.a. 8. Entro quindici giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, in deroga a quanto previsto dallo statuto di Anas s.p.a., nonché dalle disposizioni in materia contenute nel codice civile, con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, si provvede alla nomina di un amministratore unico della suddetta società, al quale sono conferiti i più ampi poteri di amministrazione ordinaria e straordinaria ivi incluse tutte le attività occorrenti per la individuazione delle risorse umane, finanziarie e strumentali di Anas s.p.a. che confluiscono, a decorrere dal 1° gennaio 2012, nell'Agenzia di cui al comma 1. Il consiglio di amministrazione di Anas S.p.A. in carica alla data di entrata in vigore del presente decreto decade con effetto dalla data di adozione del citato decreto del Ministro dell'economia e delle finanze. La revoca disposta ai sensi del presente comma integra gli estremi della giusta causa di cui all'articolo 2383, terzo comma, del codice civile e non comporta, pertanto, il diritto dei componenti revocati al risarcimento di cui alla medesima disposizione. 9. L'amministratore unico provvede altresì alla riorganizzazione delle residue risorse di Anas s.p.a. nonché alla predisposizione del nuovo statuto della società che, entro il 1° gennaio 2012, è approvato con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Entro 30 giorni dall'emanazione del decreto di approvazione dello statuto, viene convocata l'assemblea di Anas s.p.a. per la ricostituzione del consiglio di amministrazione. Il nuovo statuto di Anas s.p.a. prevede i requisiti necessari per stabilire forme di controllo analogo del Ministero dell'economia e delle finanze e del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti sulla società, al fine di assicurare la funzione di organo in house dell'amministrazione. 10. L'articolo 1, comma 1023, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, è abrogato. 10-bis. Il comma 12 dell'articolo 23 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, è sostituito dal seguente: «12. Chiunque non osserva le prescrizioni indicate nelle autorizzazioni previste dal presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 1.376,55 a euro 13.765,50 in via solidale con il soggetto pubblicizzato».

Infine deve essere menzionata l’intera l. 29 luglio 2010, n. 120, recante «Disposizioni in materia di sicurezza stradale», che reca numerosissime modifiche al codice della strada ed all’intero impianto normativo della materia delle strade.




14. Estratti di giurisprudenza sulle strade



Cass. civ. Sez. II, Sent., 06-04-2011, n. 7872: «Svolgimento del processo - Motivi della decisione 1. - La controversia trae origine dalla violazione dei limiti di velocità consentiti su strada compresa all'interno del perimetro urbano del Comune di Treviso, toponomasticamente denominata viale (OMISSIS), illecito accertato da autovelox collocato in posizione fissa secondo quanto previsto dal D.L. 20 giugno 2002, n. 121, art. 4, (conv. in legge, con modificazioni, dalla L. 1 agosto 2002, n. 168). 2. - Giudicando in grado di appello, il Tribunale di Treviso, con la sentenza impugnata, ha rigettato il gravame proposto dall'odierno ricorrente, nei confronti del Comune di Treviso. L'appellante aveva sostenuto l'illegittimità dell'uso dell'apparecchio di rilevazione della velocità con postazione fissa, perchè effettuato all'interno di una strada di viabilità, priva delle caratteristiche richieste dalla legge per essere classificata, ai sensi dell'art. 2 C.d.S., come strada urbana di scorrimento (in mancanza di impianti semaforici nelle intersezioni a raso e delle aree di sosta così come descritte nell'art. 2 C.d.S., comma 3), con conseguente illegittimità del relativo provvedimento prefettizio adottato, ai sensi della normativa su richiamata, che stabilisce i limiti entro i quali è possibile utilizzare le apparecchiature automatiche non presidiate ai fini di operare il controllo e la repressione degli eccessi di velocità. L'illegittimità del provvedimento prefettizio di inserimento della strada in questione nell'apposito elenco predisposto ai sensi della L. del 2002, art. 4, comma 2, determinava l'illegittimità dell'uso della apparecchiatura in questione e di conseguenza dell'accertamento della sanzione. Il Tribunale ha ritenuto legittimo, incidentalmente, il provvedimento prefettizio col quale era stata disposto l'inserimento della strada in questione nell'apposito elenco ai fini dell'utilizzo delle apparecchiature di rilevazione della violazione dei limiti di velocità con apparecchiature fisse non presidiate. Riteneva il giudicante che il prefetto, nel qualificare la strada come "strada urbana di scorrimento", avesse correttamente interpretato la norma contenuta nell'art. 2 C.d.S., comma 3, che indica i requisiti minimi che una strada deve possedere per poter essere classificata "strada urbana di scorrimento" ai sensi della lettera "D" del precedente comma dello stesso articolo. In particolare, quanto al requisito della presenza dei semafori nelle intersezioni a raso e dell'assenza di requisiti ivi previsti per le aree di sosta, il Tribunale rilevava quanto segue. Quanto alla presenza dei semafori, che non tutte le intersezioni dovessero necessariamente essere presidiate da semaforo, sia in relazione alla natura della intersezione, sia in relazione alla necessaria discrezionalità tecnica dell'amministrazione al riguardo. Quanto poi alla presenza di aree di sosta non aventi le caratteristiche descritte dalla norma, rilevava che la presenza di un'area "non recintata o comunque non delimitata non fa venir meno la qualifica di strada urbana di scorrimento posto che le aree o fasce laterali esterne alla carreggiata di cui al citato art. 2 lett. D) del Codice della Strada non debbono necessariamente fiancheggiare la strada per tutta la sua lunghezza e altre aree con caratteristiche di per sè non essendo espressamente vietate risultano ammissibili oltre che compatibili, mentre nulla prevede la norma circa l'obbligatorietà di corsie di accelerazione/decelerazione". 3. - Per la cassazione della sentenza in epigrafe è stato proposto ricorso in via principale da parte del ricorrente con due motivi, nonchè ricorso in via incidentale dell'Amministrazione con un motivo. 4. - Il primo e il secondo motivo del ricorso principale denunciano violazione e falsa applicazione dell'art. 2 C.d.S., in relazione al D.L. n. 121 del 2002, art. 4, nonchè difetto di motivazione, in ordine alla ritenuta corretta interpretazione della norma dell'art. 2 C.d.S., nel quale sono indicati i requisiti minimi che deve possedere una strada urbana per essere classificata come "strada urbana di scorrimento". Il prefetto, in contrasto con tale normativa, aveva ritenuto la strada in questione come strada di scorrimento, pur in assenza del rispetto delle prescrizioni di legge quanto alla presenza di impianti semaforici nelle intersezioni a raso (primo motivo) e delle aree di sosta a lato della carreggiata con entrate ed uscite concentrate (secondo motivo). Si trattava di requisiti minimi previsti dalla norma non interpretabile estensivamente. 5. - Con l'unico motivo di ricorso incidentale si chiede di affermare che la qualificazione di una strada in una ovvero in altra delle categorie indicate nell'art. 2 C.d.S., commi 2 e 3, costituisce esercizio di discrezionalità tecnica da parte della pubblica amministrazione, insindacabile da parte del giudice. 6. All'esito della disposta trattazione del ricorso in camera di consiglio ai sensi dell'art. 375 c.p.c., il ricorso veniva rinviato alla pubblica udienza. Le parti depositavano memorie e il Procuratore Generale concludeva per il rigetto del ricorso. 7. - La questione posta dal ricorso incidentale assume carattere preliminare, posto che in presenza di una completa discrezionalità amministrativa in ordine alla classificazione delle strade ai sensi della normativa richiamata, il ricorso principale risulterebbe infondato. 8. - Si chiede di affermare col ricorso incidentale che la qualificazione di una strada in una ovvero in altra delle categorie indicate nell'art. 2 C.d.S., commi 2 e 3, costituisce attività discrezionale per la pubblica amministrazione, sicchè il giudice ordinario non potrebbe sindacare la scelta operata. Si tratta di stabilire se in ordine alla qualificazione delle strade urbane come strade di scorrimento ai fini della applicazione della normativa citata per il controllo delle infrazioni ai limiti di velocità, si sia in presenza di una completa discrezionalità amministrativa, oppure se l'Amministrazione ne sia priva, dovendo al riguardo soltanto verificare puntualmente la presenza dei requisiti strutturali previsti. Occorre osservare al riguardo che, secondo la giurisprudenza di questa Corte (Sez. 2^, 9 gennaio 2009, n. 310), al fine della disapplicazione, in via incidentale, dell'atto o del provvedimento amministrativo, il giudice ordinario può sindacare tutti i possibili vizi di legittimità - incompetenza, violazione di legge ed eccesso di potere estendendo il proprio controllo alla rispondenza delle finalità perseguite dall'Amministrazione con quelle indicate dalla legge, ma non ha il potere di sostituire l'Amministrazione stessa (operando un sindacato di merito di tipo sostitutivo del giudizio espresso dall'Amministrazione) negli accertamenti e valutazioni di merito, quali sono quelli inerenti alla scelta in concreto degli strumenti adeguati per assicurare gli interessi generali contemplati dalla legge o nella valutazione delle situazioni di fatto in funzione dell'applicabilità o meno delle misure previste dalla legge, che sono d'esclusiva competenza degli organi ai quali è attribuito il potere di perseguire in concreto le finalità di pubblico interesse normativamente determinate. Nella fattispecie regolata dal D.L. 20 giugno 2002, n. 121, art. 4, è rimessa al Prefetto, previa consultazione degli organi di Polizia Stradale competenti per territorio e su conforme parere dell'ente proprietario, l'individuazione delle strade (o di singoli tratti di esse), diverse dalla autostrade o dalle stradeextraurbane principali, nelle quali non è possibile il fermo di un veicolo, ai fini della contestazione immediata delle infrazioni, senza recare pregiudizio alla sicurezza della circolazione, alla fluidità del traffico od all'incolumità degli agenti operanti o dei soggetti controllati, e ciò sulla base della valutazione del tasso d'incidentalità nonchè delle condizioni strutturali, plano- altimetriche e di traffico. E' del tutto evidente come nella formazione del provvedimento in questione converga una pluralità di valutazioni, effettuate da parte degli organi ed uffici indicati (anche con efficacia vincolante: parere conforme dell'ente proprietario), di natura non solo strettamente tecnica, ma anche ampiamente discrezionale, in quanto formulate sulla base d'apprezzamenti ponderati sia delle situazioni di fatto, sia delle molteplici esigenze da prendersi in considerazione al fine di regolare il traffico sulla strada considerata, o tratto di essa, nell'ambito della gestione complessiva della circolazione stradale sul territorio. Tali valutazioni, che costituiscono le condizioni dell'esercizio del potere prefettizio previsto dalla norma in esame, in quanto attinenti al merito dell'attività amministrativa, non sono suscettibili di sindacato da parte dell'autorità giudiziaria, ordinaria od amministrativa che sia, il cui potere di valutazione, ai fini della disapplicazione per l'una e deh" annullamento per l'altra, è limitato all'accertamento dei soli vizi di legittimità dell'atto. Ma le valutazioni attinenti al merito dell'attività amministrativa, e quindi insindacabili, sono esclusivamente quelle relative al tasso d'incidentalità, alle condizioni strutturali, plano-altimetriche e di traffico per le quali non è possibile procedere al fermo di un veicolo senza recare pregiudizio alla sicurezza della circolazione, alla fluidità del traffico o all'incolumità degli agenti operanti e dei soggetti controllati. L'art. 4 del D.L. citato non conferisce al Prefetto il potere di inserire nello specifico elenco una strada, facendo uso di criteri diversi da quelli previsti dall'art. 2 C.d.S., comma 3: di talchè, ove il Prefetto ecceda dai limiti segnati dalla norma del codice della strada, il giudice ordinario può disapplicare, in via incidentale, l'atto o il provvedimento amministrativo. 9. - Il ricorso incidentale va, quindi, respinto alla luce delle considerazioni svolte al precedente punto. 10. - Il ricorso principale è invece fondato. Una volta stabilito che non si verte nell'ambito della discrezionalità amministrativa, il provvedimento prefettizio, reso allo scopo di consentire la possibilità di usare apparecchiature automatiche senza presidio per il rilevamento delle infrazioni ai limiti di velocità, non può che essere adottato in presenza dei requisiti di legge, che all'evidenza ha inteso limitare l'uso di tale modalità di accertamento. Di conseguenza quando l'art. 4 della L. citata ha operato il richiamo all'art. 2 C.d.S., lo ha fatto in modo da rendere applicabile tale normativa, evidentemente richiedendo per l'adozione del provvedimento prefettizio il preventivo e puntuale accertamento della presenza nella strada considerata di tutti gli specifici elementi strutturali descritti in tale norma, senza possibilità di interpretazione estensiva, proprio in relazione alla finalità della norma dell'art. 4 L. citata. Per quanto interessa in questa sede la norma richiamata dalla L. del 2002, art. 4, citata è l'art. 2 C.d.S., comma 2, lett. D che tra le tipologie di strade prevede le "strade urbane di scorrimento", ulteriormente precisando al successivo terzo comma che per poter essere inserite in tale classificazione le strade urbane devono "avere le seguenti caratteristiche minime": "Strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico ciascuna con almeno due corsie di marcia ed una eventuale corsia riservata ai mezzi pubblici, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate; per la sosta sono previste apposite aree o fasce laterali esterne alla carreggiata, entrambe con immissioni ed uscite concentrate". La possibilità da parte del Prefetto di inserire nell'apposito elenco una strada urbana è condizionata, quindi, alla verifica della presenza di tali caratteristiche, senza le quali la strada non potrebbe essere classificata "strada urbana di scorrimento". Nel caso oggi in esame, l'odierno ricorrente ha appunto lamentato l'illegittimo inserimento della strada in questione nell'elenco prefettizio in assenza del requisito della presenza di impianti semaforici ad ogni intersezione e di aree di sosta così come descritte nella norma citata, essendo pacifico che il (OMISSIS), strada ad unica carreggiata con due corsie, seppure a senso unico, non presenta intersezioni a raso tutte presidiate da semafori e presenta aree di sosta non dotate delle caratteristiche indicate dalla norma stessa. La dizione letterale della norma di cui all'art. 2 C.d.S., commi 2 e 3, appare chiara, avendo essa riguardo alla mera descrizione ed elencazione delle caratteristiche "minime" che deve possedere una strada urbana per essere classificata come "strada urbana di scorrimento". La norma, quindi, esclude che si possano classificare come tali - ai fini di cui all'art. 2 C.d.S. - strade urbane che non presentino tutti i requisiti indicati, che appunto sono indicati come "minimi". Tale dizione evidentemente fa salva la presenza di ulteriori caratteristiche aggiuntive a quelle indicate, ma certo esclude la classificazione in presenza di requisiti inferiori o non presenti costantemente. Sicchè solo per i tratti di strada che presentino tali caratteristiche è in ipotesi possibile la classificazione e non per gli altri. La norma della L. del 2002, art. 4, fa espressamente richiamo, al suo comma 1, esclusivamente alle "strade di cui all'art. 2, comma 2, lettere C e D" non prevedendo al riguardo alcuna attività interpretativa da parte del Prefetto, al quale invece la stessa norma demanda gli ulteriori accertamenti, ritenuti rientrati della sua discrezionalità amministrativa, meglio descritti all'art. 4 citato, comma 2. Sicchè il prefetto per adottare il decreto in questione deve effettuare due operazioni, una vincolata e l'altra discrezionale, consistenti la prima nell'operare una semplice verifica della sussistenza di tutti i requisiti minimi necessari per classificare la strada come "strada urbana di scorrimento" ed una volta compiuta positivamente tale verifica, compiere la seconda operazione prevista dalla L. del 2002, art. 4, comma 2, questa si discrezionale per quanto su indicato. Il provvedimento adottato dal prefetto risultava quindi illegittimo e doveva essere disapplicato con conseguente illegittimo accertamento della violazione dei limiti di velocità operata mediante l'uso di una apparecchiatura non consentita. 11. - Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto - in quanto dall'accoglimento del ricorso deriva logicamente il giudizio di fondatezza dei motivi posti a base dell'opposizione avverso il verbale di contestazione in questione - è consentito in questa sede pronunciare nel merito ai sensi dell'art. 384 c.c., comma 1, ed accogliere l'originaria opposizione. 12. - Le spese seguono la soccombenza».

Cass. civ. Sez. II, Sent., 06-04-2011, n. 7873 Fatto - Diritto P.Q.M. Svolgimento del processo - Motivi della decisione 1. - La controversia trae origine dalla violazione dei limiti di velocità consentiti su strada compresa all'interno del perimetro urbano del Comune di Treviso, toponomasticamente denominata viale (OMISSIS), illecito accertato da autovelox collocato in posizione fissa secondo quanto previsto dal D.L. 20 giugno 2002, n. 121, art. 4 (conv. in legge, con modificazioni, dalla L. 1 agosto 2002, n. 168). 2. - Giudicando in grado di appello, il Tribunale di Treviso, con la sentenza impugnata, ha rigettato il gravame proposto dall'odierno ricorrente. L'appellante aveva sostenuto l'illegittimità dell'uso dell'apparecchio di rilevazione della velocità con postazione fissa, perchè effettuato all'interno di una strada di viabilità, priva delle caratteristiche richieste dalla legge per essere classificata, ai sensi dell'art. 2 C.d.S., come strada urbana di scorrimento (non trattandosi di strada con due carreggiate distinte, ma di strada a due corsie seppure a senso unico). L'illegittimità del provvedimento prefettizio di inserimento della strada in questione nell'apposito elenco predisposto ai sensi della L. del 2002, art. 4, comma 2, determinava l'illegittimità dell'uso della apparecchiatura in questione e di conseguenza dell'accertamento della sanzione. Il Tribunale ha ritenuto che fosse corretta l'applicazione fatta dal Prefetto della norma contenuta nell'art. 2 C.d.S., includendo la strada in questione in quelle di "scorrimento", anche se carente di due distinte carreggiate, ma caratterizzata dalla presenza di un'unica carreggiata in un unico senso di marcia. Ciò perchè non vi sarebbe motivo per non ricomprenderla. 3. - Per la cassazione della sentenza in epigrafe è stato proposto ricorso in via principale da parte del ricorrente, nonchè ricorso in via incidentale dell'Amministrazione. Entrambi i ricorsi sono fondati su un unico motivo. 4. - Il motivo del ricorso principale denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 2 C.d.S. e del D.L. n. 121 del 2002, art. 4 in ordine alla ritenuta corretta classificazione della strada in questione come "strada urbana di scorrimento" in assenza del rispetto delle prescrizioni di legge quanto alla presenza di due distinte carreggiate, requisito indicato dalla legge e non suscettibile di diversa ed estensiva applicazione. 5. - Con l'unico motivo di ricorso incidentale si chiede di affermare che la qualificazione di una strada in una ovvero in altra delle categorie indicate nell'art. 2 C.d.S., commi 2 e 3 costituisce esercizio di discrezionalità tecnica da parte della pubblica amministrazione, insindacabile da parte del giudice. 6. - Le parti depositavano memorie e il Procuratore Generale ha concluso per il rigetto del ricorso. 7. - La questione posta dal ricorso incidentale assume carattere preliminare, posto che in presenza di una completa discrezionalità amministrativa in ordine alla classificazione delle strade ai sensi della normativa richiamata, il ricorso principale risulterebbe infondato. 8. - Si chiede di affermare col ricorso incidentale che la qualificazione di una strada in una ovvero in altra delle categorie indicate nell'art. 2 C.d.S., commi 2 e 3 costituisce attività discrezionale per la pubblica amministrazione, sicchè il giudice ordinario non potrebbe sindacare la scelta operata. Si tratta di stabilire se in ordine alla qualificazione delle strade urbane come strade di scorrimento ai fini della applicazione della normativa citata per il controllo delle infrazioni ai limiti di velocità, si sia in presenza di una completa discrezionalità amministrativa, oppure se l'Amministrazione ne sia priva, dovendo al riguardo soltanto verificare puntualmente la presenza dei requisiti strutturali previsti. Occorre osservare al riguardo che, secondo la giurisprudenza di questa Corte. (Sez. 2^, 9 gennaio 2009, n. 310), al fine della disapplicazione, in via incidentale, dell'atto o del provvedimento amministrativo, il giudice ordinano può sindacare tutti i possibili vizi di legittimità - incompetenza, violazione di legge ed eccesso di potere estendendo il proprio controllo alla rispondenza delle finalità perseguite dall'Amministrazione con quelle indicate dalla legge, ma non ha il potere di sostituire l'Amministrazione stessa (operando un sindacato di merito di tipo sostitutivo del giudizio espresso dall'Amministrazione) negli accertamenti e valutazioni di merito, quali sono quelli inerenti alla scelta in concreto degli strumenti adeguati per assicurare gli interessi generali contemplati dalla legge o nella valutazione delle situazioni di fatto in funzione dell'applicabilità o meno delle misure previste dalla legge, che sono d'esclusiva competenza degli organi ai quali è attribuito il potere di perseguire in concreto le finalità di pubblico interesse normativamente determinate. Nella fattispecie regolata dal D.L. 20 giugno 2002, n. 121, art. 4 è rimessa al Prefetto, previa consultazione degli organi di Polizia Stradale competenti per territorio e su conforme parere dell'ente proprietario, l'individuazione delle strade (o di singoli tratti di esse), diverse dalla autostrade o dalle stradeextraurbane principali, nelle quali non è possibile il fermo di un veicolo, ai fini della contestazione immediata delle infrazioni, senza recare pregiudizio alla sicurezza della circolazione, alla fluidità del traffico od all'incolumità degli agenti operanti o dei soggetti controllati, e ciò sulla base della valutazione del tasso d'incidentalità nonchè delle condizioni strutturali, plano - altimetriche e di traffico. E' del tutto evidente come nella formazione del provvedimento in questione converga una pluralità di valutazioni, effettuate da parte degli organi ed uffici indicati (anche con efficacia vincolante: parere conforme dell'ente proprietario), di natura non solo strettamente tecnica, ma anche ampiamente discrezionale, in quanto formulate sulla base d'apprezzamenti ponderati sia delle situazioni di fatto, sia delle molteplici esigenze da prendersi in considerazione al fine di regolare il traffico sulla strada considerata, o tratto di essa, nell'ambito della gestione complessiva della circolazione stradale sul territorio. Tali valutazioni, che costituiscono le condizioni dell'esercizio del potere prefettizio previsto dalla norma in esame, in quanto attinenti al merito dell'attività amministrativa, non sono suscettibili di sindacato da parte dell'autorità giudiziaria, ordinaria od amministrativa che sia, il cui potere di valutazione, ai fini della disapplicazione per l'una e dell'annullamento per l'altra, è limitato all'accertamento dei soli vizi di legittimità dell'atto. Ma le valutazioni attinenti al merito dell'attività amministrativa, e quindi insindacabili, sono esclusivamente quelle relative al tasso d'incidentalità, alle condizioni strutturali, plano - altimetriche e di traffico per le quali non è possibile procedere al fermo di un veicolo senza recare pregiudizio alla sicurezza della circolazione, alla fluidità del traffico o all'incolumità degli agenti operanti e dei soggetti controllati. Il D.L. citato, art. 4 non conferisce al Prefetto il potere di inserire nello specifico elenco una strada, facendo uso di criteri diversi da quelli previsti dall'art. 2 C.d.S., comma 3, di talchè, ove il Prefetto ecceda dai limiti segnati dalla norma del C.d.S., il giudice ordinario può disapplicare, in via incidentale, l'atto o il provvedimento amministrativo. 9. Il ricorso incidentale va, quindi, respinto alla luce delle considerazioni svolte al precedente punto. 10. - Il ricorso principale è invece fondato. Una volta stabilito che non si verte nell'ambito della discrezionalità amministrativa, il provvedimento prefettizio, reso allo scopo di consentire la possibilità di usare apparecchiature automatiche senza presidio per il rilevamento delle infrazioni ai limiti di velocità, non può che essere adottato in presenza dei requisiti di legge, che all'evidenza ha inteso limitare l'uso di tale modalità di accertamento. Di conseguenza quando l'art. 4 della legge citata ha operato il richiamo all'art. 2 C.d.S. lo ha fatto in modo da rendere applicabile tale normativa, evidentemente richiedendo per l'adozione del provvedimento prefettizio il preventivo e puntuale accertamento della presenza nella strada considerata di tutti gli specifici elementi strutturali descritti in tale norma, senza possibilità di interpretazione estensiva, proprio in relazione alla finalità della norma dell'art. 4 legge citata. Per quanto interessa in questa sede la norma richiamata dalla L. del 2002, art. 4 è l'art. 2 C.d.S., comma 2, lett. D che tra le tipologie di strade prevede le "strade urbane di scorrimento", ulteriormente precisando al successivo comma 3 che per poter essere inserite in tale classificazione le strade urbane devono "avere le seguenti caratteristiche minime": "Strada a carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico ciascuna con almeno due corsie di marcia ed una eventuale corsia riservata ai mezzi pubblici, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate; per la sosta sono previste apposite aree o fasce laterali esterne alla carreggiata, entrambe con immissioni ed uscite concentrate". La possibilità da parte del Prefetto di inserire nell'apposito elenco una strada urbana è condizionata, quindi, alla verifica della presenza di tali caratteristiche, senza le quali la strada non potrebbe essere classificata "strada urbana di scorrimento". Nel caso oggi in esame, l'odierno ricorrente ha appunto lamentato l'illegittimo inserimento della strada in questione nell'elenco prefettizio in assenza del requisito della presenza delle due carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico, essendo il viale (OMISSIS), strada ad unica carreggiata con due corsie, seppure a senso unico. La presenza delle due carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico è invece una caratteristica definita "minima" dalla legge con la conseguenza che la presenza di una sola carreggiata (seppure con corsie ad unico senso di marcia) non appare sufficiente ad integrare il requisito. La dizione letterale della norma di cui all'art. 2 C.d.S., commi 2 e 3, appare chiara, avendo essa riguardo alla mera descrizione ed elencazione delle caratteristiche "minime" che deve possedere una strada urbana per essere classificata come "strada urbana di scorrimento". La norma, quindi, esclude che si possano classificare come tali - ai fini di cui all'art. 2 C.d.S. - strade urbane che non presentino tutti i requisiti indicati, che appunto sono indicati come "minimi". Tale dizione evidentemente fa salva la presenza di ulteriori caratteristiche aggiuntive a quelle indicate, ma certo esclude la classificazione in presenza di requisiti inferiori o non presenti costantemente. Sicchè solo per i tratti di strada che presentino tali caratteristiche è in ipotesi possibile la classificazione e non per gli altri. La norma della L. del 2002, art. 4 fa espressamente richiamo, al suo primo comma, esclusivamente alle "strade di cui all'art. 2, comma 2, lett. C e D" non prevedendo al riguardo alcuna attività interpretativa da parte del Prefetto, al quale invece la stessa norma demanda gli ulteriori accertamenti, ritenuti rientrati della sua discrezionalità amministrativa, meglio descritti all'art. 4 citato, comma 2. Sicchè il prefetto per adottare il decreto in questione deve effettuare due operazioni, una vincolata e l'altra discrezionale, consistenti la prima nell'operate una semplice verifica della sussistenza di tutti i requisiti minimi necessari per classificare la strada come "strada urbana di scorrimento" ed una volta compiuta positivamente tale verifica, compiere la seconda operazione prevista dalla L. del 2002, art. 4, comma 2, questa sì discrezionale per quanto su indicato. Il provvedimento adottato dal prefetto risultava quindi illegittimo e doveva essere disapplicato con conseguente illegittimo accertamento della violazione dei limiti di velocità operata mediante l'uso di una apparecchiatura non consentita. 11. - Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto - in quanto dall'accoglimento del ricorso deriva logicamente il giudizio di fondatezza dei motivi posti a base dell'opposizione avverso il verbale di contestazione in questione - è consentito in questa sede pronunciare nel merito ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 1, ed accogliere l'originaria opposizione. 12. - Le spese seguono la soccombenza.

Cass. civ. Sez. II, Sent., 09-05-2011, n. 10139 Fatto Diritto P.Q.M. Svolgimento del processo Con atto di citazione notificato il 29 luglio 1998, C. F. ha convenuto, dinnanzi al Tribunale di Trento, B. C., chiedendone la condanna alla demolizione della parte di fabbricato che la stessa aveva illegittimamente sopraelevato, in violazione delle norme sulle distanze. Costituitosi il contraddittorio, la B. ha eccepito la inapplicabilità delle norme sulle distanze per essere il proprio fondo separato da quello dell'attore da una strada pubblica, denominata tavolarmente come transito, di cui il Comune di Caldonazzo, unitamente all'attore e ad essa convenuta, nonchè ad altre circa cinquanta persone, era proprietario. L'adito Tribunale, espletata l'istruttoria a mezzo testimoni e consulenza tecnica d'ufficio, con sentenza del 9 luglio 2002, ha rigettato la domanda, ritenendo provata la natura pubblica della strada in questione sulla base della documentazione acquisita (attestazione del Sindaco di Caldonazzo in data 11 novembre 1998; delibera del Consiglio comunale del 1970) e della espletata prova per testi. Avverso tale sentenza ha proposto appello il C. e, nella resistenza della B., la Corte d'appello di Trento, con sentenza depositata il 25 giugno 2004, ha rigettato il gravame. Richiamata la giurisprudenza di legittimità in ordine ai requisiti che una strada deve possedere per essere qualificata come pubblica o di uso pubblico, la corte d'appello ha ritenuto come particolarmente significativi, ai fini della qualificazione della strada in questione come pubblica, il fatto che la strada, denominata "Corte Celeste", fosse posta all'interno del centro storico di (OMISSIS) e fosse tavolarmente iscritta come transito, e che apparisse in comunicazione diretta, su entrambi i fondi, con il suolo pubblico, sì da consentire l'accesso a strade comunali, come affermato dal Sindaco nella richiamata attestazione, confermata in sede di esame testimoniale dal segretario comunale di (OMISSIS). A fronte di tali elementi, la Corte d'appello ha quindi fatto applicazione della presunzione di appartenenza della strada al Comune, sancita dalla L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 22, All. F (Cass. n. 12540 del 2002), non superata dalla prova contraria della esistenza di una consuetudine locale, escludente il carattere di demanialità, o di una convenzione che attribuisse la proprietà della strada ad un soggetto diverso dal Comune o ne attestasse la natura privata. In proposito, ha concluso la Corte territoriale, dalle deposizioni testimoniali assunte nel corso del giudizio di primo grado, non emergeva la prova contraria, e anzi i testi richiamati nella sentenza di primo grado avevano confermato che in quella strada, anche per maggior comodità, vi passavano anche altri cittadini del Comune di Caldonazzo, senza opposizione dei consociati; inoltre, il segretario comunale aveva riferito, in base alle informazioni assunte presso gli uffici, che la strada in questione era stata asfaltata e mantenuta per fognature e allacci vari dal Comune. Per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso il C. sulla base di un unico complesso motivo; ha resistito, con controricorso, l'intimata. Il ricorrente ha depositato memoria illustrativa. Motivi della decisione Con l'unico motivo, il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 905 c.c., comma 3, e art. 879 cod. civ., comma 2; violazione ed erronea applicazione della L. n. 2248 del 1865, art. 22, All. F; violazione e falsa applicazione dell'art. 2697 cod. civ. e dei principi necessari e idonei a qualificare una strada come pubblica, nonchè vizio di motivazione e omessa pronuncia. Il ricorrente rileva innanzitutto che, avendo la convenuta eccepito la inapplicabilità della normativa sulle distanze, sulla violazione della quale si basava la domanda, in considerazione della natura pubblica della strada, era onere della medesima convenuta fornire la prova di tale carattere della strada stessa, essendo in giudizio stata accertata l'inesistenza tra i fabbricati delle parti delle distanze prescritte dall'art. 907 cod. civ.. Richiamati quindi i principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità sui requisiti rilevanti ai fini della qualificazione di una strada come pubblica ai sensi dell'art. 879 cod. civ., comma 2, il ricorrente censura la sentenza impugnata per non avere la Corte d'appello svolto alcun accertamento in ordine alle consuetudini in uso sulla strada denominata Corte Celeste, essendosi, nella sostanza, limitata a rilevare che la detta stradametteva in comunicazione con il suolo pubblico, peraltro errando, giacchè non risultava vero che la stessa mettesse in comunicazione due vie pubbliche, nel senso che costituisse l'unico passaggio consentito. Corte Celeste è infatti una semplice scorciatoia, il cui uso a persone diverse dai proprietari, peraltro solo a piedi o con veicoli a due ruote e mai con automobili, è consentito per mera tolleranza dei proprietari, sicchè doveva escludersi la configurabilità, nella specie, di un uso pubblico da parte della collettività. Rilevante sarebbe poi il dato della toponomastica, atteso che tutte le strade del Comune sono denominate via o viale, mentre la strada in questione è denominata Corte, e non è preceduta da uno dei detti sostantivi, il che denoterebbe che la stessa è stata qualificata come strada interna. In ogni caso, osserva il ricorrente, la deroga di cui all'art. 879 cod. civ., attesa la sua natura di norma eccezionale, opererebbe solo con riferimento a strade propriamente pubbliche, e cioè che appartengano ad un ente pubblico autarchico territoriale, o che siano state poste volontariamente a disposizione della collettività per il pubblico transito. Del resto, difetta nel caso di specie ogni manifestazione di volontà in tal senso da parte del Comune. La Corte d'appello, assume ancora il ricorrente, avrebbe errato nel fare applicazione al caso di specie della presunzione di demanialità, omettendo di considerare che la strada in questione non appartiene ad un ente pubblico e che non è integrata nella funzione viaria del Comune, nel senso che non costituisce un collegamento necessario per la viabilità pubblica, costituendo al più una scorciatoia. Il ricorso è infondato. La Corte d'appello, come si è rilevato, sulla base delle risultanze istruttorie richiamate in sentenza, ha desunto l'esistenza di un asservimento della strada in questione, peraltro in parte di proprietà del Comune, alle esigenze di una collettività indistinta di persone. E' ben vero che nella sentenza impugnata non viene menzionato alcun titolo in base al quale possa essersi verificato il trasferimento del bene alla proprietà pubblica ovvero alcuna convenzione tra i privati proprietari della strada stessa,; tuttavia, gli elementi riferiti inducono a ritenere che la Corte d'appello abbia valutato che l'uso pubblico della strada denominata Corte Celeste si sia protratto per un tempo idoneo a determinare la costituzione della servitù di uso pubblico per usucapione, atteso che tra le fonti del proprio convincimento, non utilmente contrastate dal ricorrente, sono menzionati sia elementi strutturali, quali la destinazione della Corte a collegamento tra due strade comunali, sia ulteriori indici risalenti nel tempo (delibera del Consiglio comunale di Caldonazzo del settembre 1970) e prima ancora l'intavolazione dell'area in questione come destinata a "transito", avvalorati dalla deposizioni testimoniali assunte nel corso del giudizio di primo grado. L'accertamento in fatto compiuto dal Tribunale e confermato dalla Corte d'appello costituisce adeguato fondamento della decisione di rigetto della domanda del ricorrente. Le censure che questi propone, contrariamente a quanto affermato all'inizio dello svolgimento del motivo, si risolvono, in sostanza, nella sollecitazione di un diverso apprezzamento delle risultanze istruttorie, non consentito in sede di legittimità, in violazione, tra l'altro, del principio di autosufficienza. Non risultano trascritte le risultanze istruttorie assunte nel corso del giudizio e, da quel che si desume dalle affermazioni dei testi riferite sinteticamente in ricorso, non si evidenzia una deposizione non valutata, o mal valutata dalla Corte d'appello che abbia il carattere della decisività. Inoltre, il ricorso è affidato a una parte descrittiva delle consuetudini in uso nell'ambito di Corte Celeste; consuetudini che il ricorrente sostiene che non sarebbero state in alcun modo considerate dalla Corte d'appello. Il medesimo ricorrente, peraltro, ha omesso di riferire le fonti di prova ritualmente acquisite nel corso del giudizio dalle quali si sarebbe dovuta desumere l'esistenza delle consuetudini meramente allegate con finalità descrittiva. Nè il ricorrente si duole della mancata ammissione di mezzi di prova volti a dimostrare la sussistenza delle dette consuetudini; doglianza, questa, che sarebbe comunque inammissibile non avendo il ricorrente riprodotto in ricorso il contenuto della memoria istruttoria di cui è menzione nelle conclusioni riportate nella sentenza impugnata. In particolare, il ricorrente riferisce circostanze relative al parcheggio sull'area denominata Corte Celeste; alla esecuzione dell'asfaltatura e del collegamento all'acquedotto comunale a cura del Comune ma a spese dei proprietari degli edifici insistenti su Corte Celeste; alla predisposizione a cura dei medesimi proprietari delle attività folcloristiche che si svolgono nella Corte. Tali circostanze nella sentenza impugnata o risultano valutate in senso diverso da quello preteso dal ricorrente (asfaltatura della strada, manutenzione delle fognature e degli allacci), ovvero non vengono affatto menzionate e il ricorrente non deduce in quali atti del giudizio di primo grado e di appello le dette circostanze sarebbero state affermate e soprattutto quali siano gli elementi probatori che dovrebbero indurre a ritenere le dette circostanze provate e non oggetto di mera allegazione di parte. Nè può sostenersi, come preteso dal ricorrente, che la disposizione di cui all'art. 879 cod. civ., comma 2, operi solo allorquando sia dimostrata la natura pubblica della strada e non anche nel caso in cui risulti esistente l'asservimento della strada stessa a pubblico transito. Nella giurisprudenza di questa Corte si è infatti chiarito che l'esonero dal rispetto delle distanze legali previsto dall'art. 879 cod. civ., comma 2, per le costruzioni a confine con le piazze e vie pubbliche, va riferito anche alle costruzioni a confine delle strade di proprietà privata gravate da servitù pubbliche di passaggio, giacchè il carattere pubblico della strada - rilevante ai fini dell'applicazione della norma citata - attiene più che alla proprietà del bene, piuttosto all'uso concreto di esso da parte della collettività (v., da ultimo, Cass. n. 6006 del 2008, ed ivi sentenze richiamate: Cass. n. 5172 del 1997; Cass. n. 2463 del 1990; Cass. n. 307 del 1982). Sul punto, si deve solo aggiungere che l'accertamento in fatto compiuto dal Tribunale e confermato dalla Corte d'appello costituisce adeguato fondamento della decisione di rigetto della domanda del ricorrente, sicchè le censure svolte dal ricorrente in ordine alla erronea applicazione, nel caso di specie, della presunzione di demanialità, quand'anche le si volesse ritenere fondate, non sarebbero comunque idonee a determinare la cassazione della sentenza impugnata. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente, in applicazione del principio della soccombenza, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

Cass. civ. Sez. II, 19-11-1993, n. 11433: «Con il primo motivo del ricorso, il Reschigna - denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 1102 c.c., nonché contraddittorietà e carenza della motivazione e travisamento dei fatti - censura la impugnata sentenza, per avere la Corte del merito affermato che, al fine di determinare se il parcheggio da parte sua sulla destra consentisse o meno all'altro comproprietario della strada di fare pari uso di questa, non si dovesse tener conto della striscia di terreno, larga un metro, corrente lungo il fronte della proprietà di esso Reschigna, di proprietà esclusiva di lui.
La suddetta affermazione - sostiene il ricorrente - era contraddittoria e viziata sul piano logico: l'esistenza della striscia di terreno, posta di fatto a disposizione per il parcheggio, consentiva che i veicoli parcheggiati sporgessero sull'area comune solo per una parte, e - a prescindire dalla considerazione che la larghezza dell'area a disposizione (metri 7) consentiva, anche nel caso di parcheggio sui due lati alla medesima altezza (con ingombro massimo di metri 3/3,50), di lasciare comunque spazio sufficiente (oltre metri 3) per il transito nel mezzo dell'area - la verifica del rispetto dell'art. 1102 c.c., da parte di esso ricorrente, andava fatta con riguardo ad un parcheggio dei veicoli tutti sulla destra, l'uno dietro l'altro, e cioé con riferimento ad un comportamento razionale e logico, non già provocatorio ed ostruzionistico, considerato che di fatto il parcheggio avveniva solo su un lato della strada (e sul punto la prova orale era pienamente ammissibile, ed apodittica nonché erronea era l'affermazione della Corte del merito circa la ritenuta genericità del mezzo), perché sull'altro fattori obiettivi e certi lo rendevano impossibile.
Comunque - continua il ricorrente -, siccome oggetto della causa era l'accertamento della compatibilità del parcheggio notturno, sulla strada "de qua", dell'autocarro di esso ricorrente con la disposizione dell'art. 1102 c.c., solo a detto parcheggio poteva e doveva farsi riferimento, per verificare se, stante il parcheggio suddetto, fosse consentito il pari uso della strada da parte dell'altro comproprietario della stessa.
Con il secondo motivo, il ricorrente - denunciando violazione degli artt. 1102, 1105, 1106 e 1362 e segg. c.c., nonché carenza di motivazione e omesso esame di argomento decisivo - censura ulteriormente la impugnata sentenza, per avere la Corte del merito affermato che il comportamento delle parti non aveva alcuna rilevanza, essendosi in presenza di un diritto reale, acquisibile soltanto per titolo o per usucapione.
Invece - assume il ricorrente - si era in presenza di una semplice modalità di godimento della cosa comune, che, per il comportamento dei partecipanti appunto, aveva dato luogo ad un regolamento di godimento della cosa che non poteva essere modificato unilateralmente dalla volontà di uno solo dei partecipanti.
Su tali specifiche questioni - aggiunge il ricorrente - era mancata un'adeguata risposta da parte della Corte del merito, la quale aveva anche ignorato la sua eccezione di prescrizione del preteso diritto (personale) del Bercellesi di impedire il denunciato uso, da parte di esso ricorrente, della strada comune.
Con il terzo ed ultimo motivo il ricorrente - denunciando violazione degli artt. 1362 e segg., 1100 e segg. c.c., nonché travisamento dei fatti - censura, infine, la impugnata sentenza, per avere la Corte del merito affermato che non sussisteva alcuna differenza di regime tra la strada generale di lottizzazione e la diramazione comune solo alle parti, dato che "i due tratti formano un'unica strada privata di proprietà comune".
Le due comunioni - sostiene il ricorrente -, nascenti da due titoli diversi (la strada generale era anteriore agli atti delle parti ed era comune a tutti i partecipanti alla lottizzazione; l'area destinata alla strada "de qua", invece, nasceva solo dai due titoli delle parti ed era comune solo a loro) ed aventi partecipanti diversi e funzioni diverse (la strada di lottizzazione penetrava in tutto il comparto, mentre l'area della strada "de qua" derivava unicamente dall'apporto dei due frontisti, serviva a loro esclusivamente ed avrebbe anche potuto essere chiusa all'inizio con un cancello), non potevano assolutamente essere considerate un tutt'uno: tenuto conto dei menzionati elementi di diversificazione delle due comunioni, appariva chiaramente aberrante - continua il ricorrente, concludendo
- applicare alla comunione separata ed autonoma della strada in questione, sulla quale potevano e dovevano passare solo i due frontisti in lite ed i loro aventi causa, una regolamentazione che altre parti avevano stabilito per una diversa comunione di un'altra strada, sulla quale doveva necessariamente passare una pluralità indeterminata di persone.
Nell'ordine logico, assume rilievo preliminare l'esame di quest'ultimo motivo.
Esso è fondato.
Come emerge dalla sentenza impugnata e si desume dal ricorso per cassazione e dal controricorso, è pacifico in causa che la strada "de qua" - la cui costruzione venne prevista, per le necessità dei loro fondi, nei contratti di compravendita rispettivamente stipulati dal Bercellesi e dal Reschigna - ha avuto origine dal successivo conferimento, da parte dei predetti, di porzioni del terreno dai medesimi acquistato (é sorta, cioé, "ex collatione privatorum agrorum": una striscia di terreno della costante larghezza di metri tre da ognuno dei due) ed appartiene in comunione ad entrambi, in ragione della metà per ciascuno.
Si desume, poi, dalla sentenza impugnata - e la circostanza non forma oggetto di contestazione, ché, anzi, emerge pure dal ricorso e dal controricorso - che la predetta strada di nuova formazione è stata realizzata perpendicolarmente ad altra (di cui al mappale 1047 sul d), svolgentesi in prosecuzione dell'androne di accesso della via Dezza (androne di proprietà di terzi e gravato da servitù di passaggio), che invece era comune a tutti i proprietari dei fondi siti nel comparto ed in ordine alla quale era stato espressamente sancito il divieto assoluto di sosta dei veicoli e di deposito di merci o attrezzi di qualsiasi genere.
Tutto ciò premesso, appare evidente che l'affermazione della Corte del merito, secondo cui i due tratti di strada (il primo svolgentesi in prosecuzione dell'androne carraio ed il secondo, sul quale si affacciano le proprietà dei litiganti) "formano un'unica strada privata di proprietà comune", e la considerazione conseguenziale e conclusiva della Corte medesima, secondo cui "appare privo di qualsiasi logica che i contraenti abbiano voluto assicurare al primo di essi un'ampiezza ed una percorribilità maggiori di quelle previste per il secondo tratto, limitando al primo tratto il divieto assoluto di parcheggio" - affermazione e considerazione basate su un ritenuto carattere così similare delle due situazioni concernenti le due comunioni, da renderle identiche - non tengono alcun conto e non si danno affatto carico della circostanza, risultante come pacifica in causa dalla sentenza impugnata nonché dal ricorso e dal controricorso, che, invece, si trattava di due comunioni aventi fonti ed ambiti, soggettivo ed oggettivo, del tutto diversi:
quella riguardante la strada svolgentesi in prosecuzione dell'androne sopra indicato e comune a tutti i proprietari dei fondi ubicati nel comparto interessato dalla strada stessa, sorta prima ed avente quindi, una sua propria fonte, oltre che un ambito sia soggettivamente che oggettivamente diverso e molto più ampio rispetto all'altra comunione, riguardante la strada in questione, di nuova e più recente costruzione, formata con i conferimenti dei soli litiganti e comune ad essi soltanto. Invero indicate diversità delle fonti e degli ambiti, sia oggettivo che oggettivo, delle due comunioni, negando il ritenuto carattere similare delle due situazioni alla base delle stesse, rendono giuridicamente non corrette e la surriportata affermazione della Corte del merito che "i due tratti formano un'unica strada privata di proprietà comune" (un'unica strada comune a chi?, se il secondo tratto, quello in questione, mette capo ad una comunione limitata ai soli Bercellesi e Reschigna e il primo tratto ad una comunione diversa, avente un ambito oggettivo e soggettivo molto più ampio), e la considerazione conseguenziale e conclusiva della Corte medesima (posta a sostegno dell'applicazione estensiva del divieto assoluto di sosta, sancito per il primo tratto, al secondo tratto), secondo cui "appare privo di qualsiasi logica che i contraenti abbiano voluto assicurare al primo di essi un'ampiezza ed una percorribilità maggiori di quelle previste per il secondo tratto, limitando al primo tratto il divieto assoluto di parcheggio" (ma quali contraenti?, se il Bercellesi ed il Reschigna sono comproprietari esclusivi solo del secondo tratto, mentre il primo fa capo ad una comunione avente una fonte diversa ed un ambito, soggettivo ed oggettivo, del pari diverso e più ampio. E tutto ciò senza considerare che il ricorso ad una presunta volontà dei contraenti nel senso di estendere l'applicazione del divieto assoluto di parcheggio, previsto per il primo tratto, al secondo tratto appare porsi in contrasto - e, al riguardo, non si potrebbe utilmente sostenere essersi trattato di una argomentazione meramente aggiuntiva, essendo decisiva ed assorbente una eventuale regolamentazione contrattuale dell'uso della cosa comune, e di qui la ragione dell'esame del terzo motivo con carattere di priorità - con quanto, in un passo precedente della sentenza impugnata, si afferma in ordine al comportamento delle parti, che, come si è evidenziato nella narrativa che precede, la Corte del merito ha escluso potesse essere rilevante come criterio di interpretazione, sulla considerazione che, nella specie, la fonte del regolamento dell'uso della cosa comune andava individuata in una norma di legge - l'art. 1102 cod. civ. - e non in un titolo contrattuale).
Gradatamente, nell'ordine logico, va, ora, esaminato il secondo motivo.
Orbene, questo motivo va, invece, disatteso.
Per quanto concerne il primo profilo della censura, con cui si lamenta che la Corte del merito non aveva considerato che una prassi circa il parcheggio e le modalità di esso sulla strada in questione, durata così a lungo e, quindi, ormai consolidata (e di siffatto comportamento delle parti, protrattosi nel tempo, era stata anche offerta prova per testi), assumeva il valore di un regolamento consensuale della comunione che non poteva essere modificato unilateralmente da uno solo dei partecipanti, va osservato che un regolamento della comunione - ove non si tratti di un regolamento predisposto "ab origine" dal costituente la comunione medesima e accettato da tutti i partecipanti (il c.d. regolamento contrattuale, e non è certamente a questa ipotesi che il ricorrente, con la censura in esame, ha avuto riguardo, avendo lo stesso fatto riferimento ad un comportamento delle parti, successivo al sorgere della comunione e protrattosi a lungo nel tempo) - può, ai sensi dell'art. 1106 cod. civ., risultare solo da una deliberazione della maggioranza dei partecipanti, calcolata nel modo indicato dall'art. 1105 dello stesso codice, e, nella specie, il ricorrente non fa riferimento ad una espressa deliberazione di tale natura e con tale oggetto.
Per quanto concerne, poi, il secondo ed ultimo profilo della censura in esame - relativo alla eccezione (che si assume essere stata ignorata dalla Corte del merito) di prescrizione (estintiva) del preteso diritto (personale) del Bercellesi di impedire il denunciato uso, da parte del ricorrente, della strada comune -, va preliminarmente osservato che, con tale profilo, il ricorrente finisce sostanzialmente per sollevare, per la prima volta in questa sede di legittimità, la eccezione suddetta.
Invero, il Reschigna, odierno ricorrente, con i tre motivi di censura formulati con l'atto di appello avverso la sentenza del Tribunale, ebbe, come si desume chiaramente dall'atto e si afferma nella impugnata sentenza, a lamentare che, nel ritenere che il parcheggio da lui praticato sulla strada comune impedisse il transito ed il pari uso da parte del Bercellesi, il Tribunale:
- non aveva considerato che la strada è, in effetti, larga sette (e non sei) metri, essendo l'edificio del ricorrente arretrato di un metro dal confine, e che, per il parcheggio, veniva utilizzato soltanto un lato di essa, essendo oggettivamente impedito sull'altro (primo motivo);
- non aveva tenuto conto del comportamento delle parti, che aveva assunto il valore di un regolamento consensuale della comunione (secondo motivo);
- aveva arbitrariamente esteso l'applicazione del divieto assoluto di parcheggio, previsto per il primo tratto della strada, alla strada comune soltanto ai due litiganti (terzo motivo); ma non sollevò affatto, in modo chiaro e non equivoco, la eccezione di prescrizione del preteso diritto (personale) del Bercellesi di impedirgli il denunciato uso della strada (E che possa averla sollevata successivamente, nel prosieguo del giudizio di appello, è circostanza assolutamente irrilevante. Infatti, secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale di questa Corte Suprema, cui il Collegio aderisce pienamente, in appello - mentre l'appellato, totalmente vittorioso nel merito per altra via, ove intenda sottoporre all'esame del giudice di secondo grado eccezioni e tesi disattese o non esaminate o ritenute espressamente assorbite dal primo giudice, assolve l'onere di cui all'art. 346 c.p.c., richiamando e riproponendo le eccezioni e le tesi suddette sino all'udienza di precisazione delle conclusioni - l'appellante, invece, come si desume dall'art. 342 c.p.c. (e 433-434 per i procedimenti col rito del lavoro) - che sancisce, per l'appellante appunto, l'onere della specificazione, nell'atto di appello, dei motivi per i quali invoca la riforma della sentenza impugnata - è tenuto a dedurre con l'atto di appello tutti i motivi di gravame, compresi quelli attinenti a mere eccezioni difensive, consumandosi con l'atto suddetto il diritto potestativo della relativa impugnazione, e nulla può aggiungere in prosieguo (cfr., in tal senso, tra altre, Cass. 29 marzo 1989, n. 1511; Cass. 22 gennaio 1989, n. 498; Cass. 16 ottobre 1987, n. 7651; Cass. 8 settembre 1986, n. 5470; Cass. 8 novembre 1985, n. 5462; Cass. 24 marzo 1984, n. 1939, Cass. 9 aprile 1983, n. 2523).
Ora, come questa Corte ha più volte affermato (cfr., tra altre, Cass. 16 marzo 1990, n. 2199; Cass. 16 dicembre 1981, n. 6674; Cass. 21 maggio 1976, n. 1843), la eccezione di prescrizione non può essere formulata per la prima volta col ricorso per cassazione, e perché il relativo accertamento implica indagini di fatto, precluse in sede di legittimità, e perché il giudizio di legittimità non può estendersi ad istanze e ad eccezioni estranee al giudizio di merito, cioé a questioni nuove, a meno che non si tratti di questioni rilevabili (anche) di ufficio (e la prescrizione non lo è) o di meri profili di diritto non involgenti indagini di fatto (e l'accertamento della prescrizione implica siffatte indagini: cfr., tra altre, Cass. 11 agosto 1990, n. 8230; Cass. 24 ottobre 1988, n. 5756; Cass. 25 agosto 1987, n. 7018; Cass. 4 ottobre 1985, n. 4790).
Rimane, così, da esaminare il primo motivo.
Detto motivo è sostanzialmente fondato.
Come si desume dalla sentenza impugnata, l'oggetto della controversia consisteva nell'accertare e stabilire se il fatto che il Reschigna lasciasse in sosta il suo autocarro sulla strada comune a lui ed a Bercellesi costituisse o meno un uso consentito dalla stessa, a norma dell'art. 1102 c.c., secondo cui "ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto".
Ai fini di tale accertamento, si doveva ovviamente avere riguardo al modo come in concreto venisse dal Reschigna praticato il parcheggio. E se ciò, come non è contestabile, è esatto, è di tutta evidenza che è viziata sul piano logico l'affermazione della Corte del merito che, ai fini di detto accertamento, non si dovesse tener conto del fatto che il Reschigna, per il parcheggio, si serviva anche della striscia di terreno larga un metro, corrente lungo il fronte del proprio fondo, di sua esclusiva proprietà: il parcheggio così praticato comportava che l'autocarro del Reschigna (largo, come si dice nella sentenza impugnata, non meno di due metri) occupasse solo un metro della strada comune, larga complessivamente metri sei, e che la parte residua della stessa, per il transito e l'uso analogo del compartecipante, fosse larga metri cinque e non quattro; e ciò, riguardando l'ampiezza degli spazi disponibili, non può dirsi costituire una circostanza irrilevante ai fini dell'accertamento in argomento.
Per la verità, la Corte del merito ha precisato che della striscia di terreno di cui sopra non si potesse tenere conto, perché essa non faceva parte della strada di proprietà comune e della stessa non poteva servirsi, "de iure" anche l'altro partecipante.
Intanto va subito osservato che la suddetta precisazione è collegata alla tesi del parcheggio praticato su uno solo dei due lati della strada, tesi, questa, che è sostenuta dal ricorrente (il quale proprio su di essa ha basato l'altro profilo della censura in esame) e che, contrastata dal Bercellesi, è stata disattesa dalla Corte del merito, la quale ha ritenuto (come, del resto, il Tribunale) che, ai fini della verifica della compatibilità del parcheggio praticato dal Reschigna con la disposizione dell'art. 1102 c.c., si dovesse prendere in considerazione il caso del parcheggio su entrambi i lati della strada, perché mancava (questa almeno sembra la ragione desumibile dalla motivazione adottata al riguardo dalla impugnata sentenza) un regolamento che rendesse obbligatorio l'uso di un solo lato per il parcheggio.
E, così, si deve, adesso, passare all'esame del profilo del motivo concernente appunto il rigetto della tesi, sostenuta dall'odierno ricorrente, del parcheggio su uno solo dei due lati della strada (che, a prescindere dalla striscia di terreno larga un metro, consentirebbe di lasciare, per il solo transito, una parte residua della larghezza di quattro metri).
E' opportuno premettere una precisazione di carattere preliminare che è la seguente.
Nel caso di una strada risultante, come quella in questione, dal conferimento di porzioni di terreno da parte dei proprietari latistanti, questi non conservano la proprietà della zona di terreno conferita, fino alla linea mediana della strada stessa, ma divengono proprietari di questa in tutta la sua estensione, senza distinzione tra la parte che si svolge lungo il lato dal quale è avvenuto il conferimento di un partecipante e quella che si svolge lungo il lato opposto.
Alla luce di detta precisazione, va osservato che, per stabilire se il parcheggio praticato dal Reschigna sulla strada "de qua" impedisca o meno al Bercellesi "di fare parimenti uso" della stessa, non si deve fare necessariamente riferimento ad un uso simmetrico da parte del Bercellesi (parcheggio alla stessa altezza di quello praticato dal Reschigna, e dal lato opposto della strada), e si deve, invece, avere riguardo ad un uso che consenta all'altro partecipante di trarre dalla cosa comune la stessa utilità, anche se con modalità non perfettamente uguali, purché beninteso le diverse modalità non comportino, per il partecipante, disagi e disguidi apprezzabili: si deve, in altri termini, avere riguardo ad un uso ragionevole, non ostruzionistico, che non si risolva, cioé, nell'opporre un fine di non ricevere.
Orbene, alla stregua dei principi sopra enunciati, è evidente che il "pari uso", da assicurare all'altro partecipante, non comporta che il parcheggio debba necessariamente poter avvenire su entrambi i lati della strada, e non può, pertanto, indurre ad escludere, "a priori", che esso, invece, avvenga e sia praticato su uno solo dei due lati della strada, specie se, sull'altro, il parcheggio, come sostiene il ricorrente e si accenna pure nell'impugnata sentenza, non sia di fatto praticabile, per la presenza di passi carrai o per altre cause oggettive: tutte queste situazioni vanno verificafte in concreto, alla luce dei principi sopra enunciati.
Per le ragioni innanzi esposte, il ricorso va accolto nel senso e nei limiti delle considerazioni sopra svolte (e, quindi, per quanto di ragione).
Di conseguenza, l'impugnata sentenza va cassata e la causa va rinviata ad altro giudice, di pari grado, che si designa in una diversa Sezione della Corte di Appello di Milano, la quale, nel riesaminare i punti relativi alle censure accolte, si atterrà ai principi ed ai rilievi sopra enunciati ed esposti.
Il giudice di rinvio provvederà anche in ordine al regolamento delle spese di questo giudizio di legittimità».

Cass. civ. Sez. III, 08-01-1996, n. 58: «1. - Il ricorso principale ed il ricorso incidentale hanno dato luogo a distinti procedimenti che debbono essere riuniti perché riguardano impugnazioni proposte contro la stessa sentenza (art. 335 cod. proc. civ.).
2. - Il ricorso principale contiene quattro motivi. 3. - Il primo motivo denunzia un vizio di difetto di motivazione su punto decisivo della controversia, costituito dalla natura privata o pubblica della strada (art. 360 n. 5 cod. proc. civ.). Il ricorrente premette che, se la strada di cui la corte d'appello ha accertato l'esistenza fosse da qualificare privata, i fondi posti ai due lati d'essa dovrebbero essere considerati da un punto di vista giuridico come confinanti: osserva che dalla relazione di consulenza risultavano tre elementi di fatto non tenuti in considerazione dalla corte d'appello e cioé che il sedime era di proprietà dei confinanti sino alla sua mezzeria, la strada non era carrozzabile, essa aveva perso l'idoneità ad addurre a luoghi di interesse generale mentre il comune non ne assicurava più la manutenzione e la vigilanza.
Il secondo motivo denunzia un vizio di contraddittorietà della motivazione in relazione 21 medesimo punto (art. 360 n. 4 cod. proc. civ.).
Il ricorrente osserva che dal certificato rilasciato dal comune risultava che la strada era stata inserita nell'elenco di quelle vicinali: questo elemento avrebbe dovuto condurre ad escludere che il suolo fosse di proprietà comunale, di tal che la strada avrebbe a tutto concedere potuto essere considerata aver costituito originariamente oggetto di una servitù d'uso pubblico e però questa servitù era venuta meno per non uso.
Il terzo motivo denunzia un vizio di violazione di norma di diritto (art. 360 n. 3 cod. proc. civ., in relazione agli artt. 8 L. 26 maggio 1965, n. 590 e 7 L. 14 agosto 1971, n. 817): il vizio sarebbe integrato dall'aver la corte d'appello considerato non confinanti terreni tra i quali è interposta una strada privata, strada che poi - nel caso concreto - sarebbe risultata da tempo abbandonata e non più percorribile con automezzi.
I tre motivi sono tra loro connessi e possono essere esaminati congiuntamente.
Essi non sono fondati.
4.1. - L'art. 7, comma 2, n. 2) L. 14 agosto 1971, n. 817 ha esteso al coltivatore diretto proprietario di terreni confinanti con i fondi offerti in vendita, il diritto di prelazione configurato dall'art. 8 L. 26 maggio 1965, n. 590 e da questa norma attribuito al coltivatore diretto insediato sul fondo.
La disposizione, in dottrina come in giurisprudenza, ha dato luogo a due diverse interpretazioni, riconducibili alle contrapposte tesi della c.d. "contiguità funzionale" e della c.d. "contiguità materiale".
Le sezioni unite della Corte, componendo il contrasto manifestatosi al riguardo nelle sezioni semplici, con la sentenza 27 marzo 1988 n. 2582, hanno affermato che l'art. 7 va interpretato nel senso che, ai fini della sua applicazione, debbono intendersi per "terreni confinanti" quelli caratterizzati da contiguità materiale e fisica.
La stessa interpretazione è stata poi seguita dalla costante giurisprudenza della Corte (sent. 25.7.1990 n. 7503; 2.2.1991 n. 1004; 17.12.1991 n. 13358; 9.2.1994 n. 1331; 9.11.1994 n. 9319; 2.2.1995 n. 1244).
I giudici di merito vi si sono attenuti e, poiché la parte non l'ha criticata, essendosi limitata a sostenere che nel caso una situazione di contiguità materiale e fisica non mancava, la Corte è esonerata dal dover motivare la propria adesione all'interpretazione in precedenza seguita.
4.2. - La sentenza impugnata ha escluso che il fondo oggetto della vendita e quello di proprietà dell'attuale ricorrente fossero materialmente confinanti e lo ha fatto in base alle seguenti ragioni.
La corté d'appello ha accertato che da tempo immemorabile, tra il fondo venduto al Mordente e quello di proprietà del Curi, v'era una strada vicinale, la cui manutenzione e vigilanza, prima esercitate dal comune, all'epoca della vendita erano state abbandonate, senza però che fosse venuta del tutto meno la possibilità di percorrere quella via, sia pure a piedi o con fuori strada.
La corte d'appello ha ancora accertato che nel catasto la via appariva iscritta tra le strade pubbliche e che il comune, come si desumeva da un certificato 24.3.1988 del sindaco relativo alla manutenzione della strada, ne aveva sempre mantenuto il possesso: ne ha tratto la conclusione che la strada apparteneva al comune, quantomeno per il fatto d'averla acquistata per usucapione.
La decisione è dunque il frutto da un lato di una valutazione di merito circa la situazione dei luoghi nel tempo ed all'epoca della vendita, dall'altro dell'applicazione di concetti giuridici in materia di strade: l'una e l'altra operazione sono state fatte oggetto di critica e le censure vanno esaminate in vista dello stabilire se le ragioni addotte dalla corte d'appello valgano o no a sorreggerne la decisione avuto riguardo al principio di diritto in base al quale la controversia va risolta.
4.3. - Le strade, in relazione all'uso cui sono destinate, si distinguono in pubbliche e private.
Sono pubbliche le strade di uso pubblico (art. 1 della L. 12 febbraio 1958, n. 126): tra queste sono comprese, per quanto qui interessa, sia le strade comunali, cioé quelle che si svolgono su suoli di proprietà del comune, assolvono a determinate funzioni corrispondenti ad un uso pubblico generale (art. 7 L. 12 febbraio 1958, n. 126) e perciò appartengono al demanio comunale (artt. 824, comma 1, e 822 cod. civ.), sia le strade che, indipendentemente dal soggetto pubblico o privato al cui patrimonio appartenga il terreno, che può dunque essere in ipotesi anche il comune, non assolvono alla funzione propria delle strade comunali e tuttavia sono soggette a pubblico transito, strade che la legge definisce vicinali (artt. 1, 9 e 14 della legge n. 126 del 1958; artt. 1 e 3 D. Lvo. Lgt. 1 settembre 1918, n. 1446).
Sono private le strade vicinali non soggette a pubblico transito (art. 1 D. Lvo. Lgt. n. 1446 del 1918) e a queste si riconducono le strade agrarie private.
Il bene immobile costituito dal suolo di una strada vicinale aperta al transito pubblico - come si è veduto può di fatto appartenere sia al patrimonio del comune come di ogni altro ente pubblico, sia al patrimonio di privati.
Su questo bene, nel caso delle strade vicinali soggette al pubblico transito, si esercita una servitù di passaggio, di cui non è titolare il comune come tale, ma la collettività dei soggetti che ne usufruiscono, i quali possono essere costituiti in consorzio (art. 14 della legge n. 126 del 1958; D. Lvo. Lgt. n. 1446 del 1918). Il comune, concorre alla manutenzione delle strade vicinali (art. 51, comma 2, L. 20 marzo 1865, n. 2248, all. F; art 3, comma 1, D. Lvo.
Lgt. n. 1146 (NDR: così nel testo) del 1918) ed esercita a loro riguardo poteri di vigilanza e polizia (art. 15, commi 1 e 2, D. Lvo.
Lgt. n. 1146 (NDR: così nel testo) del 1918), in quanto il diritto di servitù è soggetto al regime dei beni demaniali (art. 825 cod. civ.), ma questi poteri spettano al comune in vista dell'assicurare l'esercizio della medesima servitù, sicché non comprendono quelli di gestione del bene immobile su cui la servitù insiste (Cass. 2.3.1964 n. 469; 22.11.1968 n. 3794).
Il bene immobile costituito dal suolo di una strada vicinale non soggetta a pubblico transito e delle strade agrarie private appartiene ai privati che hanno concorso a realizzarle: anche quando gli apporti dei soggetti che hanno concorso nella sua costituzione siano rappresentati da porzioni dei terreni latistanti - ma ciò non si verifica a proposito del proprietario del terreno cui la strada conduce terminandovi - le singole porzioni sono distaccate dai terreni cui appartenevano (Cass. 19.1.1973 n. 193, 27.6.1969 n. 2329, 28.7.1962 n. 2199, 22.6.1962 n. 1615) e si determina a favore di tutti un acquisto del nuovo bene formatosi per unione (artt. 922 e 939, comma 1, cod. civ.) (Cass. 19.5.1984 n. 3108; 3.10.1974 n. 2577).
Di questo bene i soggetti, che hanno concorso alla sua costituzione, usufruiscono come proprietari, in quanto esso è oggetto di una comunione tra loro, e non a titolo di servitù (Cass. 15.4.1994 n. 3536 tra le più recenti).
La servitù d'uso pubblico, se non deriva da un atto negoziale o provvedimento volto a costituirla, si acquista per usucapione (Cass. 29.4.1995 n. 4755) e l'uso che dà luogo a tale acquisto può sia esercitarsi su una preesistente strada agraria privata sia realizzarsi prescindendo dalla preesistenza di una situazione siffatta.
4.4. - I fatti accertati dalla corte d'appello sono stati, che tra i due fondi - quello oggetto della vendita al Mordente e quello di proprietà Curi - correva da tempo immemorabile la strada vicinale "Terrabianca", alla cui manutenzione, alla data della vendita, il comune non provvedeva oramai da tempo e che era perciò divenuta impraticabile da normali veicoli, ancorché il tracciato stradale tuttora sussistesse e la strada fosse percorribile a piedi e con "fuori strada". Altro fatto accertato dalla corte d'appello, che la strada risultava iscritta al nuovo catasto terreni del comune di Servigliano alla partita 5 intestata a "strade pubbliche". La corte d'appello ha tratto da ciò la conclusione dell'esistenza di una strada vicinale aperta al transito pubblico, il suolo della quale apparteneva al comune.
La ragione della decisione va dunque colta unitariamente nella considerazione che i due fondi non erano materialmente contigui, perché tra di essi era interposto un altro immobile, non appartenente né al proprietario che aveva venduto né al proprietario che avrebbe voluto essere preferito nella vendita.
4.5. - La critica rivolta a questa ragione del decidere con il primo motivo di ricorso non è fondata perché muove da un presupposto erroneo in diritto.
L'assunto del ricorrente - che si sarebbe trattato di una strada vicinale privata, cioé non aperta al pubblico transito - non vale ad escludere la conformità della decisione a diritto, avrebbe solo imposto una diversa motivazione.
Si è infatti veduto che il terreno che costituisce la sede di una strada vicinale non aperta al pubblico transito e delle strade private agrarie può risultare dall'unione di porzioni distaccate dai fondi confinanti, ma si è visto anche che queste porzioni non restano nella proprietà individuale di ciascuno dei conferenti sì da risultare soggette a servitù di passaggio a favore degli altri, ma danno luogo alla formazione di un nuovo bene, oggetto di comunione e goduto da tutti in base a un comune diritto di proprietà: sicché i fondi posti ai suoi lati non possono essere considerati contigui tra loro, cioé separati da un comune confine, ma vanno considerati come fondi non contigui materialmente e fisicamente perché tra di loro è interposto un nuovo immobile oggetto non di proprietà individuale, ma di proprietà comune e da nessuno utilizzabile altrimenti che come strada, almeno sino a tanto che la comunione sussiste.
4.6.1. - La critica svolta con il secondo motivo di ricorso è corretta dal punto di vista logico-giuridico, ma il motivo resta infondato, perché la critica non cade su di un punto decisivo.
La corte d'appello è incorsa in un vizio di difetto di motivazione quando ha affermato che la strada apparteneva al demanio comunale.
L'art. 20 della L. 20 marzo 1865, n. 2248, All. F - che fa parte delle disposizioni comuni alle strade nazionali, provinciali, comunali e vicinali, dettate dalla stessa legge - stabilisce che "Gli elenchi delle strade approvati definitivamente, e di cui sarà deposta copia negli archivi della prefettura, fanno prova in materia di strade per tutti gli effetti di ragione" (comma 1), ma aggiunge che "Le questioni che insorgono sulla proprietà del suolo delle medesime e delle opere annesse sono giudicate dai tribunali ordinari".
La corte d'appello, poiché si discuteva della proprietà del suolo di una strada, poteva trarne la dimostrazione dalle prove dedotte in giudizio ed anche valutare a questo fine le risultanze del catasto: la corte d'appello non ha però valutato quanto risultava dai certificati rilasciati dal sindaco del comune di Servigliano - inseriti nei fascicoli di parte Curi e Mordente - dai quali risultava rispettivamente che la strada "Terrabianca", mentre non era inclusa negli elenchi delle strade comunali, lo era in quello delle strade vicinali.
La considerazione di tali certificati, che la corte d'appello ha trascurato senza darne spiegazione, avrebbe consentito di indirizzare l'indagine sulla proprietà del suolo della strada muovendo dalla sua natura di vicinale aperta al transito pubblico, in conformità del resto con la serie di fatti accertati quanto al godimento del bene.
La questione della appartenenza del suolo, se impostata nei termini giuridici risultanti da quanto esposto più sopra al punto 4.3., non avrebbe allora dovuto essere risolta argomentando dalla manutenzione e vigilanza esercitata sulla strada dal comune, atteso che tali attività sono manifestazione dei poteri che il comune ha riguardo alle vicinali aperte al transito pubblico e sono perciò inespressive di una volontà di possedere la strada come propria; avrebbe dovuto bensì essere risolta considerando che, se non fosse risultata una previa appartenenza dei fondi al comune all'epoca cui risaliva la formazione della strada, la striscia di terreno non poteva che essere appartenuta ai privati proprietari dei fondi contermini.
Se non che una tale indagine, per le ragioni di seguito esposte, era superflua.
4.6.2. - La presenza tra i due fondi di una strada vicinale aperta al transito pubblico, quale era la strada in questione secondo l'accertamento operatone dalla corte d'appello, deve infatti ritenersi faccia sì che i medesimi fondi non possano ritenersi fisicamente e materialmente contigui.
Nel caso in cui è stata resa la sentenza delle sezioni unite richiamata in precedenza i due fondi s'erano presentati divisi, tra l'altro, da una strada vicinale, ma nella sentenza il tema della natura pubblica o privata di tale strada non è preso in considerazione.
Altra decisione di questa Corte - la sentenza 17.12.1991 n. 13558
- ha invece considerato che la contiguità tra i fondi non è interrotta dalla presenza di un fosso interposto tra di essi, che si presume di proprietà comune (art. 897 cod. civ.), sicché i terreni posti ai due lati finiscono col presentare un confine comune.
La Corte osserva che, in linea di principio, come si è veduto più sopra e tralasciando qui il caso della servitù di pubblico passaggio costituita su fondo appartenente al patrimonio disponibile dello stesso comune, la costituzione di tale servitù può avvenire sia per effetto di un passaggio direttamente stabilito su porzioni di terreno per accidente appartenenti a fondi confinanti sia per un passaggio esercitato su una preesistente vicinale non aperta all'uso pubblico realizzata attraverso conferimenti di terreno distaccati dalle proprietà contermini e che solo nel primo caso e non anche nel secondo, come anche si è veduto, potrebbe parlarsi di persistente contiguità dei fondi da un punto di vista giuridico, anche se non materiale e fisico.
Orbene, le sezioni unite, nel motivare le ragioni della scelta della tesi della contiguità materiale e fisica, hanno posto in rilievo che un'esigenza primaria di certezza del diritto impone che agli elementi testuali, utilizzati dal legislatore nella strutturazione della norma disciplinatrice di un atto di diffuso commercio giuridico, quale l'alienazione di fondi rustici, sia attribuito un significato che ne riveli una pregnanza giuridica il più possibile precisa e che nel contempo ne salvaguardi l'attitudine a realizzare senza una fase giurisdizionale contenziosa le finalità perseguite dalla disciplina: hanno osservato che "sotto tale profilo, mentre, intendendo per "fondi confinanti" quelli contrassegnati da una linea di demarcazione tra proprietà diverse, si esprime da parte del legislatore e si recepisce da parte dell'interprete un concetto giuridico, in quanto descrittivo di una situazione di contiguità territoriale di tipo e valore giuridico, se per fondi confinanti si intendessero, invece, quelli accorpabili nell'ambito di una stessa azienda in ragione di una loro adiacenza funzionale, la locuzione in esame verrebbe ad essere stemperata in un significato metagiuridico di ben minore concretezza ed oggettivabilità, siccome espressiva di un giudizio di valore a sostanziare il quale dovrebbero concorrere nozioni di agronomia, di tecnica e di economia aziendale oltre ché di diritto, del tutto avventatamente presupposte dai conditores quale bagaglio minimo culturale comune a tutti i destinatari della norma".
Le sezioni unite, a conclusione della loro disamina, hanno osservato che "in definitiva, ove si smarrisse il filo conduttore della contiguità in senso materiale ed ove ci si orientasse al lume incerto della adiacenza in senso funzionale, il miraggio di una finalità mediata ed ultima - quella della costituzione di imprese agricole di dimensioni ottimali - verrebbe fatalmente a confliggere con l'attingimento di una finalità più prossima ed immediata - quella della ricomposizione fondiaria attraverso l'accorpamento di terreni goduti dallo stesso proprietario-coltivatore diretto. E tutto ciò sebbene sia proprio detta possibilità di accorpamento - occasionata dalla materiale posizione di adiacenza di una superficie ad un'altra - a giustificare in primis l'istituto in esame e la sua qualificazione come prelazione del confinante".
Queste considerazioni danno ragione anche del perché, se tra i fondi è interposta una strada vicinale, i fondi debbano essere considerati in ogni caso non confinanti ai fini dell'istituto della prelazione agraria, senza di che situazioni che da un punto di vista effettuale, cioé della possibilità di accorpamento, sono caratterizzate dallo stesso tratto di discontinuità materiale come riflesso dell'esercizio di un diritto di passaggio potenzialmente destinato a perdurare nel tempo in modo indefinito, si troverebbero ad essere diversamente disciplinate e ad esserlo sulla base di un elemento per solito non facilmente accertabile, rappresentato dalla natura giuridica del passaggio e dai modi della sua costituzione.
4.7. - La critica formulata nel terzo motivo di ricorso, per i suoi aspetti di diritto è stata già confutata, mentre nei suoi aspetti di fatto si risolve nel contrapporre una valutazione dei fatti ad un'altra valutazione, senza che in questa siano posti in evidenza vizi logici e giuridici.
5. - Il quarto ed ultimo motivo del ricorso principale denunzia un vizio di difetto di motivazione su punto decisivo della controversia (art. 360 n. 5 cod. proc. civ.).
Il ricorrente osserva che dalle concordi prove testimoniali assunte emergeva che per lungo tratto il sedime della strada era smottato, ripristinando la contiguità materiale tra i fondi.
Il motivo non è fondato.
La corte d'appello ha accertato che il tracciato della strada ancora sussiste ed è percorribile: questo accertamento di fatto avrebbe dovuto costituire oggetto di una critica formulata indicando non già, in modo generico, che il contrario risultava, almeno in parte dalle deposizioni concordi dei testimoni, ma indicando nel ricorso le dichiarazioni rese sullo specifico punto dalle persone interrogate e dimostrando l'incompatibilità logica tra il contenuto di tali dichiarazioni e la valutazione dei fatti complessivamente compiuta dai giudici di merito.
6. - Il ricorso principale proposto da Sante Curi è in conclusione rigettato.
7. - Il ricorso incidentale proposto da Stanislao Ilario Cutini è stato notificato in modo valido e non in modo nullo.
La notificazione dell'impugnazione, eseguita oltre l'anno dalla pubblicazione della sentenza, ma nel termine derivante dall'applicazione della sospensione feriale dei termini processuali (art. 1 L. 7 ottobre 1969, n. 742), va fatta nel rispetto di quanto stabilito dall'art. 330, comma 1, cod. proc. civ. (come è stato affermato nella sentenza 20 dicembre 1993 n. 12593 delle sezioni unite): in questo caso si tratta pur sempre di impugnazione fatta entro il termine stabilito dall'art. 327 cod. proc. civ., solo decorso. il quale, se l'impugnazione è ancora ammissibile, la notificazione va eseguita a norma dell'art. 330, comma 3, cod. proc. civ.
La notifica, nel caso, è stata fatta nel termine di un anno, prorogato a seguito della sua sospensione feriale, presso il procuratore costituito nel giudizio concluso dalla sentenza impugnata.
Il ricorso incidentale contiene tre motivi.
8. - Il primo motivo denunzia un vizio di violazione di norme di diritto (art. 360 n. 3 cod. proc. civ., in relazione agli artt. 2699 e 2700 cod. civ.).
La corte d'appello ha ritenuto che il Cutini non abbia dato la prova di aver intrapreso da almeno due anni ed in forma abituale la coltivazione del proprio fondo.
Il ricorrente, criticando tale punto della decisione, sostiene che la corte d'appello non poteva non porre a base della decisione quanto risultava dai certificati da lui esibiti, cioé che egli era iscritto negli elenchi dei coltivatori diretti sin dal 1970, sicché v'era la prova di un'abituale coltivazione del fondo da parte sua da ben più di due anni: al riguardo richiama la sentenza 7.6.1991 n. 6516 di questa Corte, da cui è stata estratta la seguente massima: - Gli elenchi dei lavoratori agricoli formati dagli Scau integrano veri e propri accertamenti costitutivi dello status del lavoratore agricolo ed hanno, quindi, natura di atti amministrativi formali con effetti costitutivi, che sono assistiti da presunzione di legittimità facente fede fino a querela di falso. Identica efficacia va riconosciuta agli elenchi dei coltivatori diretti che, in base al d.l. 3 febbraio 1970, n. 7 (convertito in l. 1 (NDR: così nel testo) marzo 1970, n. 83), sono tenuti presso ogni comune sotto il controllo di una commissione presieduta dal sindaco".
Il motivo non è fondato.
Il punto della decisione investito da critica costituisce il risultato della valutazione delle prove raccolte nel giudizio.
La valutazione delle prove deve essere operata dal giudice secondo il suo prudente apprezzamento (art. 116 cod. proc. civ.): si è in presenza di un giudizio, che rientra nei poteri del giudice di merito e può essere sindacato dalla corte di cassazione o perché viziato da violazione di norme sulla rilevanza delle prove o perché viziato da difetto di motivazione.
L'art. 31, comma 1, L. 26 maggio 1965, n. 590 descrive la figura di coltivatore diretto ai fini dell'applicazione delle norme, che sono dettate dalla stessa legge.
L'art. 31 non dispone che la parte, la quale abbia interesse all'affermazione della propria qualità di coltivatore diretto, possa provarla attraverso l'esibizione di certificato che ne attesti l'iscrizione negli elenchi dei coltivatori diretti formati ai fini dell'applicazione delle norme sulle assicurazioni sociali. L'avesse previsto, avrebbe dovuto anche prevedere, pena altrimenti la sua illegittimità costituzionale per violazione dell'art. 24 Cost., la possibilità dell'altra parte di dare la prova contraria (si considerino al riguardo le sentenze 12 luglio 1972 n. 132 e 18 novembre 1976 n. 225 della Corte costituzionale in tema di prova del reddito del conduttore ai fini dell'applicazione delle norme in materia di proroga legale delle locazioni).
I certificati dello S.C.A.U., cui il ricorrente si richiama, riflettono il contenuto di valutazioni operate dalla pubblica amministrazione: non hanno il valore di una prova legale, ma quello, solo dimostrativo, di un'informazione circa il risultato di un accertamento compiuto a diverso fine dalla pubblica amministrazione, risultato anch'esso soggetto a valutazione da parte del giudice, il quale può tenere conto delle modalità che avrebbero dovuto e sono state in concreto seguite per compierlo e dei limiti in cui il fatto accertato e le valutazioni in ordine ad esso compiute dall'amministrazione coincidono con quelli che lo stesso giudice avrebbe dovuto operare (Cass. 24.1.1983 n. 679, pur resa in un caso in cui si discuteva del diritto alla proroga legale del contratto, ha posto in rilievo che l'iscrizione negli elenchi riflette una condizione professionale e non l'accertamento dell'attività di coltivatore diretto svolta sul fondo).
Orbene, la corte d'appello non ha omesso di prendere in considerazione il certificato dello S.C.A.U. richiamato nel motivo.
La corte d'appello ha bensì osservato che l'iscrizione negli elenchi dei coltivatori diretti era stata eseguita solo il 22.9.1977, cioé in epoca successiva alla vendita del fondo che si voleva riscattare, e che la parte non aveva dato prova di quanto affermato, cioé che l'iscrizione era stata chiesta da lui già nel 1970, ma era avvenuta in ritardo per "lungaggini burocratiche>: ne ha tratto argomento per svalutare l'efficacia dimostrativa di un'iscrizione pur fatta risalire dall'amministrazione al 1970. Ciò costituisce manifestazione di prudente e non sindacabile apprezzamento nella valutazione delle prove.
La corte d'appello ha anche preso in considerazione il certificato del sindaco, sia pure per considerarlo privo d'ogni pregio probatorio: se non che gli elenchi tenuti dalla commissione locale per la manodopera agricola di cui parla il ricorrente (art. 7 D.L. 3 febbraio 1970, n. 3 (NDR: così nel testo) conv. con modif. in L. 11 marzo 1970, n. 83) non hanno un valore diverso da quello prima veduto e comunque il certificato del sindaco, come risultava dal richiamo all'abrogato art. 52 n. 15 del T.U. della legge comunale e provinciale del 1934, costituiva un attestato di notorietà pubblica e non un certificato contenente l'attestazione di quanto risultante dagli elenchi prima indicati, che nel testo del certificato non apparivano nominati.
La corte d'appello non ha preso in considerazione il certificato di pensione, ma la decisività di tale documento era esclusa anche dal fatto che esso, se conteneva l'indicazione "coltivatore diretto", non ne recava alcuna che si riferisse in concreto alle circostanze rilevanti ai fini dell'applicazione dell'art. 31 della legge n. 590 del 1965.
9. - Il secondo motivo denunzia un vizio di omessa motivazione (art. 360 n. 5 cod. proc. civ.).
Il ricorrente osserva che la corte di appello non si sarebbe accorta "neppure della firma del Cutini Stanislao sulla richiesta per avviare i braccianti agricoli al lavoro, inoltrata per l'anno 1976".
Il motivo non è fondato.
La corte d'appello ha osservato al riguardo che la richiesta non era stata fatta dal Cutini ma da sua madre, Zelinda Ferrini, quale datrice di lavoro: ed in effetti le richieste, intestate all'Azienda agricola Ferrini Zelinda, appaiono firmate "P. Ferrini Zelinda Ilario Cutini", sicché la corte d'appello ha compiuto una valutazione di merito congruente con il fatto preso in considerazione.
10. - Il terzo ed ultimo motivo denunzia un vizio di difetto di motivazione (art. 360 n. 5 cod. proc. civ.).
La critica è rivolta contro la valutazione delle prove testimoniali operata dalla corte d'appello.
Il motivo non è fondato.
La corte d'appello ha svolto un'analitica disamina delle dichiarazioni rese dai testimoni ed ha spiegato che talune erano state generiche quando non contraddittorie sia riguardo alla frequenza e natura delle operazioni colturali eseguite dal Cutini sul fondo sia riguardo all'epoca in cui egli aveva cominciato ad interessarsene, mentre ben precise ne erano state altre nell'escludere che il Cutini avesse mai direttamente coltivato il fondo in epoca anteriore al 1977, fondo che era stato coltivato invece mediante l'opera di braccianti.
Si tratta di una motivazione immune da vizi logico-giuridici. 11. - Il ricorso incidentale è pur esso rigettato.
12. - La Corte ritiene che le spese di questo grado del giudizio possono essere compensate nei rapporti tra il ricorrente principale Curi e le altre parti, mentre non deve essere resa pronunzia sulle spese nei rapporti tra il ricorrente Cutini ed il Mordente, il quale non ha notificato controricorso per resistere al ricorso proposto da quest'ultimo né si è costituito, depositando il relativo mandato, sia pure allo scopo di svolgere difese in sede di discussione».

Cass. civ. Sez. Unite, 27-10-1990, n. 10432: «Col primo motivo, la Monaco denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1063,1064,1065,1362,1375 c.c., in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c., lamentando che la sentenza non abbia considerato la portata del contratto, la situazione dei luoghi, relativamente al dubbio circa la estensione della servitù; non abbia tenuto conto che l'art. 1064 dispone che la servitù comprende tutto ciò che è necessario per usarne e che gli elementi che servono ad individuare l'estensione della servitù sono stato dei luoghi, l'ubicazione e la sentenza del fondo dominante e la sua naturale destinazione, per cui ne consegue che una strada larga metri 6 e più che sufficiente per il passaggio pedonale e carrabile.
Nella servitù costituita mediante titolo, occorre procedere alla sua interpretazione, indagano su quale sia stata la comune intenzione delle parti e cioé quali esigenze del fondo dominante abbiamo voluto soddisfare; nella specie, il titolo non è chiaro e di dubbia interpretazione; infatti se è vero che nella planimetria le strade sono previste di tipo I° di metri 8 e di tipo II° di metri 6, è anche vero che dall'art. 7 risultava una larghezza di metri 6 ed il contrasto con piano di lottizzazione. Il contrasto, determina un'incertezza, il che rende inevitabile il ricorso all'art. 1065 c.c., come aveva affermato il Tribunale.
La ricorrente osserva che si era allineata alla costruzione precedente sulla strada e si adeguava all'art. 7, posto che la strada era a carico del venditore ed era già costruita, quando aveva iniziato la costruzione del fabbricato; era poi divenuta di sua proprietà, col solo obbligo di consentire il passaggio agli altri lottisti; soccorreva, pertanto, la norma dell'art. 1366, e, con riferimento all'art. 1362 c.c., la comune intenzione era quella di lasciare la strada di metri 6, così come voluto dal proprietario del terreno, anche tenuto conto dell'art. 9 del contratto: se l'espressione "salvo per le strade" fosse stata inserita dopo il termine "variato", sarebbe stata chiara l'interpretazione dove di trova, significa che la salvezza della strada può riguardare i venditori, che l'hanno variata ovvero gli acquirenti, che potevano variarla.
Secondo la ricorrente, con riguardo agli artt. 1363, 1369 e 1371 c.c., la conclusione era che le strade dovevano servire all'uso comune di tutti i lotti e, a tal fine, erano sufficienti quelle larghe metri 6, in quanto permettevano il passaggio a piedi o con carri con sufficiente comodità, mentre l'amenità ed il decoro erano questioni esultanti dalla causa, senza contare che la strada in oggetto non era la sola di metri 6, sicché non era dato capire quali requisiti di amenità e decoro quella di metri 6 dovrebbe tutelare.
I giudici d'appello, osserva la ricorrente, non si erano soffermati sul rilievo che la strada non era di alcuna utilità e non rivestiva nessun interesse per i Pandolfelli, la cui costruzione era distante 200 metri ed era servita da strada propria.
Infine, la ricorrente osserva che, quando i Pandolfelli avevano acquistato il loro lotto, l'intero complesso e tracciato viario previsto era stato realizzato, cosicché la servitù di passaggio costituiva dal venditore a loro favore veniva ad incidere su una strada già costruita e venduta alla Monaco che non l'aveva mai modificata; aggiungasi che, non essendo stato trascritto il rogito Pandolfelli all'epoca dell'acquisto della Monaco, quella servitù non poteva essere opposta a quest'ultima, terza nel contratto, mentre risultava che al momento in cui acquistavano i Pandolfelli erano a conoscenza che la strada sulla quale veniva costituita servitù di passaggio era di fatto di metri 6, accettandola in tale misura, senza muovere alcun appunto.
Il motivo è infondato.
L'art. 1063 c.c. stabilisce una graduatoria delle fonti regolatrici dell'estensione e dell'esercizio della servitù, ponendo a fonte primaria il titolo costitutivo del diritto, mentre i precetti dettati dai successivi artt. 1064 e 1065 rivestono carattere meramente sussidiario e possono trovare applicazione soltanto quando il titolo manifesti l'impiego di adeguati criteri ermeneutici. Ove il contenuto e le modalità di esercizio risultino puntualmente ed inequivocabilmente determinati dal titolo, a questo soltanto deve farsi riferimento, senza possibilità di fare ricorso al criterio del soddisfacimento dei bisogni del fondo dominante, col minore aggravio di quello servente (Cass. 25 marzo 1987 n. 2893; Cass. 29 luglio 1983 n. 5228).
Nella specie, il giudice del merito ha ritenuto che l'atto costitutivo della servitù è chiaro e non equivoco, ed ha pertanto esattamente applicato il principio che deve osservarsi in tema di interpretazione; quello del carattere fondamentale e prioritario dell'elemento letterale (cass. n. 4309-86; n. 3823-85; n. 2525-84; n. 4472-87; n. 5437-87) perché la riserva della comune intenzione delle parti, in tal caso, non è affatto esclusa, ma è conclusa appunto dall'elemento letterale, il quale esaurisce ed assorbe ogni altro possibile mezzo di interpretazione (Cass. n. 511 del 1984; n. 2352 del 1984; n. 707 del 1987).
La ricorrente si limita ad apporre una propria interpretazione a quella motivatamente esposta dal giudice del merito, senza spiegare perché le norme sull'interpretazione dei contratti sarebbero state violate, posto che il giudice non deve fare ricorso ai criteri di cui agli articoli 1366 e seguenti, se i criteri principali degli articoli 1362 e 1363 sono stati sufficienti (Cass. n. 2209 del 1984). La censura è inammissibile sia perché si esaurisce in una critica del risultato raggiunto dal giudice del merito, mediante la contrapposizione di una diversa interpretazione (Cass. n. 5606 del 1986; Cass. n. 1356 del 1988; Cass. n. 5657 del 1986) sia perché non è sottoposta a censura tutta la lunga parte della motivazione (definita dalla Corte di appello "di per sé sufficiente") attinente ai calcoli che concorrevano a dimostrare l'esattezza dell'interpretazione secondo cui la strada doveva essere larga metri 8 anziché 6.
In ordine all'argomento del preteso contrasto fra l'art. 2 e la planimetria, da un lato, e l'art. 7 del rogito, la Corte d'appello ha dato una spiegazione corretta, in base al criterio secondo cui la carenza di precisazione del titolo non può essere desunta da pattuizioni che solo indirettamente riguardano la servitù, quali sono quelle che pongono a carico del venditore di un lotto di terreno l'esecuzione di determinate opere (Cass. 21 settembre 1977 n. 4034).
Non è esatto che la sentenza impugnata abbia trascurato di esaminare l'argomento circa la pretesa inutilità della strada per i Pandolfelli, dal momento che l'ha respinto espressamente (V. pag. 11 e 16), con argomentazioni di merito che sfuggono al sindaco di questa Corte. La situazione di fatto al momento dei rispettivi acquisti è evidentemente irrilevante, di fronte al tenore espresso del titolo; ed, infine, la pretesa inopponibilità della servitù non può trarsi dalle norme sulla trascrizione, posto che non è censurato l'espresso accertamento del giudice d'appello, secondo cui la servitù era stata costituita in forza dello stesso atto di acquisto della Monaco (v. Cass. n. 1378 del 1976). Col secondo motivo, la Monaco denuncia l'omessa motivazione di un punto decisivo (art. 360 n. 5 c.p.c.), circa l'applicabilità dell'art. 1067 c.c., secondo il quale l'opera in violazione della servitù costituita mediante titolo è illegittima soltanto se comporti un'obiettiva diminuzione di utilità od un'insoddisfazione delle esigenze del fondo dominante, ovvero se incida sulle modalità di esercizio, rendendole più difficoltose rispetto a quanto previsto dall'atto costitutivo. Ne consegue che, anche se la ricorrente avesse ristretta la strada di sua proprietà, l'innovazione, sostanziandosi nel portare la larghezza della strada da metri otto a metri sei sarebbe non vietata, perché la servitù si esplicherebbe in tutta sufficienza e comodità.
Tale larghezza è conforme al P.R.G. del Comune, approvato dalla Regione il 20 novembre 1972, ancor prima che i Pandolfelli iniziassero la causa e senza che essi abbiano fatto osservazioni al P.R. Il motivo èinfondato, perché il punto non aveva affatto carattere decisivo. Invero, quando il contenuto della servitù risulta - come nella specie - dal titolo, è vietata ogni innovazione, che si risolva in una violazione del titolo, (Cass. 14 agosto 1986 n. 5048; Cass. 29 luglio 1983 n. 5228, cit.) se l'innovazione comporta un'obiettiva diminuzione delle utilità o insoddisfazione delle esigenze del fondo dominante (Cass. n. 1697 del 1976), che nella specie sono state identificate dal Giudice di merito, oltre che nell'assicurare il passaggio, nell'attribuire a tutte le proprietà determinate caratteristiche di comodità, amenità e decoro.
Non ha carattere decisivo, quindi il mero riferimento alle sole esigenze del passaggio, se il titolo è stato interpretato incensurabilmente in modo più ampio, sicché dalle opere compiute (avanzamento della recinzione di due metri) risultava non soltanto una diminuzione dell'esercizio della servitù e la sua maggiore incomodità, ma soprattutto la violazione dell'estensione e natura del titolo, in relazione alle utilità contemplate nell'atto costitutivo, per cui non era consentito alcun apprezzamento discrezionale in ordine al contenuto di dette utilità ed all'entità del pregiudizio arrecato dal proprietario del fondo servente (Cass. 13 aprile 1981 n. 2191).
Col terzo motivo, la Monaco denuncia l'omessa motivazione su un punto decisivo (art. 360 n. 1 c.p.c.), osservando che, resosi vincolante per le strade in questione il Piano regolatore Generale del Comune e nessun osservazione od opposizione essendo stata mossa dal Pandolfelli, la strada, contemplata dal P.R.G. della larghezza di metri 6, deve restare dell'attuale dimensione; e per allargare la strada fino a metri 8 necessita un provvedimento dell'Autorità giudiziaria o dell'Autorità amministrativa, il che pone una questione di giurisdizione anche sotto altro profilo: infatti l'esecuzione della sentenza comporta la necessità di eseguire opere edilizie consistenti nella demolizione del muro di cinta in posizione più arretrata, con necessità della concessione edilizia (art. 1 legge n. 10 del 1977). In tale situazione, si verifica un difetto di giurisdizione del G.O. rispetto alla P.A., da sollevarsi in sede di cognizione.
Il motivo è infondato, sotto entrambi i profili dedotti, che non riguardano una motivazione su un punto di fatto decisivo, ma questioni di diritto.
a) La conformità o meno al piano regolatore della larghezza della strada (a parte il fatto che non è stata sollevata in appello) non può riguardare la controversia fra privati, che deve risolversi in base al titolo contrattuale (cfr., in generale, Sez. Un. 3 luglio 1989 n. 3184) il quale prevale sulla disciplina derivante dal piano regolatore, salvi i poteri del Comune a norma della legge urbanistica, che non vanno esaminati in questa controversia.
b) Poiché della questione della necessità della concessione amministrativa comunale ex lege n. 10-77 e succ. mod. non si è parlato in sede di merito, essa sorgerà in sede di esecuzione forzata ex art. 612 c.p.c. nella quale il giudice adito dovrà fissare le opportune regole per l'attuazione dell'obbligo nel rispetto delle prescrizioni urbanistiche (Cass. n. 1542 del 1987).
Nell'ambito di tale attività esecutiva, dovrà essere chiesta la concessione (1) ma il problema non pone affatto una questione di giurisdizione, neppure sotto questo profilo (ancora non attuale), non essendo la P.A. parte in causa (cfr. Sez. Un. 12 giugno 1990 n. 5715). Non esiste, infatti, allo stato, alcun provvedimento amministrativo di cui il giudice ordinario debba occuparsi, nei confronti della P.A., ma soltanto una causa fra privati.
Col quarto motivo, la ricorrente denuncia l'omessa o, quanto meno, insufficiente motivazione circa altri punti decisivi (art. 360 n. 5 c.p.c.), osservando che era stata eccepita la litispendenza o la continenza fra la presente causa e quella promossa dai Pandolfelli contro i loro danti causa, Morganti - d'Ambrosio.
Inoltre, la strada è divenuta pubblica, come era stato dimostrato: a) dalla sua inclusione nella toponomastica cittadina, col nome di Majrhofen; b) dalla sua inclusione nel P.R.G. e dal previsto collegamento con la strada nazionale pontina; c) dall'apertura della stessa al traffico intenso della collettività, per cui - ai sensi dell'art. 1158 c.c. si era verificata usucapione a favore del Comune, poiché la strada era già tracciata negli anni 1967 e 1968; inoltre, la strada era stata ceduta al Comune, che l'aveva accettata, inserendola nel proprio patrimonio viario, per cui essa a doppio titolo era divenuta demaniale.
Il motivo è infondato, mancando la decisorietà di tutti i punti indicati.
I°) quanto all'eccezione di litispendenza e continenza, la stessa ricorrente deduce che l'altra causa non pende fra le medesime parti, il che esclude le due ipotesi dedotte.
II°) quanto alla pretesa pubblicità della strada (a parte la sua irrilevanza, perché come notato i resistenti, il problema di causa concerne la parte del terreno che, in modo incontroverso, è di proprietà della Monaco), la Corte ha esaminato l'atto scritto prodotto tardivamente, accertando la natura di mera offerta da parte del privato e non doveva essere esaminate, essendo prive di rilievo e non dovevano essere esaminate, essendo prive di rilievo le circostanze dedotte ai fini dell'acquisto della proprietà (la denominazione e l'inclusione nelle previsioni di un piano non sono titoli d'acquisto, e l'usucapione dedotta è quella ventennale, a decorrere dal 1967, sicché era irrilevante in una causa definita nel 1983). Lo stesso dicasi del titolo del 1985, indicato in memoria.
Al rigetto del ricorso segue la condanna alle spese».

Cass. civ. Sez. II, 17-03-1994, n. 2539: «Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione degli artt. 81, 102, 111, 132, n. 2, c.p.c., in relazione all'art. 360, n. 3 e n. 4, c.p.c., per avere la Corte (come anche il Tribunale) erroneamente omesso di pronunciare nei confronti di Feliciani Alberto, nonostante il suo nominativo figurasse: nella citazione introduttiva (e la relativa firma fosse stata autenticata dal difensore); negli atti difensivi avversari (ed una domanda riconvenzionale fosse stata proposta nei suoi confronti); nella relazione del C.T.U.; pronunciando viceversa nei confronti di Feliciani Roberto, mai stato parte del giudizio con conseguente nullità delle sentenze di I° e II° grado e con riferimento a quest'ultima anche per aver pronunciato nel confronti di sette anziché otto appellati.
Il motivo è infondato.
Esattamente il Tribunale prima e la Corte d'Appello poi, hanno pronunciato nei confronti di Feliciani Roberto che contrariamente all'assunto dei ricorrenti, è sempre stato effettiva parte, sia nel giudizio di primo grado che in quello d'appello.
L'indicazione di Feliciani Alberto contenuta nella citazione introduttiva del giudizio di I° grado, è frutto di un evidente errore, generato probabilmente da una cattiva lettura della firma di Feliciani Roberto posta in calce alla procura conferita all'avv. Russo (a margine della stessa citazione) ed autenticata dallo stesso difensore. E che si tratti di errore è dimostrato dal raffronto fra detta firma e quella che figura autenticata dal notaio, come corrispondente al nome di Feliciani Roberto, figlio di Sante Tommaso, in calce all'atto di vendita del terreno già oggetto dell'acquisto (v. rogito 15 settembre 1951, not. Schillaci in atti) da parte di Feliciani Sante detto Tommaso (padre di Feliciani Tommaso, Ilario, Angelo e Roberto) e da questi venduto ai figli (v. rog. not. Tornia 30 settembre 1971, in atti). La stessa coincidenza di firme si riscontra in altro atto di vendita di terreno, sempre in località Settebagni (atto acquisito in giudizio) nel quale Feliciani Roberto figura unitamente ai fratelli, acquirente da Giosuè Carlo (v. rogito Not. Celli 4 luglio 1979, in atti). Va inoltre rilevato che nel procedimento possessorio, intrapreso nei confronti dei fratelli Bastianello (attuali ricorrenti) e conclusosi con la sentenza del pretore 14 giugno 1977, attore, insieme ai fratelli, era Feliciani Roberto e che se pure nel successivo atto d'intervento 9 ottobre 1980, davanti al pretore adito ex art. 700 c.p.c., figura nuovamente il nome di Alberto, anziché di Roberto Feliciani, l'identità della firma in calce alla procura, a margine dell'atto stesso, con quella di Feliciani Roberto riscontrata negli atti sopra citati, conferma l'esistenza dell'errore nell'indicazione del nome proprio della parte. Va, infine, evidenziato a conforto di quanto detto, che l'atto di appello è stato notificato a Feliciani Roberto e che in esso non figura alcun rilievo circa la sua effettiva qualità di parte del processo; né d'altronde, è stata mai dedotta l'esistenza di Feliciani Alberto come persona distinta da Feliciani Roberto.
Non sussiste, pertanto, la violazione delle norme citate dai ricorrenti e quanto alla mancanza nella sola epigrafe della sentenza d'appello del nominativo di Feliciani Roberto (il dispositivo è infatti completo), l'omissione configura un mero errore materiale che non dà luogo a nullità della sentenza, poiché dal contesto di essa risulta inequivocabilmente l'identità della parte e l'emissione della decisione anche nei suoi confronti. (v. Cass. n. 2856 del 1987; n. 3008 del 1984 ecc.).
Con il secondo motivo i ricorrenti deducono la violazione degli artt. 9 e 19 della legge 20 marzo 1985, n. 2248, all. F); dell'art. 1 del D.L. 1° settembre 1918, n. 1446; dell'art. 9 della legge 12 febbraio 1958, n. 126; in relazione all'art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c. per avere la Corte, confermando la natura di strada privata della via Monte di Casa, appartenente in comunione ai proprietari dei fondi latistanti ed in consecuzione, e gravata di servitù di pubblico transito:
A) omesso di specificare se anche il tratto della strada di via Monte di Casa che attraversa la proprietà Bastianello e sbocca nel terreno demaniale attraversato dalla ferrovia, sia soggetto a servitù di pubblico transito;
B) accertato contraddittoriamente da un lato che, a sud, la via Monte di Casa terminava e termina nel terreno demaniale delle Ferrovie in custodia dei soli Bastianello, e dall'altro che, sempre a sud, la detta strada ha pubblico transito e sbocca nelle borgate; e ciò senza tener conto che il terreno demaniale non può essere assoggettato servitù di pubblico transito da parte della collettività dei cittadini;
C) erroneamente non preso in esame i documenti in atti, già valutati dal Tribunale ed esistenti nel fascicolo di parte Bastianello Miotto, come risulta dall'indice sia pure non sottoscritto dal cancelliere.
Ulteriore violazione degli artt. 9 e 19 della legge n. 2248, all. F), del 1865 in relazione all'art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c. denunciano i ricorrenti nel terzo motivo, per avere la Corte, pur affermando che la natura di strada vicinale afferente ad una strada privata non fa automaticamente presumere la sua soggezione ad uso pubblico, erroneamente: A) omesso di accertare che il transito da parte della generalità dei cittadini, tra due luoghi pubblici, si era realizzato per un periodo idoneo a ritenere compiuta l'usucapione; B) operato due accertamenti contraddittori della durata del pubblico transito: da un lato (richiamo della testimonianza Passarella) facendolo decorrere dal 1964 (data della messa in comunicazione da parte dell'Amministrazione ferroviaria, attraverso la costruzione del sottopassaggio della via Monte di Casa, con la borgata S. Antonio; dall'altro sostenendo l'esistenza di un transito ab immemorabile.
I due motivi, stante la loro connessione, vanno trattati congiuntamente.
Essi sono infondati.
Va innanzi tutto rilevato che le violazione di legge lamentate (attinenti: all'esistenza delle strade vicinali, distinte da quelle statali, provinciali e comunali - art. 9 e 19 della legge n. 2248, all. F), del 1865, così come sostituiti dagli stessi articoli della legge n. 126 del 1958); alla facoltà attribuita agli utenti delle strade vicinali di costituirsi in consorzio per la manutenzione sistemazione o ricostruzione di esse; all'obbligo del Comune di concorrere nella relativa spesa per le strade vicinali soggette a pubblico transito - artt. 1 e 3 del D.L. n. 1446 del 1918; alla sopportazione delle spese di riparazione e conservazione da parte di coloro che fanno uso delle strade vicinali per recarsi alle loro proprietà (art. 51 della legge n. 2248, all. F), del 1865) non sono pertinenti al contenuto dei motivi di impugnazione, così come illustrati dai ricorrenti, prospettanti essenzialmente vizi di motivazione.
L'unica violazione di legge lamentata come errore processuale nel quale sarebbe incorsa la Corte d'Appello, omettendo l'esame dei documenti, (quelli di cui a pag. 7 della sentenza impugnata) è infondata per essere stata tempestivamente sollevata da controparte l'eccezione di tardività della loro produzione, così come correttamente affermato dalla Corte di merito. Trattandosi, inoltre, di documenti di data successiva alla sentenza di primo grado, l'affermazione dei ricorrenti secondo la quale essi sarebbero già stati valutati dal Tribunale è destituita di fondamento.
Passando all'esame dei vizi di motivazione, non si riscontrano le omissione e le contraddizioni dedotte ai punti A) e B) del secondo motivo.
La Corte di merito, infatti, nel definire la natura giuridica della strada ed i pesi su di essa gravanti, ha considerato come strada agraria privata, gravata di servitù di pubblico transito l'intero percorso della via Monte di Casa, congiungente via del Casale di Settebagni con via Salaria, e quindi anche il tratto interno alla proprietà Bastianello.
Né l'intersezione della strada in oggetto con la linea ferroviaria oltre la proprietà Bastianello, è di ostacolo alla configurabilità dell'anzidetta servitù. Infatti, una volta accertato che la strada de quo, esistente con il suo tracciato fin dal 1890 (assai prima del frazionamento della tenuta di Settebagni) prosegue a sud oltre la proprietà Bastianello; il fatto che attraversi o sia attraversata, nel suo percorso, dalla linea ferrata Roma/Firenze, pone solo un problema di regolamentazione del passaggio, risolto in maniera diversa nel tempo (prima con un passaggio a livello custodito, successivamente con la custodia delle chiavi affidata a Bastianello ed infine con la costruzione da parte dell'amministrazione ferroviaria del sottopassaggio), ma non incide sulla natura della strada e sui pesi su di essa gravanti.
Nel nostro ordinamento, invero, (v. legge sui lavori pubblici, testo unico sulle ferrovie ecc.) in linea di principio è ben ammissibile l'esistenza di un diritto di attraversamento della strada ferrata sulla strada ordinaria (pubblica o privata) e viceversa, diritto che si configura, in genere, come una servitù a carico della strada, ordinaria o ferrata, preesistente. Nella specie, stante la non contestata natura demaniale del terreno su cui corre la linea ferrata, il diritto di attraversamento ben può essersi costituito a favore della ferrovia a seguito di un atto di espropriazione del terreno ed il pubblico transito sul tratto di strada attraversato dalla linea ferrata ben può configurarsi, come oggetto di concessione costitutiva (del diritto di passaggio) a favore degli utenti della strada, i quali, peraltro, oltrepassata la ferrovia, continuano a godere del transito "uti cives" sul resto della strada vicinale. Né, con quanto detto, contrasta la circostanza che, per un certo tempo, l'amministrazione ferroviaria ha dato in custodia al Bastianello la chiave del cancello sul passaggio a livello, dal momento che gli utenti della strada ben potevano pretendere di servirsi della chiave custodita dai Bastianello, come in effetti è avvenuto e come già affermato in fattispecie simile da questa Corte (v. Cass. n. 5394 del 1988) argomentando dall'art. 82 del R.D. n. 1447 del 1912 nonché dal successivo art. 64 del D.P.D. n. 753 del 1980.
Quanto all'accertamento della durata del transito da parte della generalità dei cittadini e quindi alla dedotta omessa verifica del compimento del termine di usucapione della servitù di uso pubblico, l'affermazione della Corte di merito in ordine all'esistenza "ab immemorabile" della stessa servitù, supera ogni problema di usucapione; né il congiungimento dal 1964 della via Monte di Casa con la borgata S. Antonio, attraverso il sottopassaggio costruito dall'amministrazione ferroviaria, si pone in contrasto con la suddetta affermazione, dal momento che (come affermato dalla Corte di merito) il passaggio oltre la ferrovia non ha mai subito interruzioni, ma è solo stato diversamente regolato nel tempo; ed anzi proprio l'apprestamento delle diverse strutture (prima il passaggio a livello custodito, poi tolta la custodia, l'affidamento delle chiavi del detto passaggio ai Bastianello ed infine la costruzione del sottopassaggio) rafforzano le affermazioni contenute nella sentenza impugnata relative all'esistenza ed alla durata della servitù di uso pubblico.
Con il quarto motivo infine i ricorrenti deducono la violazione dell'art. 51 della legge n. 2248, all. F), degli artt. 1 e 3 del D.L. n. 1446 del 1918 ed alternativamente all'art. 1069, art. 2051 c.c., in relazione all'art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c. per avere la Corte di merito erroneamente affermato che la responsabilità dei Bastianello per il cedimento della volta della grotta sottostante la strada s'inquadra in quella prevista dall'art. 2051 c.c., senza tener conto: a) che detta responsabilità attiene ai danni derivanti da cose in custodia (e nella specie l'azione di alcuni è stata respinta e sul punto si è formato il giudicato); b) che comunque detta responsabilità è esclusa dal caso fortuito e la Corte ha omesso di valutare (come era stata sollecitata a fare e come emergeva dalle perizie in atti) che il cedimento della grotta dipendeva da eventi naturali, in particolare dal materiale franoso della volta; c) che, se mai, trattandosi di lavori da effettuarsi su fondo servente, la norma applicabile era l'art. 1068 c.c.; d) che, in ogni caso, avendo la Corte accertata la comunione incidentale sul sedime stradale, estendendosi la proprietà comune fino a comprendere la grotta sottostante, le riparazioni della volta dovevano effettuate da tutti i comproprietari.
Il motivo è infondato.
Va in primo luogo rilevato, con riferimento ai punti c) e d) che la grotta in questione è stata ritenuta dal Tribunale prima, e dalla Corte d'Appello poi, di proprietà esclusiva dei Bastianello Miotto e che sul punto, in mancanza di impugnazione, si è formato il giudicato. Conseguentemente è ultronea l'indicata violazione delle norme che pongono, per le strade vicinali, l'obbligo di riparazione e conservazione a carico degli utenti, dal momento che la grotta, pur nella parte sottostante la strada, non può ritenersi parte integrante della stessa, per essere, viceversa, di proprietà esclusiva dei ricorrenti. Né, tenuto conto della natura giuridica di strada vicinale privata (quale è stata ritenuta la via Monte di Casa per il suo intero percorso), costituita ex collatione privatorum agrorum e quindi oggetto di communio incidens fra i proprietari dei fondi latistanti ed in consecuzione, è possibile ritenere applicabile, per la ripartizione delle spese ad essa afferenti, l'art. 1069 c.c. in materia di servitù. Che se poi volesse configurarsi fra la grotta ed il sedime della strada sovrastante un rapporto fra fondo dominante e servente a seconda dell'anteriorità o meno della grotta rispetto alla strada, la deduzione sarebbe nuova e quindi inammissibile in questa sede. Non merita censure, infine, l'addebito di responsabilità ai Bastianello-Miotto per il cedimento della volta della grotta sottostante la strada e per la conseguente necessitata interruzione del transito sulla strada stessa, imputata ai ricorrenti ai sensi dell'art. 2051 c.c.
Essi, infatti, in quanto proprietari della grotta, per la relazione particolare con la stessa, ben avevano il dovere di vigilare e di impedire che lo stato di degrado delle sue strutture, specificamente della volta, venisse ad incidere sulla transitabilità della strada sovrastante.
Come già affermato da questa Corte (v. Cass. 4124 del 1975), infatti, nell'ampio dovere di vigilanza che spetta al proprietario ex art. 2051 c.c. relativamente alle cose pericolose per natura o tali divenute, rientra oltre alla segnalazione della situazione di pericolo, anche il compimento, a spese dello stesso proprietario, di quelle opere necessarie a contenere la situazione di pericolo o ad eliminarla se possibile, con l'impiego di mezzi tecnici ed economici ordinari. Inteso in tal senso il dovere di vigilanza ex art. 2051 c.c., correttamente la Corte di merito ha posto sullo stesso piano il degrado dovuto a difetto di manutenzione e quello collegato allo sgretolamento del materiale tufaceo, essendo in ogni caso il proprietario tenuto ad intervenire. Che la Corte d'Appello, poi, non abbia qualificato il naturale sgretolamento del terreno come caso fortuito escludente la responsabilità ex art. 2051 c.c., non costituisce vizio di motivazione della sentenza, come dedotto, in quanto la stessa prospettazione della causa del cedimento della volta fatta dal ricorrenti, esclude l'esistenza del fortuito, non costituendo la natura franosa del materiale tufaceo della grotta, quell'elemento imprevisto ed imprevedibile che, inserendosi nel processo causale rende inevitabile l'evento, quale invece deve ritenersi il caso fortuito.
Quanto infine al rilievo che la condanna dei ricorrenti al consolidamento della grotta sarebbe stata pronunciata nonostante l'avvenuto rigetto nei loro confronti della domanda di risarcimento danni ed il suo passaggio in giudicato, va precisato che il contrasto è solo apparente, trattandosi di domande che contemplano pregiudizi diversi. Nella domanda di condanna al ripristino infatti. (fondata sull'obbligo di fare contenuto nel dovere di vigilanza ex art. 2051 c.c.) il pregiudizio preso in considerazione è quello direttamente collegato al degrado della struttura della grotta e cioè l'impraticabilità della strada; nella domanda di risarcimento respinta viceversa i danni presi in considerazione sono quelli derivati (o meglio che sarebbero dovuti derivare) dall'impraticabilità suddetta.
Il ricorso va pertanto respinto e la sentenza impugnata confermata.
Sussistono giusti motivi per dichiarare interamente compensate fra le parti le spese del presente giudizio».

Cass. civ. Sez. Unite, 28-10-1995, n. 11296: «Con il primo motivo di ricorso si denuncia la nullità della sentenza per il difetto dello ius postulandi dall'Avvocatura dello Stato sulla base di un duplice ordine di considerazioni.
Si sostiene innanzitutto che, essendo previsto un servizio legale dell'ente, mancherebbe una delibera dell'E.R.S.A.P. di avvalersi del suddetto patrocinio.
Tale possibilità inoltre sarebbe esclusa dal fatto che nel caso in esame potrebbe ravvisarsi un potenziale conflitto di interessi con lo Stato.
Rileva il Barberio che, a seguito della regionalizzazione degli enti di sviluppo, attuata con legge 30 aprile 1976 n. 386, i compiti ad esaurimento, relativi alla conservazione e gestione dei terreni e opere di riforma fondiaria, sono svolti dagli enti di sviluppo attraverso gestioni speciali e le relative spese sono a carico del Ministero dell'Agricoltura (art. 9 di detta legge).
Ne consegue che, nel caso di accoglimento della domanda proposta da esso ricorrente (di accertamento dell'obbligo legale della costruzione della strada) l'E.R.S.A.P. dovrebbe, per adempiere a tale obbligo, sostenere una spesa ammontante a parecchi miliardi, spesa che ricadrebbe in forza dell'art. 9 sul bilancio dello Stato.
Si configgerebbe in tal modo un conflitto di interessi fra l'E.R.S.A.P. e lo Stato, che precluderebbe all'Avvocatura erariale di assumere il patrocinio dell'ente di sviluppo.
Il motivo è infondato.
In relazione al primo profilo va rilevato che in base al D.P.R. 6 ottobre 1978 n. 873 l'Avvocatura dello Stato può assumere la rappresentanza e la difesa dell'E.R.S.A.P. -.
Nessun rilievo ha in proposito l'asserita istituzione di un servizio legale presso l'ente, perché rimane ferma la facoltà di utilizzare per le liti l'Avvocatura dello Stato. E quando ciò si verifica non occorre né un'apposita delibera in tal senso, né il conferimento di una formale procura per il concreto esercizio dello jus postulandi (in questo senso è la costante giurisprudenza di queste Sezioni Unite: vedi con riferimento all'E.R.S.A.P. Cass. 10 aprile 1984, n. 2300; Cass. 21 marzo 1987, n. 2807; Cass. 4 maggio 1993, n. 5183).
Per quanto attiene al secondo profilo della censura, va innanzitutto rilevato che il conflitto di interessi, che preclude all'Avvocatura dello Stato il patrocinio della Regione, è quello che si verifica quando Stato e Regioni partecipino entrambi nello stesso giudizio (art. 10 della legge 3 aprile 1979, n. 103) e non quando, come nella specie, si discute (infondatamente, per quel che si dirà di seguito) di una spesa dell'ente regionale, che potrebbe indirettamente ricadere sul bilancio dello Stato.
In questo caso, poi, derivando l'asserita incompatibilità dell'eventuale accoglimento di una domanda proposta dallo stesso ricorrente Barberio, la difesa dell'E.R.S.A.P. da tale pretesa, effettuata dall'Avvocatura dello Stato serve a tutelare i coincidenti (e non contrapposti) interessi dell'ente regionale e lo Stato.
Con il secondo e quinto motivo del ricorso vengono prospettate censure, che apparentemente involgono questioni di giurisdizione.
Con il primo di essi si deduce l'extrapetizione oggettiva contenuta nella sentenza d'appello, perché avrebbe negato il diritto soggettivo del Barberio a prestazioni specifiche da parte dell'E.R.S.A.P., mentre si era chiesto solamente l'accertamento dell'esistenza di un obbligo legale dell'ente di provvedere all'esecuzione dei programmi di trasformazione fondiaria e agraria e, in caso di inottemperanza, la condanna di esso al risarcimento del danno: entrambe queste domande non contenevano alcuna richiesta di prestazioni specifiche.
Con il quinto motivo (indicato con la lettera B, dopo i primi tre motivi) si denuncia la violazione degli artt. 2 e 4 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, All. E) con riferimento all'art. 360, n. 1, c.p.c.
Rileva il ricorrente che egli vanta nei confronti dell'E.R.S.A.P. un diritto soggettivo, in quanto nell'atto di assegnazione dei terreni era compreso il diritto di servirsi della strada interpoderale, e quindi nei suoi confronti sussiste un obbligo dell'ente a costruire la strada.
La questione di giurisdizione, solo apparente, sorge dal fatto che la Corte territoriale ha dato per pacifico che incombesse all'E.R.S.A.P. l'obbligo di provvedere alla costruzione, manutenzione e gestione della strada interpoderale, cui è destinata la striscia di terreno di proprietà dell'ente, ma ha respinto la relativa domanda, ritenendo insussistente un diritto soggettivo del Barberio ad ottenere le prestazioni suddette, perché "l'azione amministrativa, volta a garantire interessi di portata generale, può dare luogo soltanto a forme di tutela in via amministrativa".
Non può non cogliersi la contraddittorietà di una decisione del genere che da una parte ritiene appartenere alla giurisdizione del giudice amministrativo le domande predette e dall'altra le prende in considerazione per rigettarle.
Tuttavia, dovendosi riesaminare interamente la questione, appare necessario verificare anche le premesse logico-giuridiche da cui deriva tale pronuncia.
È pacifico in fatto che l'E.R.S.A.P. nella sua attività istituzionale, diretta alla preparazione ed esecuzione dei programmi di trasformazione fondiaria e agraria nei territori ad essa affidati, aveva a suo tempo provveduto all'acquisizione delle aree, alla formazione dei vari poderi e alla loro assegnazione a lavoratori manuali della terra.
Operate (nella zona che interessa il presente giudizio) le varie assegnazioni, l'Ente mantenne in sua proprietà una striscia di terreno, interposta fra i vari poderi, della larghezza costante di metri 5, che, come risulta dagli accertamenti di fatto eseguiti dai giudici di merito, è destinata a strada interpoderale.
Secondo il Barberio, la costruzione della strada su detta striscia di terreno incomberebbe all'E.R.S.A.P., a cui compete in forza dell'art. 3 della legge 21 ottobre 1950 n. 841, il compito di provvedere "alla preparazione dei programmi di trasformazione fondiaria e agraria.... ed alla esecuzione degli stessi".
Ma ciò non significa che l'ente di riforma fondiaria debba provvedere all'esecuzione di tutte le opere previste nei piani.
Come è noto, i territori indicati nel D.P.R. 7 febbraio 1951, n. 67, fra cui è compreso il comune di Mottola, sono per la legge 8 gennaio 1952, n. 32 classificati come comprensori di bonifica di prima classe.
Ora, secondo la legge 13 febbraio 1933, n. 215, nei comprensori di bonifica di prima categoria sono di competenza dello Stato "in quanto necessari ai fini generali di bonifica" alcune opere elencate nell'art. 2, fra le quali alla lett. G) "le opere stradali, edilizie e di altra natura che siano d'interesse comune del comprensorio o di una parte notevole di esso".
Tali strade, finanziate ed eseguite dallo Stato, sono talmente importanti da essere classificate fra le strade pubbliche: e infatti la legge 12 febbraio 1958 n. 126 sulla classificazione della strade di uso pubblico contempla all'art. 10 la classificazione delle strade di bonifica fra quelle statali, provinciali o comunali, a seconda della loro potenzialità di collegamento con altre località del territorio nazionale.
Nella specie, una parte della striscia di terreno, a suo tempo riservato in proprietà all'E.R.S.A.P., è stata dal Feoga trasformata in strada pubblica ed essa è stata classificata come strada provinciale.
La stessa legge di bonifica prevedeva che le opere di minore importanza (in quanto di interesse particolare di alcuni fondi), previste dal piano generale di bonifica, erano a carico dei proprietari interessati con un contributo facoltativo dello Stato (vedi artt. 8 e 38 della legge sulla bonifica).
Tali opere dovevano essere eseguite e mantenute da parte di detti proprietari e, in mancanza, dal Consorzio di bonifica per conto di essi e a loro spese (vedi legge 12 febbraio 1942 n. 183).
Per quanto attiene alle opere di miglioramenti fondiari, indipendentemente da un piano generale di bonifica, l'art. 43 della legge sulla bonifica stabilisce che le opre ivi elencate, fra cui "la costruzione e il riattamento di strade poderali e interpoderali" devono essere eseguite dai proprietari interessati con un sussidio da parte dello Stato; l'art. 96 della stessa legge prevede altresì che le strade interpoderali, che servono ad allacciare i fondi di proprietari diversi con strade pubbliche o soggette a pubblico transito, sono aperte al pubblico, se costruite con il sussidio dello Stato.
Nella specie, il terreno per la strada interpoderale è di proprietà dell'E.R.S.A.P., ma le opere necessarie per la creazione della massicciata e la costruzione della strada incombe agli assegnatari, che di tale strada si devono servire per accedere alla strada pubblica.
In relazione alla domanda di accertamento dell'obbligo di costruire la strada e, in caso di inottemperanza, della condanna al risarcimento del danno, l'E.R.S.A.P. quindi difetta di legittimazione passiva, per cui l'impugnata sentenza, rigettando dette istanze, è da ritenersi conforme a diritto, anche se va corretta nella motivazione, a norma dell'art. 384 c.p.c..
Per quanto attiene alla pretesa esistenza di un diritto soggettivo del Barberio nei confronti dell'E.R.S.A.P. sulla base dell'atto di assegnazione del terreno, trattasi di domanda nuova, proposta per la prima volta in Cassazione, e quindi del tutto inammissibile, in quanto richiede accertamenti di fatto (esame e interpretazione dell'atto di assegnazione), del tutto preclusi al giudice di legittimità.
Con il terzo motivo si denunciano vizi di motivazione.
Lamenta il ricorrente che la Corte territoriale avrebbe accertato l'esistenza di una strada interpoderale, mentre dalla stessa C.T.U. risulta che per alcuni tratti vi è solo un tracciato, su cui non si rilevano interventi, che possano costituire prova dell'esecuzione di una massicciata, ma solo tracce di passaggio di animali e presumibilmente di qualche mezzo agricolo, transitato molto saltuariamente, mentre per gli altri tratti non appaiono segni di alcun tipo, che possano far pensare a un percorso transitabile, stante la folta vegetazione, che ricopre la superficie catastalmente indicata come strada.
Non è vero, quindi, che la strada esiste, come ha affermato la sentenza impugnata.
Altrettanto apoditticamente sarebbe stata affermata l'esistenza del diritto dei due assegnatari resistenti, nei confronti dei quali non sussiste né il vincolo pertinenziale da essi affermato nè un diritto di servitù di passaggio, non essendoci alcun titolo in proposito.
Il ricorrente infine ricorda che con la comparsa conclusionale di secondo grado egli aveva dedotto la contrarietà a buona fede ex art. 1375 c.c. della domanda di rilascio avanzata dall'E.R.S.A.P. dopo una situazione di fatto protrattasi per oltre 40 anni e implicanti conseguenze contrarie al pubblico interesse.
Anche questo motivo è infondato.
È vero che la sentenza impugnata parla dell'esistenza di una strada interpoderale, ma contemporaneamente ha fatto riferimento alla C.T.U. che "ha offerto una rappresentazione visiva del tracciato, quale che sia lo stato in cui si trova".
Quindi detta sentenza non ha parlato di una strada già costruita, ma di un'area e di un tracciato di proprietà dell'E.R.S.A.P..
Del resto ciò era sufficiente per accogliere la domanda (proposta dall'Ente in primo grado) di accertamento della sua proprietà su detta striscia di terreno con la condanna del Barberio al rilascio della stessa.
Per quanto attiene al diritto degli assegnatari resistenti ad utilizzare la striscia di terreno in contestazione, va rilevato che il certificato catastale la qualifica come strada e il verbale del 18 gennaio 1988 della commissione compimento della riforma, ha ribadito la destinazione dell'area a strada per soddisfare le esigenze di accesso ai vari lotti degli assegnatari (vedi sentenza di primo grado).
Indipendentemente quindi dagli atti di assegnazione dei resistenti, che pure parlano di accesso assicurato dalla strada interpoderale esistente, la striscia di terreno in contestazione ha tale destinazione e ciò è sufficiente a concretare un diritto di uso della stessa da parte di tutti gli assegnatari dei poderi che su tale strada si affacciano.
Per quanto attiene all'ultima argomentazione, è vero che il principio di buona fede trova applicazione in vari istituti civilistici, sia in relazione all'interpretazione e all'esecuzione di rapporti obbligatori sia come comportamento delle parti valutato favorevolmente dalla legge.
Ma nel campo della proprietà non esiste alcuna preclusione all'accertamento del diritto e alla richiesta di rilascio del bene da parte dell'illegittimo occupante.
Con il quinto motivo il Barberio lamenta l'omesso esame della domanda da lui proposta in via subordinata nel caso che venisse accertata la destinazione dell'area a strada.
In tale ipotesi esso ricorrente aveva chiesto di accertare che i suoi poderi erano serviti dalla medesima strada, in essa compresi i tratti che sono nel possesso esclusivo degli attori, con la condanna degli stessi al rilascio delle porzioni di terreno da ciascuno di essi detenuto e al pagamento della quota a loro carico per rendere praticabile la strada.
La sentenza impugnata si sarebbe pronunciata solo sul diritto di uso della strada da parte degli attori e nulla avrebbe detto sull'analogo diritto di esso convenuto.
Anche questo motivo è infondato.
La domanda suddetta è stata respinta non perché la Corte territoriale avesse escluso il diritto del Barberio ad utilizzare la strada interpoderale, diritto questo che proprio a causa della destinazione dell'area compete non solo alle parti del presente giudizio, ma anche ad altri eventuali assegnatari, che si affacciano sulla medesima strada.
La suddetta domanda faceva riferimento al diritto dell'attuale ricorrente al passaggio su detta strada (mai contestato da alcuno) al solo fine di ottenere il preteso rilascio di porzioni di strada, che, secondo l'atto di parte, sarebbero state illegittimamente occupate dagli attori.
Tale domanda è stata respinta perché considerata "una ritorsione gratuita" del tutto sfornita di prova e questa pronuncia non è stata in alcun modo censurata dal ricorrente.
Il ricorso va dunque respinto e il Barberio va condannato alla rifusione delle spese nei confronti degli attuali resistenti».

Cass. civ. Sez. II, 09-11-2009, n. 23705: «Il ricorso principale e quello incidentale vanno riuniti a norma dell’art. 335 c.p.c..
Con il primo motivo del ricorso principale T.I. denuncia violazione dell’art. 2729 c.c. e della L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 22, all. F sostenendo che la Corte di appello ha erroneamente applicato il citato art. 2729 c.c. poiche’ ha ritenuto che la demanialita’ della strada in questione possa essere desunta da elementi presuntivi. Il giudice di secondo grado ha inoltre errato nell’affermare che esso T. non aveva fornito la prova contraria della natura privata della detta strada. In realta’ l’inclusione di una via nell’ambito degli elenchi di quelle comunali ha valore meramente dichiarativo e non comporta alcuna presunzione di demanialita’ della via stessa. Quindi, non esistendo alcuna presunzione in favore del Comune, incombeva a quest’ultimo l’onere di provare di aver acquistato la proprieta’ della strada denominata via (OMISSIS). Tale prova non puo’ darsi attraverso gli elementi presuntivi richiamati nell’impugnata sentenza. Inoltre nel corso del giudizio di primo grado e’ stata fornita la prova testimoniale e documentale contraria. Pertanto, mancando la prova dell’appartenenza della strada all’ente comunale, la sentenza di primo grado andava confermata.
Il motivo non e’ meritevole di accoglimento.
Occorre premettere che, in tema di appartenenza o meno di una strada all’ente pubblico territoriale, questa Corte ha avuto modo di affermare i seguenti principi:
- l’inserimento di una strada nell’elenco di cui alla L. n. 126 del 1958, art. 8 integra una presunzione semplice di destinazione del tracciato al pubblico transito che puo’ essere vinta dalla valutazione, da parte del giudice di merito, degli elementi certi acquisiti al processo, idonei a dimostrare la natura privata della strada stessa (sentenza 11/2/2009 n. 3391);
- nonostante il difetto dell’iscrizione di una strada nell’elenco delle strade comunali, l’appartenenza della strada stessa all’ente pubblico territoriale puo’ essere desunta da una serie di elementi presuntivi aventi i requisiti di gravita’, precisione e concordanza prescritti dall’art. 2729 c.c., quali, in particolare, le risultanze delle mappe del catasto (sentenza 10/4/2001 n. 5339);
- al fine di determinare l’appartenenza di una strada al demanio comunale costituiscono indici di riferimento oltre l’uso pubblico, cioe’ l’uso da parte di un numero indeterminato di persone (il quale isolatamente considerato potrebbe indicare solo una servitu’ di passaggio), la ubicazione della strada all’interno dei luoghi abitati, l’inclusione nella toponomastica del comune, la posizione della numerazione civica, il comportamento della p.a. nel settore dell’edilizia e dell’urbanistica. Per converso non puo’ ritenersi elemento da solo sufficiente, l’inclusione o rispettivamente la mancata inclusione nell’elenco delle strade comunali, stante la natura dichiarativa e non costitutiva dell’elenco anzidetto (sentenza 7/4/2000 n. 4345);
- la presunzione di demanialita’ stabilita dalla L. n. 2248 del 1865, art. 22, all. F - la quale non si riferisce ad ogni area comunicante con la strada pubblica, ma solo a quelle che, per l’immediata accessibilita’, appaiono integranti della funzione viaria della rete stradale, cosi’ da costituire pertinenza della strada (non assumendo rilievo la non illuminazione dell’area, la sua quasi completa interclusione e il suo sfociare nella proprieta’ privata, la sua accessibilita’ attraverso gradini ed un cancello) - ha carattere relativo e, come tale, e’ destinata a cadere di fronte all’esistenza di elementi probatori idonei a dimostrare il carattere privato degli spazi medesimi, quali la produzione del titolo di proprieta’ (sentenza 10/3/2006 n. 5262);
- la L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 22, all. F, disponendo che nell’interno delle citta’ fanno parte delle strade comunali le piazze, gli spazi e i vicoli ad esse adiacenti ed aperti sul suolo pubblico, pone una presunzione, sia pure "iuris tantum", di appartenenza al demanio comunale di dette aree, purche’ effettivamente incluse nel sistema viario. Ne consegue, da un lato, che la presunzione e’ superabile mediante prova contraria, e, dall’altro, che l’accertamento dell’esistenza, sufficienza e rilevanza di tale prova implica una tipica indagine di fatto, istituzionalmente attribuita dalla legge al giudice di merito e sindacabile in sede di legittimita’ solo per carenza, illogicita’ e contraddittorieta’ della motivazione (sentenza 12/1/2004 n. 238).
Cio’ posto va osservato che nella specie il giudice di appello si e’ attenuto ai detti principi giurisprudenziali di questa Corte e, procedendo alla attenta e puntuale disamina di tutti gli atti acquisiti al processo, e’ pervenuto alla conclusione - attraverso un iter logico ineccepibile con richiamo alla giurisprudenza di legittimita’ e sulla base di elementi e circostanze qualificanti - di dover dichiarare la natura di strada comunale della via (OMISSIS) ubicata nel Comune di Rovigo.
In particolare il giudice di secondo grado - come riportato nella parte narrativa che precede - ha evidenziato che: nelle mappe catastali la strada in questione risultava come comunale; la detta strada era stata classificata come comunale dal Consiglio Comunale;
il Comune aveva svolto attivita’ di manutenzione della strada; era risultato provato l’uso della strada da parte della comunita’ dei cittadini; alla strada (inclusa nella toponomastica cittadina) era stata attribuita una numerazione civica; il T. non aveva fornito validi elementi a sostegno della asserita natura privata della strada.
Il procedimento logico - giuridico sviluppato nell’impugnata decisione a sostegno delle riportate affermazioni e conclusioni e’ ineccepibile in quanto coerente e razionale e frutto di un’indagine accurata e puntuale delle risultanze di causa e dei documenti acquisiti.
Del tutto insussistente e’ pertanto l’asserita violazione delle norme indicate nel motivo di ricorso in esame e che presuppone una ricostruzione dei fatti diversa da quella correttamente effettuata dal giudice di appello.
Con il secondo motivo del ricorso principale il T. denuncia vizi di motivazione deducendo che la corte di appello ha fondato il proprio convincimento sulla base solo di alcune testimonianze rese nel giudizio di primo grado ritenendo non attendibile altra fondamentale testimonianza resa dalla teste T.. La Corte di merito ha omesso di considerare non solo altre testimonianze fondamentali (per tutte il teste B.) ma anche e soprattutto la documentazione prodotta da esso ricorrente e, precisamente, gli atti relativi al procedimento penale conclusosi con sentenza assolutoria dal reato di cui al D.L. 22 gennaio 1948, n. 66, art. 1.
Il motivo e’ manifestamente infondato risolvendosi essenzialmente - pur se titolato come vizi di motivazione - nella prospettazione di una diversa :
analisi del merito della causa, inammissibile in sede di legittimita’, nonche’ nella pretesa di contrastare valutazioni ed apprezzamenti dei fatti e delle risultanze probatorie che sono prerogativa del giudice del merito e la cui motivazione al riguardo non e’ sindacabile in sede di legittimita’ se - come appunto nella specie - sufficiente ed esente da vizi logici e giuridici. Spetta infatti solo al giudice di merito individuare la fonte del proprio convincimento ed apprezzare le prove, controllarne l’attendibilita’ e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dar prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova. Ne’ per ottemperare all’obbligo della motivazione il giudice di merito e’ tenuto a prendere in esame tutte le risultanze istruttorie e a confutare ogni argomentazione prospettata dalle parti essendo sufficiente che egli indichi - come nel caso in esame - gli elementi sui quali fonda il suo convincimento e dovendosi ritenere per implicito disattesi tutti gli altri rilievi e fatti che, sebbene non specificamente menzionati, siano incompatibili con la decisione adottata. Inoltre si ha carenza di motivazione soltanto quando il giudice di merito omette di indicare nella sentenza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza pero’ un’approfondita disamina logico - giuridica, ma non anche nel caso di valutazione delle circostanze probatorie in senso difforme da quello preteso dalla parte.
Nella specie non e’ ravvisabile il lamentato difetto di motivazione:
la sentenza impugnata e’ corretta e si sottrae alle critiche di cui e’ stata oggetto con le censure in esame.
La corte di appello e’ pervenuta alle conclusioni sopra riportate (e dal ricorrente criticate) attraverso complete argomentazioni, improntate a retti criteri logici e giuridici - nonche’ frutto di un’indagine accurata e puntuale delle risultanze di causa riportate nella decisione impugnate e relative, in particolare, ai documenti acquisiti ed alle deposizioni testimoniali raccolte - ed ha dato conto delle proprie valutazioni, circa i riportati accertamenti in fatto, esponendo adeguatamente le ragioni del suo convincimento.
Alle dette valutazioni il ricorrente contrappone le proprie, ma della maggiore o minore attendibilita’ di queste rispetto a quelle compiute dal giudice del merito non e’ certo consentito discutere in questa sede di legittimita’, cio’ comportando un nuovo autonomo esame del materiale delibato che non puo’ avere ingresso nel giudizio di cassazione. Dalla motivazione della sentenza impugnata risulta chiaro che la corte di merito, nel porre in evidenza gli elementi probatori favorevoli alle tesi del Comune di Rovigo, ha implicitamente espresso una valutazione negativa delle contrapposte tesi del T..
Sono pertanto insussistenti gli asseriti vizi di motivazione che presuppongono una ricostruzione dei fatti diversa da quella ineccepibilmente effettuata dal giudice del merito.
In definitiva, poiche’ resta istituzionalmente preclusa in sede di legittimita’ ogni possibilita’ di rivalutazione delle risultanze istruttorie, non puo’ il ricorrente pretendere il riesame del merito sol perche’ la valutazione delle accertate circostanze di fatto come operata dalla corte territoriale non collima con le sue aspettative e confutazioni.
Occorre infine evidenziare che le critiche concernenti l’asserito omesso o errato esame della documentazioni prodotta e della prova testimoniale non sono meritevoli di accoglimento, oltre che per l’incidenza in ambito di apprezzamenti riservati al giudice del merito, anche per la loro genericita’ in ordine all’asserita erroneita’ in cui sarebbe incorso il giudice di appello nell’interpretare e valutare le dette risultanze istruttorie.
Le censure in esame non riportano il contenuto specifico e completo di tali risultanze probatorie e non forniscono alcun dato valido per ricostruirne, sia pur approssimativamente, il senso complessivo.
In proposito e’ sufficiente ribadire che nel giudizio di legittimita’ il ricorrente che deduce l’omessa o l’erronea valutazione delle risultanze probatorie ha l’onere (in considerazione del principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione) di specificare il contenuto delle prove mal (o non) esaminate, indicando le ragioni del carattere decisivo dell’asserito errore di valutazione: solo cosi’ e’ consentito alla Corte di Cassazione accertare - sulla base esclusivamente delle deduzioni esposte in ricorso e senza la necessita’ di indagini integrative - l’incidenza causale del difetto di motivazione (in quanto omessa, insufficiente o contraddittoria) e la decisivita’ delle prove erroneamente valutate perche’ relative a circostanze tali da poter indurre ad una soluzione della controversia diversa da quella adottata. Il mancato esame di elementi probatori, contrastanti con quelli posti a fondamento della pronuncia, costituisce vizio di omesso esame di un punto decisivo solo se le risultanze processuali non o mal esaminate siano tali da invalidare l’efficacia probatoria delle altre risultanze sulle quali il convincimento si e’ formato, onde la "ratio decidendi" venga a trovarsi priva di base.
Le censure mosse dal ricorrente sono carenti sotto l’indicato aspetto e tale omissione non consente di verificare l’incidenza causale e la decisivita’ dei rilievi al riguardo mossi dal T..
Sotto altro aspetto le censure concernenti gli asseriti errori che sarebbero stati commessi dal giudice di secondo grado nel ricostruire i fatti di causa sono inammissibili risolvendosi nella tesi secondo cui l’impugnata sentenza sarebbe basata su affermazioni contrastanti con gli atti del processo e frutto di errore di percezione o di una svista materiale degli atti di causa. Trattasi all’evidenza della denuncia di travisamento dei fatti contro cui e’ esperibile il rimedio della revocazione. Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale di questa Corte, la denuncia di un travisamento di fatto, quando attiene al fatto che sarebbe stato affermato in contrasto con la prova acquisita, costituisce motivo di revocazione e non di ricorso per Cassazione importando essa un accertamento di merito non consentito in sede di legittimita’.
Il ricorso principale deve pertanto essere rigettato.
Deve invece essere dichiarato inammissibile il ricorso incidentale sorretto da un unico motivo con il quale il comune di Rovigo ha riproposto la domanda subordinata di accertamento della natura di strada vicinale di uso pubblico della via (OMISSIS) e che la corte di appello non ha esaminato in quanto assorbita dall’accoglimento della domanda principale volta ad ottenere la dichiarazione di strada comunale della detta via.
In proposito deve essere ribadito il principio pacifico nella giurisprudenza di questa Corte secondo cui e’ inammissibile, per difetto di interesse, il ricorso incidentale per Cassazione della parte vittoriosa in secondo grado per le questioni, domande o eccezioni, rilevanti per la decisione, da essa prospettate e non decise in quanto assorbite da quelle accolte, essendo in tal caso (ricorrente appunto nella specie) invece necessaria la soccombenza teorica, configurabile se, accolta la domanda sotto un profilo, gli altri siano stati esaminati e respinti. Ne’ tali questioni, domande, eccezioni, possono proporsi dalla parte vittoriosa con controricorso, non essendo applicabile l’art. 346 c.p.c., in Cassazione, mentre sono riproponibili, in caso di accoglimento del ricorso principale, purche’ espressamente riproposte nel giudizio di appello e non travolte dalle questioni decise dalla sentenza di cassazione, nel giudizio di rinvio (nei sensi suddetti, tra le tante, sentenze 15/2/2008 n. 3796; 8/6/2997 n. 13514; 16/5/2007 n. 11321).
Sussistono giusti motivi - in considerazione, tra l’altro, della pronuncia di inammissibilita’ del ricorso incidentale e del contrasto tra le pronunzie rese nei gradi di merito - che inducono a compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione».

Cass. civ. Sez. II, 17-01-1994, n. 361: «Pregiudizialmente, va osservato che, come è stato esattamente eccepito dalla resistente nella memoria, non possono essere presi in considerazione i documenti prodotti in questa sede di legittimità dalla ricorrente e di cui agli elenchi notificati alla resistente in data 12 febbraio 1991 e in data 10 aprile 1991 (il primo a quasi un anno dalla notificazione del ricorso, avvenuta il 28 febbraio 1990 e il secondo dopo l'anno).
L'art. 372, comma 1, c.p.c., infatti, vieta la produzione, nel giudizio di cassazione, di atti e documenti nuovi, cioè non prodotti nei precedenti gradi del processo, salvo che si tratti di atti e documenti riguardanti la nullità della sentenza impugnata e l'ammissibilità del ricorso e del controricorso (peraltro, come si desume dal 2° comma dell'art. 372 c.p.c., il deposito dei documenti del primo gruppo deve avvenire nel termine perentorio stabilito dall'art. 369 stesso codice per il deposito nella cancelleria della Corte di Cassazione del ricorso e degli atti e documenti sui quali il ricorso si fonda - nel termine, cioè, di venti giorni dall'ultima notificazione alle parti contro le quali il ricorso è proposto -, potendo avvenire anche dopo la scadenza di tale termine solo il deposito dei documenti riguardanti l'ammissibilità del ricorso e del controricorso; ques'ultimo deposito deve, però, essere notificato, mediante elenco, alle altre parti - v. sent. Cass., n. 5732 del 22 ottobre 1988).
Si discute, specialmente in giurisprudenza, quanto ai documenti riguardanti l'ammissibilità del ricorso, se, nonostante il testuale riferimento della norma alla sola ammissibilità la eccezione non debba essere estesa alla produzione di ogni documento incidente pure sulla proponibilità, procedibilità e proseguibilità del ricorso medesimo (per es: nei casi di cessazione della materia del contendere, di sopravvenuta acquiescenza, e prevale la tesi estensiva: v. Cass., 16 maggio 1984, n. 2998; Cass., 25 novembre 1982, n. 6408), e, quanto ai documenti attinenti alla nullità della sentenza impugnata, se la nullità sia solo quella derivante da vizi della sentenza stessa, per mancanza di requisiti essenziali, formali o sostanziali, ovvero anche quella, mediata e riflessa, derivante da vizi del procedimento (quale, per es. la non integrità del contraddittorio, nei casi di litisconsorzio necessario, e prevale largamente la tesi restrittiva: v. ex Cass., 5 novembre 1990, n. 10612; Cass., 23 giugno 1989, n. 2981; Cass., 12 ottobre 1988, n. 5513; Cass., 16 aprile 1988, n. 3001; Cass., 19 febbraio 1985, n. 1446), ma è assoluto il divieto di produzione, nel giudizio di cassazione, di atti e documenti non prodotti nei precedenti gradi del processo, che, come quelli del caso in esame, costituiscano elementi di prova diretti a corroborare le censure per errori "in judicando" prospettate nel ricorso (cfr., tro oltre, Cass., 22 novembre 1988, n. 6287; Cass., 10 marzo 1987, n. 2478; Cass., 13 novembre 1986, n. 6645; Cass., 19 novembre 1983 n. 6885; Cass., 21 dicembre 1982, n. 7102; Cass., 13 dicembre 1982, n. 6849; Cass., 15 ottobre 1981, n. 5408).
Con il primo motivo del ricorso, Giuliana Testoni - denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa la natura giuridica di consorzio di strada vicinale - censura la impugnata sentenza, per avere la Corte del merito affermato che il progetto divisionale scelto dal primo giudice era, tra le soluzioni predisposte dal C.T.U., "quello giuridicamente meno accettabile, perché comportante per Testoni Amedea l'obbligo, che nessuno può imporle, di entrare a far parte del consorzio di gestione di una strada privata appartenente a terzi..."
La Corte del merito - sostiene la ricorrente - era pervenuta a questa erronea conclusione, per non avere preliminarmente individuato la esatta natura giuridica del consorzio in questione e per aver ignorato e disapplicato le norme di legge sui consorzi destinati alla manutenzione delle strade vicinali, omettendo poi di trarre le conseguenze del caso dalla pacifica natura vicinale della strada consorziale "de qua", dalla partecipazione del Comune di Bologna al Consorzio e dalla esatta natura giuridica di questo.
Nella specie - precisa la ricorrente - si trattava di una strada vicinale di uso pubblico: il consorzio costituito per la manutenzione di essa aveva, quindi, natura di ente pubblico e la sua costituzione a norma dell'art. 14 della legge 12 febbraio 1958, n. 125, era stata obbligatoria.
Dei consorzi costituiti per la manutenzione di strade vicinali di uso pubblico, enti pubblici obbligatori, fanno obbligatoriamente parte i proprietari dei fondi interessati, inerendo a questi la qualità di consorziati "ob rem" cioè per il titolo di proprietà, e, di conseguenza, nella specie, la partecipazione delle sorelle Testoni (comproprietarie di un fondo interessato alla strada consorziale) al Consorzio - argomenta la ricorrente - non poteva essere fatta discendere, come aveva invece ritenuto la sentenza impugnata, da una loro volontaria e facoltativa adesione, essendo tale partecipazione obbligatoria in forza della legge.
Era, quindi, evidente - continua la ricorrente - la erroneità in diritto della decisione della Corte del merito, la quale aveva affermato che "nessuno" poteva imporre ad Amedia Testoni l'"obbligo" di entrare a far parte del Consorzio "de quo", facendo poi discendere da tale affermazione come conseguenza inevitabile la scelta della diversa soluzione divisionale esclusa dal primo giudice. Peraltro - aggiunge la ricorrente, concludendo sul punto - la sentenza impugnata non era solo divisionale, ma aveva pure un effetto estintivo dello "status" di consorziata di essa ricorrente e di diritti consortili che da quello "status" le derivavano.
Il motivo va disatteso
Come si evince chiaramente dalla esposizione innanzi fattane, la censura in esame, nel suo nucleo centrale, mira a neutralizzare in radice l'argomento principale addotto dalla Corte del merito a sostegno della esclusione della soluzione divisoria adottata dal primo giudice, argomento costituito dal rilievo secondo cui nessuno poteva imporre alla condividente Amelia Testoni - che, per accedere alla via pubblica dalla porzione immobiliare assegnatale in base al progetto divisionale scelto dal Tribunale, avrebbe dovuto aprire un passo carraio e pedonale sulla strada consorziale - l'obbligo di entrare a far parte del Consorzio di gestione di una strada privata appartenente a terzi e di addossarsi, quindi, una quota delle spese di manutenzione della detta strada, dell'impianto elettrico e della fognatura di essa (giusta la deliberazione del 16 febbraio 1979 dei partecipanti al detto consorzio):
l'obbligo di Amedea Testoni della partecipazione al consorzio "de quo" - assume la ricorrente con la censura in esame - non le derivava dalla soluzione divisionale accolta dal Tribunale, la cui attuazione implicava, per Amedea Testoni, necessariamente l'apertura di un accesso carraio e pedonale sulla strada consorziale, ma le era imposto dalla legge in considerazione della sua qualità di comproprietaria del fondo vicino a detta strada e interessato ad essa, dalla natura di via vicinale di uso pubblico della strada medesima e della natura di ente pubblico obbligatorio del Consorzio costituito per la manutenzione della strada stessa (come si è detto sopra, la ricorrente - dopo aver premesso che, a norma dell'art. 14 della legge 12 febbraio 1958, n. 126 "la costituzione dei consorzi previsti dal decreto legislativo luogotenenziale 1° settembre 1918, n. 1446, per la manutenzione, sistemazione e ricostruzione delle strade vicinali di uso pubblico,...., è obbligatoria" e che detti consorzi sono enti pubblici - afferma conclusivamente: "Pertanto, in base alle disposizioni normative in vigore, la partecipazione ad un consorzio di strada vicinale è obbligatoria quando si tratti di strada soggetta a pubblico transito").
Ora, questa tesi della partecipazione obbligatoria e non facoltativa di Amedea Testoni al Consorzio "de quo" - che ha come presupposto di fatto la natura di via vicinale di uso pubblico (gravata così da una servitù di uso pubblico a favore della popolazione del Comune) della strada consorziale in questione, con la connessa natura di ente pubblico obbligatorio del Consorzio costituito per la manutenzione della strada stessa - introduce un nuovo tema di indagine e di decisione, prospetta cioè, in questa sede di legittimità, una questione che non ha formato oggetto del dibattito svoltosi tra le parti nel giudizio di appello.
In questo, infatti - come si desume dalla sentenza impugnata, in relazione all'atto di appello proposto da Amedea Testoni, alla comparsa di risposta di Giuliana Testoni e alle richieste formulate da quest'ultima in sede di conclusioni definitive - partendosi dal presupposto della natura assolutamente privata della strada consorziale "de qua", ritenuta dal Tribunale e non contestata, anzi ribadita, da Giuliana Testoni nella comparsa di risposta, nonché da quello della non partecipazione di Amedea Testoni al detto Consorzio, tra le parti, con riferimento al punto, si discusse semplicemente dell'efficacia estensiva, negata dall'appellante ed affermata dall'appellata, della deliberazione consortile del 16 febbraio 1979, chiesta ed ottenuta da quest'ultima e, quindi, della possibilità, per Amedea Testoni, di beneficiare dell'autorizzazione ottenuta da Giuliana Testoni ad aprire un passo carraio e pedonale sulla strada consorziale in questione, anche se, avendo l'appellante Amedea Testoni dedotto con l'atto di gravame, tra l'altro, che nè la controparte nè il giudice potevano imporle l'obbligo di entrare a far parte del Consorzio, appariva logico e naturale che l'appellata Giuliana Testoni, odierna ricorrente, opponesse la tesi, prospettata oggi con il primo motivo del ricorso per cassazione, della partecipazione obbligatoria, in forza di legge, di Amedea Testoni al detto Consorzio.
Orbene, secondo l'orientamento giurisprudenziale assolutamente consolidato di questa Corte, da cui non vi è ragione alcuna che possa indurre a discostarsi, i motivi del ricorso per cassazione non possono, a pena di inammissibilità, prospettare questioni che non abbiano formato oggetto del "thema decidendum" del giudizio di secondo grado, o nuovi temi di contestazione involgenti accertamenti di fatto non compiuti dal giudice del merito, perché non richiestone, salvo che si tratti di nuovi profili di diritto, da considerarsi compresi nel dibattito svoltosi tra le parti perché fondati sugli stessi elementi di fatto (cfr., tra altre, sentenze n. 8230 dell'11 agosto 1990; n. 7714 del 2 agosto 1990; n. 5756 del 24 ottobre 1988; n. 8382 del 26 novembre 1987; n. 4790 del 4 ottobre 1985). E, nella specie, non si può fondatamente sostenere, come fa la ricorrente nella memoria, che la stessa, con la tesi in argomento, si sia limitata a prospettare semplicemente nuovi profili di diritto: invero, la tesi della partecipazione obbligatoria, in forza di legge, di Amedea Testoni al Consorzio "de quo" ha come presupposto la circostanza di fatto dell'uso pubblico della strada consorziale in parola, dell'assoggettamento di essa alla servitù di uso pubblico in favore dei cittadini del Comune, ed involge, quindi, nuovi accertamenti di fatto non compiuti dal giudice del merito perché non richiestone (nè, in contrario, vale osservare che Giuliana Testoni, odierna ricorrente, essendo risultata vittoriosa nel giudizio di primo grado per aver visto accolta la soluzione divisionale da lei caldeggiata ed implicante per la sorella Amedea la necessità di aprire un passo carraio e pedonale sulla strada consorziale, non poteva proporre appello per far valere anche altre ragioni a sostegno della soluzione accolta. Questo è esatto, ma, a seguito dell'appello proposto dalla sorella Amedea, a Giuliana Testoni era sufficiente dedurre ed opporre, anche in via di eccezione subordinata, la tesi della partecipazione obbligaria, in forza di legge, della sorella Amedea al Consorzio "de quo", e aveva l'onere di farlo, perché, avendo tale tesi come presupposto circostanze di fatto, non avrebbe poi potuto prospettarla e proporla per la prima volta in sede di legittimità).
Quanto, poi, al profilo della censura, secondo cui la sentenza impugnata non sarebbe solo divisionale ma avrebbe anche un effetto estintivo dello "status" di consorziata della ricorrente e dei diritti consortili che da tale "status" alla stessa derivavano, il Collegio osserva, innanzi tutto, che, sotto tale riguardo, la censura è irrilevante non potendo spiegare alcuna influenza diretta in ordine ad una sentenza che doveva riguardare, come in effetti ha riguardato, i beni costituenti in concreto e allo stato la comunione da sciogliere, e, poi, che essa è infondata, non potendosi collegare alla sentenza divisionale un effetto suo proprio estintivo di una situazione, che aveva formato oggetto di una autorizzazione concessa a Giuliana Testoni.
Con il secondo motivo, la ricorrente - denunciando omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, nonché omessa valutazione di un documento rilevante - censura ulteriormente la impugnata sentenza, per avere la Corte del merito omesso di esaminare un documento assolutamente decisivo, e, propriamente, la deliberazione dell'assemblea consortile del 12 novembre 1969, da cui risultava la partecipazione al consorzio "de quo" di entrambe le sorelle Testoni.
Amedea Testoni, dunque - argomenta la ricorrente - partecipava al Consorzio "de quo" già prima del giudizio di primo grado e, pertanto, nulla ostava all'accoglimento della soluzione divisionale adottata dal Tribunale, e ciò anche a prescindere dalle osservazioni fatte con il primo motivo circa la obbligatorietà di detta partecipazione a carico di tutti i proprietari frontisti e, quindi, a carico delle sorelle Testoni, prima, e di Amedea Testoni, poi, a seguito della divisione giudiziale.
Di contro - aggiunge la ricorrente - era stata addirittura affermata la non appartenenza di Amedea Testoni al Consorzio "de quo" sulla base di una testimonianza (quella del teste Leonardi, all'epoca presidente del Consorzio) assolutamente inammissibile, e perché resa, con un giudizio personale vero e proprio, da un "utente" della via vicinale.
Anche questo motivo va disatteso.
La non partecipazione di Amedea Testoni al consorzio "de quo" venne ritenuta dal Tribunale, il quale pervenne a detta conclusione sulla base della deposizione del teste Leonardi, senza esaminare e valutare il verbale di assemblea del 12 novembre 1969 ovvero implicitamente negando a tale atto ogni rilevanza al riguardo (Pervenne, però, ugualmente, il primo giudice, come si è detto nella narrativa che precede, ad accogliere la soluzione divisionale propugnata da Giuliana Testoni, odierna ricorrente sul rilievo che il fatto che Amedea Testoni non partecipasse al Consorzio non impediva l'apertura, da parte della stessa, di un passo carraio e pedonale sulla strada consorziale privata per l'accesso dalla sua proprietà alla via pubblica, potendo la medesima beneficiare dell'autorizzazione concessa dal Consorzio a Giuliana Testoni con deliberazione del 16 febbraio 1979).
Ma, l'avvenuta ammissione (ed assunzione), in prime cure, della prova per testi, che la ricorrente con il motivo in esame deduce fosse "assolutamente inammissibile" l'omesso esame, da parte del Tribunale, del verbale dell'assemblea consortile del 12 novembre 1959 o l'implicita negazione di una qualsiasi rilevanza a detto documento, che la ricorrente con il motivo in esame assume essere "assolutamente decisivo", non hanno, in alcun modo, formato oggetto di contestazione, nel giudizio di appello, da parte dell'attuale ricorrente, allora appellata, nè con la comparsa di risposta nè con richieste od eccezioni formulate in sede di conclusioni definitive, con cui Giuliana Testoni si limitò a chiedere la conferma in toto della sentenza di primo grado.
Così stando le cose, non può, ora, Giuliana Testoni, con il ricorso per cassazione, lamentare che la Corte del merito, la quale non ne era stata richiesta, abbia omesso di valutare il verbale dell'assemblea consortile del 12 novembre 1969, e, tanto meno (il ricorso per cassazione deve riguardare la sentenza di secondo grado e non già quella di primo), denunciare che fosse inammissibile la prova per testi ammessa ed assunta in prime cure e sulle cui risultanze il Tribunale aveva poi basato la ritenuta non partecipazione di Amedea Testoni al Consorzio, quando questa inammissibilità non è stata dall'odierna ricorrente eccepita nel giudizio di appello (e oggi dalla stessa neppure si deduce, per contrastare l'assunto della controricorrente secondo cui il teste Leonardi fu ammesso senza opposizione da parte di Giuliana Testoni, che lo sia stato, ritualmente e tempestivamente, nel giudizio di primo grado, quando il teste venne ammesso ed escusso).
In contrario, non vale osservare, come fa la ricorrente nella memoria, che la stessa - essendo, comunque, anche se per altra via, risultata totalmente vittoriosa nel giudizio di primo grado, per avere visto accolta dal Tribunale la soluzione divisionale dalla medesima propugnata - non aveva da proporre motivi di appello, ma solo da chiedere la conferma della sentenza, come aveva fatto.
Invero, la parte totalmente vittoriosa in primo grado - che, a seguito dell'appello del soccombente, possa avere interesse e motivo di far valere, a sostegno eventualmente anche sostitutivo della decisione adottata, altre ragioni ed eccezioni, che il primo giudice non abbia valorizzato o abbia anche implicitamente disatteso o ritenuto assorbite e superate, con il relativo materiale probatorio non esaminato o, a suo avviso, non compiutamente esaminato e non esattamente valutato - non ha bisogno di proporre impugnazione per ottenere che il giudice di appello esamini o riesamini le dette ragioni ed eccezioni, nonché le risultanze probatorie, essendo sufficiente che essa, ex art. 346 c.p.c. le riproponga e le richiami.
È sufficiente, ma è anche necessario che la detta parte - ove intenda, anche in considerazione di possibili diversi ulteriori sviluppi del processo, far esaminare o riesaminare le altre ragioni od eccezioni e considerare e valutare risultanze probatorie - ex art. 346 c.p.c., espressamente riproponga le prime e richiami le seconde e ciò, nella specie, per quanto concerne le questioni agitate col secondo motivo di ricorso, non è avvenuto.
Con il terzo ed ultimo motivo, la ricorrente - denunciando violazione e falsa applicazione delle norme sullo scioglimento della comunione: artt. 1111 e 713 c.c. - censura, infine, la impugnata sentenza, perché la Corte del merito, dopo aver affermato che i beni costituenti la comunione sono comodamente divisibili, aveva stabilito lo scioglimento solo parziale della comunione medesima, lasciando indivisa una porzione immobiliare di una certa consistenza.
Tenuto conto di tale situazione, appariva erronea - osserva la ricorrente - l'affermazione della Corte del merito secondo cui era "di maggior convenienza" la soluzione divisionale indicata nella figura 3 dell'allegato A alla relazione di consulenza suppletiva del C.T.U. geom. Ezio Neri del 5 gennaio 1984, in quanto il permanere dello stato di comunione in relazione al vialetto di accesso ed all'area di svincolo gravava entrambe le proprietarie di oneri relativi alla manutenzione ed in genere al mantenimento delle parti comuni, e, al riguardo, aveva già determinato il sorgere di numerosi contrasti culminati in due episodi giudiziali: una causa per la esecuzione di opere urgenti ed un procedimento per la nomina di un amministratore.
Lasciando in comunione una porzione immobiliare di una certa consistenza, la Corte del merito - continua la ricorrente - aveva, poi, violato il principio generale contenuto negli artt. 713, 718 e 111 c.c., in forza del quale ciascun comproprietario ha diritto di ottenere la divisione, salvi i casi di eccezionale indivisibilità (art. 720 c.c.), di cui nella specie non era stata dimostrata la ricorrenza. E la suddetta violazione aveva anche comportato una iniqua ripartizione del compendio tra le due condividenti: invero - spiega la ricorrente - la porzione ad essa assegnata, oltre ad essere decurtata, rispetto alla decisione del Tribunale, di un'ampia fetta di terreno, era privata di un accesso esclusivo ed autonomo; essa ricorrente era costretta a sobbarcarsi alle spese per il mantenimento dello stato di comunione che avrebbe evitato, e perdeva, senza alcuna contropartita, il diritto di fruire, "uti condomina", dell'accesso sulla via consorziale, per il quale aveva già sostenuto alcuni costi; di questo accesso, invece, avrebbe potuto usufruire, col passaggio in giudicato della sentenza impugnata, la sorella Amedea, la quale così avrebbe potuto godere di un ingresso comune e di uno autonomo, mentre essa ricorrente si sarebbe vista limitata, dalla comunione, nel godimento di quello comune, unico ingresso del quale poteva fruire.Neanche quest'ultimo motivo può trovare accoglimento.
Rilievo preliminare assume l'esame di quella parte della censura, formulata con riferimento alla porzione immobiliare rimasta indivisa e costituita dallo stradello di accesso con l'area di svincolo, concernente l'asserita violazione del principio, desumibile degli artt. 713 e 1111 c.c., in forza del quale ciascun comproprietario ha diritto di ottenere la divisione, salvi i casi eccezionali di indivisibilità (art. 720 c.c.).
La violazione come denunciata non sussiste.
Ai sensi dell'art. 1112 c.c., non si possono dividere le cose che, se divise, cesserebbero di servire all'uso cui sono destinate, e, tra tali cose, rientra senz'altro lo stradello di accesso in questione, il quale, anzi, ove necessitante di essere reso funzionalmente più comodo e praticabile, lungi dall'essere diviso, ben poteva avere aggregata e destinata al suo servizio l'area necessaria in funzione del migliore godimento di esso (principi analoghi valgono, ex art. 1119 c.c., per le parti comuni dell'edificio).
Ciò precisato, il Collegio osserva che è infondato anche il rilievo dell'asserita iniquità della ripartizione del compendio tra le due condividenti, sia con riferimento alla lamentata decurtazione della porzione della ricorrente, rispetto alla decisione del Tribunale, di un'ampia fetta di terreno, sia con riguardo all'accesso sulla strada consorziale.
Sotto il primo aspetto, va detto che il principio fondamentale da osservarsi in tema di divisione giudiziale è quello della formazione di porzioni concrete che mantengano inalterata, nel complesso, la proporzione fra i valori delle corrispondenti quote di comproprietà dell'insieme indiviso e non quello del frazionamento quotistico dei singoli beni e delle singole entità della massa dividenda: la norma dell'art. 727, comma 1, c.c. (che, dettata in materia di divisione ereditaria, è applicabile anche alla divisione delle cose comuni per il richiamo contenuto nell'art. 1115 stesso codice) sulla formazione delle porzioni nella divisione, secondo cui ciascuna porzione deve comprendere una quantità di beni di uguale natura e qualità in proporzione alla entità di ciascuna quota, non stabilisce principi inderogabili, ma segna solo un indirizzo di massima, dal quale il giudice può discostarsi, non solo nelle ipotesi espressamente previste (artt. 720 e 722 c.c.) ma anche nei casi in cui ciò sia richiesto dalle particolarità del caso concreto.
La ineguaglianza in natura nelle porzioni si compensa con conguagli in denaro (art. 728 c.c.. Nella specie, peraltro, è stata proprio la ricorrente ad avere avuto assegnata una porzione di valore superiore a quello della quota di diritto, tanto che le è stato ordinato di corrispondere alla sorella una somma di denaro, a titolo di conguaglio).
Sotto il secondo aspetto, poi, a parte ogni altra considerazione, va osservato che la divisione deve avere ad oggetto tutti e soltanto i beni e le cose concretamente ed attualmente facenti parte della comunione.
Da tutto quanto detto innanzi, e, segnatamente, da quanto detto in ordine all'asserita violazione di legge collegata al fatto che la soluzione divisionale accolta dalla Corte del merito lasciava in comunione lo stradello di accesso con l'aria di svincolo, discende la infondatezza del profilo della censura, dalla ricorrente formulato nella parte iniziale, che in effetti riguarda la motivazione del giudizio espresso dalla Corte del merito, che, dopo la valutazione comparativa della soluzione divisionale accolta dal Tribunale e di quella indicata nella figura 3 dell'allegato A alla relazione di consulenza suppletiva del C.T.U. geom. Ezio Neri del 5 gennaio 1984, depositata il 14 gennaio 1984, è pervenuta ad affermare che quest'ultima soluzione era "l'unica giuridicamente corretta e razionale" (la ricorrente, invece, fa riferimento ad un giudizio "di maggior convenienza"): il suddetto profilo di censura è essenzialmente basato sul fatto che la soluzione divisionale adottata dalla Corte del merito lascia in comunione la parte dell'immobile costituita dallo stradello di accesso con l'area di svincolo, e si è detto sopra della correttezza della soluzione sotto l'aspetto dei principi giuridici e delle norme che regolano lo scioglimento della comunione, e così la ricorrente, con il profilo di censura in esame non ancorato a violazione di legge, lungi dall'addebitare un vizio di motivazione all'anzidetto giudizio espresso dalla Corte del merito, finisce per opporre a tale giudizio - formulato dalla Corte territoriale all'esito dell'esame e della valutazione comparativa delle due soluzioni divisionali in discussione - puramente e semplicemente un suo difforme apprezzamento, introducendo così un tema di indagine inammissibile in sede di legittimità (A questo punto, appare opportuno precisare che la "ratio decidendi", consistente nel rilievo che nessuno poteva imporre ad Amedea Testoni l'obbligo di entrare a far parte del Consorzio di gestione della strada di cui sopra e di addossarsi, quindi, una quota delle spese di manutenzione della strada medesima, del suo impianto elettrico e della sua fognatura, è stata dalla Corte del merito, come si evince chiaramente dalla motivazione della sentenza impugnata, ritenuta assorbente rispetto all'altra considerazione fatta dall'appellante, secondo cui il patto n. 6, lettera b, del rogito 2 ottobre 1957 per notaio Stame, con cui venne creata la strada privata comune, farebbe divieto di costituire una servitù di passaggio sul mappale n. 36/b a favore della finitura proprietà Testoni, ma non anche rispetto al giudizio che la Corte del merito, all'esito dell'esame e della valutazione comparativa delle due soluzioni divisionali in discussione, ebbe a formulare e ad esprimere in merito a tali soluzioni, affermando che quella indicata nella figura 3 dell'allegato A alla relazione di consulenza tecnica suppletiva del C.T.U. geom. Ezio Neri del 5 gennaio 1984, depositata il 14 successivo, era "l'unica giuridicamente corretta e razionale": questa valutazione comparativa, con il relativo giudizio conclusivo, nella motivazione della impugnata sentenza, si aggiunge alla "ratio decidendi" indicata per prima, e la decisione adottata risulta, così, sorretta da entrambe).
Per tutte le considerazioni innanzi esposte, il ricorso dev'essere rigettato. Ricorrono giusti motivi per compensare tra le parti le spese di questo giudizio di legittimità».

Cass. civ. Sez. III, 20-02-2006, n. 3651: «Con il primo motivo i ricorrenti denunziano violazione e falsa applicazione dell'art. 2051 c.c., del D.M. LL.PP. 4 maggio 1990 e del D.M. 18 febbraio 1992, n. 223, nonchè degli artt. 40 e 41 c.p. in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Omessa o insufficiente motivazione circa più punti decisivi della controversia in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Si dolgono in particolare che la Corte di merito abbia erroneamente escluso l'applicabilità nella specie dell'art. 2051 c.c., sulla base di una valutazione "aprioristica" ed apodittica, senza le debite verifiche del caso, omettendo in particolare di considerare lo stato dei luoghi. A tale stregua invero disattendendo le indicazioni di Corte Cost. n. 156 del 1999, la quale ha escluso potersi aprioristicamente negare l'applicabilità dell'art. 2051 c.c. nei confronti dei beni appartenenti al demanio stradale, viceversa richiedendo che venga dal giudice condotta un'indagine con riferimento al singolo caso concreto, secondo criteri di normalità.
Lamentano essere rimasto infatti privo di valutazione il dato di fatto, indicato nel rapporto della Polizia stradale e raffigurato nella prodotta documentazione fotografica, che trattasi nel caso di ponte rettilineo sito sull'omonimo torrente "(OMISSIS)", di altezza di m. 12,40, munito di "muretto di sostegno protezione formato da paletti verticali in cemento armato e paletti in ferro posti in modo orizzontale", in relazione al quale risultava sussistere esclusivamente "segnaletica verticale indicante lunghezza ponte m.
100".
Trattandosi di opera di natura specifica e di limitata estensione territoriale, essa ben si prestava, deducono altresì i ricorrenti, al controllo da parte dell'Anas.
Lamentano, ancora, la mancata considerazione da parte dei giudici di merito che l'omessa manutenzione del ponte in questione ed il conseguente processo degenerativo del medesimo nel corso degli anni, di cui viene dato atto nel rapporto della Polizia stradale (ove si indica che "il muro di protezione del ponte (OMISSIS), costruito ai tempi di Mussolini, mai ristrutturato, lascia a desiderare, creando gravi pericoli alla circolazione stradale") nonchè riscontrabili mediante la suindicata documentazione fotografica, aveva reso intrinsecamente pericolosa, privandola di ogni efficienza e rendendola inidonea alle sue funzioni, la relativa barriera protettiva.
A tale stregua, essi censurano, è rimasto ulteriormente disatteso il D.M. LL.PP. 4 maggio 1990, n. 5, art. 9, il quale analiticamente disciplina la gestione dei ponti stradali, esplicitandola nell'attività di vigilanza, di ispezione e di manutenzione ordinaria e straordinaria; nonchè in interventi di statica, restauro, adeguamento e ristrutturazione. Prescrive altresì (comma 3) un periodico accertamento delle condizioni di stabilità dell'opera, dei suoi elementi strutturali e dello stato di conservazione anche delle parti accessorie; ed indica (comma 4) quali sono le opere ordinarie e straordinarie, contemplando anche il ripristino di parti strutturali in calcestruzzo armato, la protezione delle armature scoperte, estese ad ampie zone e la protezione dei calcestruzzi da azioni disgreganti (gelo, sali solventi, ambiente aggressivo, ecc.) necessari a mantenere l'opera nella sua piena efficienza nel rispetto delle caratteristiche originarie.
Dalle circostanze del caso concreto emerge quindi evidente, affermano i ricorrenti, il nesso di causalità tra cosa ed evento richiesto dall'art. 2051 c.c., atteso che il parapetto del ponte ha precipuamente la funzione di garantire la sicurezza della circolazione dei veicoli, sostanziantesi nel contenimento dei veicoli che tendono alla fuoriuscita dalla carreggiata stradale.
La ritenuta "inapplicabilità a priori" dell'art. 2051 c.c. ha d'altro canto comportato, essi ulteriormente censurano, l'omesso accertamento della mancata prova del fortuito da parte dell'ANAS. Si dolgono, ancora, che l'impugnata sentenza risulti affetta da carenza di motivazione anche in ordine al nesso di causalità, con particolare riferimento alla mancanza di prova da parte dell'Anas che nel comportamento del danneggiato fosse nel caso riscontrabile l'efficacia causale esclusiva dell'evento. Ed escludono che quest'ultimo potesse considerarsi imprevedibile ed inevitabile, secondo quanto richiesto dall'art. 2051 c.c. per la configurabilità del caso fortuito, unica esimente della responsabilità del custode, in quanto lo sbandamento ed il conseguente urto di un veicolo contro il parapetto del ponte non possono considerarsi eventi imprevedibili od eccezionali per il custode, atteso che la presenza stessa della barriera di protezione li rende prevedibili.
Per effetto dell'intrinseca pericolosità assunta in ragione del processo degenerativo subito negli anni, che l'aveva reso inidoneo a garantire la sicurezza per l'utente stradale, il parapetto in questione ha per converso assunto, essi sostengono, incidenza causale di per sè sola sufficiente a determinare la produzione dell'evento dannoso.
Decisivo rilievo al riguardo assume anche la circostanza che - come indicato nel rapporto della Polizia -, nel caso la breccia si è infatti aperta non già nel punto del primo bensì in quello del secondo impatto, verso il quale l'autovettura era stata rimbalzata ad una velocità (stimata dal consulente di parte come non superiore a 55 KM orari) sicuramente meno intensa di quella dall'autovettura mantenuta in occasione del primo urto.
Se da un canto è allora desumibile che il veicolo in questione non può avere nella specie assunto rilevanza causale esclusiva nella verificazione dell'evento (altrimenti il muro sarebbe crollato al primo impatto e non al secondo), da altro canto si evince, essi affermano, che la barriera di protezione ha ceduto là dove il processo degenerativo era più avanzato.
Se fosse stato adeguato ai dettami di legge già anteriormente all'evento, e non solo successivamente, all'esito della tardiva sostituzione - in corso di causa - con dei guard-rail, il parapetto in questione, deducono i ricorrenti, avrebbe invero retto non solo all'"urto di un auto ma anche a quello di un camion".
Lungi dall'assurgere al rango di causa esclusiva dell'evento, concludono sul punto, la presunta condotta colposa del F. avrebbe potuto pertanto al più, ove dimostrata, assumere rilievo concorrente con lo stato di omessa manutenzione della barriera di protezione.
Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano violazione dell'art. 2043 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Sostengono che l'impugnata sentenza è invero censurabile là dove non ha riconosciuto la responsabilità civile dell'Anas nemmeno sotto il dedotto profilo della violazione del principio del neminem laedere ex art. 2043 c.c..
Quale soggetto proprietario o gestore della barriera di protezione a tutela dell'affidamento dell'utente, l'Anas è infatti, essi deducono, in ogni caso a tale titolo responsabile ogniqualvolta, come nel caso, "esista e non sia integra idonea recinzione".
La barriera di protezione, proprio in ragione delle sue condizioni di deficienza, aveva nella specie insiti i caratteri dell'insidia o pericolo occulto, giacchè l'utente della strada fa legittimo affidamento sulla relativa idoneità.
D'altro canto la stessa Anas, osservano i ricorrenti nella memoria illustrativa, non nega ed anzi esplicitamente ammette che sulle "strutture" erette ai lati della sede stradale deve essere esercitata un'adeguata attività di vigilanza e controllo non diversamente da quella che normalmente viene effettuata con riferimento al bene di cui le medesime costituiscono pertinenza o accessorio.
Al riguardo, pongono in rilievo, il detto ente invoca le "particolari caratteristiche" della strada in questione, affermando che la medesima "non muta anche se un tratto...non è posizionato su terraferma ma passa su ponte".
Ma, osservano, della mancata considerazione delle peculiari caratteristiche del bene in questione sono invero proprio essi ricorrenti a dolersi per primi, giacchè la corte di merito ha nel caso aprioristicamente escluso l'applicabilità della detta norma sulla base della mera considerazione della natura demaniale del bene, del relativo uso diretto da parte della collettività, e della sua notevole estensione.
I due motivi di ricorso possono essere congiuntamente esaminati, essendo logicamente connessi.
Le censure sono fondate e vanno accolte nei termini che si verranno esponendo.
La vicenda in questione ripropone la vexata quaestio del tipo e dell'ambito della disciplina applicabile in caso di incidente avvenuto su strada pubblica, e della possibilità di configurarsi al riguardo una responsabilità, concorrente od esclusiva, dell'ente che della stessa e delle relative pertinenze è proprietario o custode.
La censura degli odierni ricorrenti si incentra essenzialmente sulla "aprioristicamente" ravvisata inapplicabilità nel caso, trattandosi di strada statale che passa su un ponte, della responsabilità da cose in custodia ex art. 2051 c.c..
Rimane a tale stregua disatteso, lamentano i ricorrenti, il più recente orientamento di questa Corte e della più avvertita dottrina, oltre che quanto al riguardo indicato da Corte Cost. n. 156 del 1999, Trattasi in effetti di argomento che ha costituito più volte oggetto, anche recentemente, di pronunzie da parte di questa Corte, ed in ordine al quale sono andati invero delineandosi differenti linee interpretative.
Va anzitutto in termini generali osservato che l'assoggettamento della P.A. alle regole del diritto privato, e la considerazione della medesima su un piano di parità con gli altri soggetti quando agisce iure privatorum nell'ambito dei comuni rapporti della vita di relazione, risponde ormai ad un'esigenza pienamente avvertita dalla coscienza sociale.
Riflesso di una crescita e di una progressiva maturazione della concezione degli status e dei rapporti intersoggettvi, la (ri)considerazione della posizione della P.A. continua a proporsi come indefettibile momento di valutazione e controllo del processo di evoluzione e dello stadio di attuazione sul piano giuridico del corrispondente percorso ideale.
Nello svolgersi di tale iter, che non può dirsi invero ancora compiuto, valore significativo e pregnante assume la riconosciuta applicabilità alla P.A. di regole e principi fondamentali come, in particolare, quello dell'obbligo di comportarsi secondo buona fede nei rapporti contrattuali (v. Cass., 2 giugno 1992, n. 6676; Cass., 7 aprile 1992, n. 4226; Cass., 10 dicembre 1987, n. 9129; Cass., 9 maggio 1983, n. 3152; Cass., Sez. Un., 11 gennaio 1977, n. 93; Cass., 21 ottobre 1974, n. 2972; Cass., 30 gennaio 1968, n. 297; Cass., 11 ottobre 1963, n. 2711. Contra v. Cass., 4 ottobre 1974, n. 2603);
delle regole in tema di arricchimento senza causa (v. Cass., 15 giugno 2005, n. 12850; Cass., 23 luglio 2003, n. 11454; Cass., 29 aprile 1998, n. 4364; Cass., 12 settembre 1992, n. 10433; Cass., 12 settembre 1992, n. 7694; Cass., 20 marzo 1991, n. 2965; Cass., 19 maggio 1983, n. 3450; Cass., 17 novembre 1981, n. 6094; Cass., 12 marzo 1973, n. 685); di responsabilità civile precontrattuale (v.
Cass., 18 giugno 2005, n. 13164; Cass., 10 giugno 2005, n. 12313;
Cass., 12 marzo 1993, n. 2973; Cass., 10 dicembre 1987, n. 9129;
Cass., 11 dicembre 1978, n. 5831; Cass., 8 febbraio 1972, n. 330;
Cass., 28 settembre 1968, n. 3008. Contra v. Cass., 4 aprile 2001, n. 4938; Cass., 7 marzo 2001, n. 3272; Cass., 14 marzo 1985, n. 1987;
Cass., 6 ottobre 1993, n. 9892; Cass., 29 luglio 1987, n. 6545) ed extracontrattuale (con riferimento all'esercizio di attività pericolose v., in particolare, Cass., 4 aprile 1995, n. 3935; Cass., 1 aprile 1995, n. 3829; Cass., 27 febbraio 1984, n. 1393; Cass., 27 gennaio 1982, n. 537. Contra v. Cass., 4 gennaio 1964, n. 3).
L'evoluzione in questione è stata caratterizzata in effetti non già da modifiche legislative o decisivi interventi della Corte Costituzionale, bensì essenzialmente da una diversa lettura operata nel tempo dalla giurisprudenza di norme rimaste immutate nel loro tenore testuale.
Si colloca in tale quadro la problematica afferente l'applicabilità alla P.A. delle norme in tema di responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c. e di responsabilità per i danni provocati da cose in custodia di cui all'art. 2051 c.c. (come pure in tema di concorso di colpa ex art. 1227 c.c., comma 1) che nel caso in esame vengono specificamente in rilievo.
Recenti sentenze di questa Corte si sono fatte carico (anche) di ripercorrere brevemente l'evoluzione degli orientamenti interpretativi della giurisprudenza di legittimità in argomento.
Allorquando il suindicato iter ha avuto inizio, nell'assoggettare la P.A. - laddove non agisce discrezionalmente quale autorità dotata di poteri speciali a tutela degli interessi che la sua attività è funzionalizzata a salvaguardare bensì opera iure privatorum sul piano dei comuni rapporti della vita di relazione - al rispetto delle norme che tali rapporti disciplinano, con particolare riferimento alle strade questa Corte (v. Cass., 1 dicembre 2004, n. 22592; Cass., 3 dicembre 2002, n. 17152) ha posto in rilievo che inizialmente l'applicabilità alla P.A. della responsabilità ex art. 2051 c.c. è rimasta senz'altro esclusa, al riguardo riconoscendosi al più applicabile il generale principio del neminem laedere di cui all'art. 2043 c.c. (v. Cass., 29 novembre 1966, n. 2806; Cass., 5 febbraio 1969, n. 385; Cass., 23 gennaio 1975, n. 260; Cass., 13 febbraio 1978, n. 671. Più recentemente v. anche, con riferimento alle strade ferrate, Cass., 23 luglio 1991, n. 8244).
Nell'affermare conseguentemente necessaria la predisposizione di accorgimenti tecnici volti ad evitare danni a terzi, nonchè la valutazione del comportamento colposo generatore del danno per violazione di specifici doveri di comportamento stabiliti da norme di legge o di regolamento (che per quanto attiene alle strade si traduce nell'obbligo di controllo, vigilanza manutenzione in modo tale da evitare che possa scaturirne danno per gli utenti che sullo stato di praticabilità delle stesse ripongono ragionevole affidamento), la giurisprudenza è andata d'altro canto elaborando il concetto di insidia o trabocchetto determinante un pericolo occulto, per il carattere oggettivo della non visibilità e soggettivo della non prevenibilità (v. Cass., 28 gennaio 2004, n. 1571; Cass., 8 novembre 2002, n. 15710; Cass., 21 dicembre 2001, n. 16179, Cass., 17 marzo 1998, n. 2850; Cass., 12 gennaio 1996, n. 191. V. anche Cass., 20 giugno 1997, n. 5539. E già Cass., 24 novembre 1969, n. 3816 e Cass., 21 giugno 1969, n. 2244). Il medesimo pervenendo a considerare quale "elemento sintomatico della attività colposa dell'amministrazione, ricorrente allorchè la strada nasconde un'insidia non evitabile dall'utente con l'ordinaria diligenza", fino ad indicarlo in termini di "indice tassativo ed ineludibile della responsabilità della P.A." (v. la citata Cass., 1 dicembre 2004, n. 22592).
Della ricorrenza dell'insidia o trabocchetto, nonchè della carenza o dell'inadeguatezza della prescritta attività di controllo, vigilanza e manutenzione da parte della P.A. l'onere della prova è stato peraltro addossato al danneggiato (v. Cass., 4 giugno 2004, n. 10654;
Cass., 30 luglio 2002, n. 11250; Cass., 12 giugno 2001, n, 7938;
Cass., 17 marzo 1998, n. 2850), asseritamente in ossequio alla regola generale in tema di responsabilità civile extracontrattuale secondo cui la prova degli elementi costitutivi dell'illecito è a carico del danneggiato. Trovando altrimenti applicazione il principio dell'autoresponsabilità (richiamato da Corte Cost. n. 156 del 1999).
Successivamente la responsabilità per danni da cose in custodia ex art. 2051 c.c. è stata ritenuta configurabile anche nei confronti della P.A. (v. Cass., 14 ottobre 1970, n. 2020; Cass., 3 giugno 1982, n. 3392; Cass., 27 gennaio 1988, n. 723; Cass., 21 maggio 1996, n. 4673; Cass., 1998, n. 11749; Cass., 22 aprile, 1998, n. 4070), seppure limitatamente ai beni demaniali o patrimoniali di non notevole estensione e non suscettibili di generalizzata e diretta utilizzazione da parte della collettività (v. Cass., 30 ottobre 1984, n. 75567).
L'applicabilità dell'art. 2051 c.c. è stata pertanto affermata con riferimento a beni che consentono in concreto un controllo ed una vigilanza idonea ad impedire l'insorgenza di cause di pericolo, tali considerandosi la villa comunale (v.- Cass. 7 gennaio 1982, n. 58);
la rete fognaria (v. Cass., 2 aprile 2004, n. 6515; Cass., 4 aprile 1985, n. 2319); la galleria di una stazione ferroviaria destinata esclusivamente al personale dell'amministrazione e protetta da un cancello (v. Cass., 20 marzo 1982, n. 1817); le pertinenze e gli arredi della stazione ferroviaria, funzionalizzati allo scopo di consentire l'uscita dei passeggeri dalla medesima (v. Cass., 16 luglio 2005, n. 14091); il trefolo e la fune di guardia di una linea elettrica ad alta tensione di proprietà dell'Enel (v. Cass., 15 gennaio 1996, n. 265); l'albero del cimitero comunale (con riferimento ad una fattispecie di crollo su cappella gentilizia di privato v. Cass., 21 gennaio 1987, n. 526).
Stante l'uso generale e diretto consentito a chiunque, e l'estensione della rete, si è infatti considerato praticamente impossibile l'esercizio da parte della P.A. di un continuo ed efficace controllo idoneo ad impedire l'insorgenza di cause di pericolo per i terzi in relazione a beni del demanio marittimo, fluviale, lacuale, ed a strade, autostrade, strade ferrate appartenenti allo Stato (v. Cass., 27 marzo 1972, n. 976; Cass., 30 ottobre 1984, n. 5567, Cass., 28 ottobre 1998, n. 10759; Cass., 31 luglio 2002, n. 11366; Cass., 25 novembre 2003, n. 17907. Da ultimo v. Cass., 7 febbraio 2005, n. 2410; Cass., 27 gennaio 2005, n. 1655; Cass., 8 aprile 2004, n. 6515.
V. anche Cass., 25 novembre 2003, n- 17907; Cass., 31 luglio 2002, n. 11366; Cass., 9 luglio 2002, n, 10577; Cass., 26 gennaio 1999, n. 699; Cass., 22 aprile 1998, n. 4070; Cass., 16 giugno 1998, n. 5990;
Cass., 27 dicembre 1995, n. 13114).
Con specifico riguardo alle strade, l'applicabilità dell'art. 2051 c.c., senz'altro esclusa con riferimento a quelle statali (v. Cass., 21 dicembre 2001, n. 16179) e alle autostrade (v., da ultimo, Cass., 4 dicembre 1998, n. 12314; Cass., 1 dicembre 1988, n. 921), è stata viceversa ammessa relativamente alle strade di proprietà del Comune (v. Cass., 23 luglio 2003, n. 11446; Cass., 20 novembre 1998, n. 11749; Cass., 21 maggio 1996, n. 4673; Cass., 27 gennaio 1988, n. 723; Cass., 21 gennaio 1987, n. 526; Cass., 3 giugno 1982; n. 3392;
Cass., 14 ottobre 1972, n. 3060, in ordine alla specifica responsabilità dell'Anas quale custode di strada demaniale) o della Provincia (v. Cass., 14 ottobre 1970, n. 2020); alle pertinenze della sede stradale, come le ripe dei fondi laterali (v. Cass., 14 luglio 2004, n. 13087); alle scarpate, sia costituenti sostegno di una strada sovrastante sia a loro volta sovrastanti un'altra strada (v.
Cass., 28 ottobre 1998, n. 10759); alle zone limitrofe alla sede stradale di proprietà della P.A. (v. Cass., 25 novembre 2003, n. 17907; Cass., 31 luglio 2002, n. 11366).
Recentemente questa Corte è quindi pervenuta a ritenerla riferibile anche alla "struttura" e alle pertinenze delle autostrade (v. Cass., 15 gennaio 2003, n. 488; Cass., 13 gennaio 2003, n. 298; Cass., 27 dicembre 1995, n. 13114).
Pur in un quadro di limitata applicazione delle regole di responsabilità civile in materia di strade, sia l'art. 2051 c.c. (v.
Cass., 21 gennaio 1987, n. 526) che - nell'avvertita esigenza di rispetto di norme di legge, regolamentari e tecniche, e di regole di comune prudenza e diligenza come anzitutto quella del neminem laedere (v. Cass., 8 novembre 2002, n. 15707; Cass., 13 febbraio 2002, n. 2067; Cass., 21 dicembre 2001, n. 16179; Cass., 5 luglio 2001, n. 9092; Cass., 14 gennaio 2000, n. 366; Cass., 22 aprile 1999, n. 3991;
Cass., 12 novembre 1998, n. 11455; Cass., 16 giugno 1998, n. 5989;
Cass., 12 novembre 1997, n. 11162; Cass., 28 luglio 1997, n. 7062, con specifico riferimento all'Anas; Cass., 25 giugno 1997, n. 5670;
Cass., 24 gennaio 1995, n. 809; Cass., 1 dicembre 1988, n. 921;
Cass., 11 gennaio 1988, n. 35; Cass., 3 giugno 1980, n. 3619) - la figura dell'insidia o trabocchetto (v. Cass., 25 giugno 1997, n. 5670; Cass., 24 gennaio 1995, n. 809) è stata ritenuta segnare invero il lignite dell'agire discrezionale della P.A. (v. Cass., 9 ottobre 2003, n. 15061).
Tale quadro interpretativo è stato "avallato" anche dalla Corte Costituzionale.
Nel dichiarare non fondata la questione, sollevata in riferimento agli artt. 3, 24 e 97 Cost., di legittimità costituzionale degli artt. 2043, 2051 e 1227 c.c., comma 1, e, nel dare atto che costituisce il portato di "una complessa e sempre più raffinata elaborazione, che ebbe inizio sin dalla entrata in vigore della L. 20 marzo 1865, all. E, abolitrice del contenzioso amministrativo, passando poi attraverso varie fasi", Corte Cost. n. 156 del 1999 ha infatti affermato che la P.A. è responsabile nei confronti dei privati per difetto di manutenzione delle strade allorquando non abbia osservato le specifiche norme e le comuni regole di prudenza e diligenza poste a tutela dell'integrità personale e patrimoniale dei terzi, in violazione del principio fondamentale del neminem laedere, a tale stregua venendo "a superare il limite esterno della propria discrezionalità, con conseguente sua sottoposizione al regime generale di responsabilità dettato dall'art. 2043 cod. civ.".
E nella nozione di "insidia stradale" essa ha in tale occasione ravvisato una "figura sintomatica di colpa", frutto dell'elaborazione giurisprudenziale "mediante ben sperimentate tecniche di giudizio, in base ad una valutazione di normalità, col preciso fine di meglio distribuire tra le parti l'onere probatorio". Onere probatorio che ha peraltro - come detto - finito per addossare al danneggiato.
Da altro canto, Corte Cost. n. 156 del 1999 ha dato atto dell'"approdo ermeneutico" della giurisprudenza di legittimità secondo cui non viola il dettato costituzionale l'interpretazione dell'art. 2051 c.c. che ne esclude l'applicabilità alla P.A., "allorchè sul bene di sua proprietà non sia possibile - per la notevole estensione di esso e le modalità d'uso, diretto e generale, da parte di terzi - un continuo, efficace controllo, idoneo ad impedire l'insorgenza di cause di pericolo per gli utenti".
Il giudice di legittimità costituzionale delle leggi ha peraltro qualificato la "notevole estensione del bene" e "l'uso generale e diretto" da parte di terzi, quali "meri indici" dell'impossibilità di un concreto esercizio del potere di controllo e vigilanza sul bene medesimo.
Impossibilità che afferma non potere farsi discendere dalla mera natura demaniale del bene, dovendo essa se del caso riscontrarsi solamente all'esito "di un'indagine condotta dal giudice con riferimento al caso singolo, e secondo criterio di normalità".
Successivamente a tale pronunzia del giudice costituzionale questa Corte ha nuovamente avuto molteplici occasioni di affrontare la questione, e le diversità interpretative in precedenza maturate sono tornate invero a riemergere.
Da un canto, si è infatti ribadita l'inapplicabilità della presunzione di responsabilità dell'art. 2051 c.c. nei confronti della P.A. per quelle categorie di beni demaniali, come le strade pubbliche, oggetto di utilizzazione generale e diretta da parte di terzi (da ultimo v. Cass., 7 febbraio 2005, n. 2410), indicandosi il referente normativo per l'inquadramento della relativa responsabilità nella regola generale di cui all'art. 2043 c.c., che impone - nell'osservanza della norma primaria del neminem laedere - di far sì che la strada aperta al pubblico transito non integri per l'utente una situazione di pericolo occulto, continuando a ritenerla peraltro configurabile a condizione che venga provata dal danneggiato l'esistenza di una situazione caratterizzata dal doppio e concorrente requisito della non visibilità oggettiva del pericolo e della non prevedibilità subiettiva del medesimo (v. Cass., 21 dicembre 2001, n. 16179). E si è ritenuta manifestamente infondata, in quanto già decisa da Corte Cost. n. 156 del 1999, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2043 cod. civ. (prospettata sotto il profilo della disparità di trattamento ex art. 3 Cost. con l'ipotesi di danneggiamento subito a causa di difetti di manutenzione di siti privati, per i quali varrebbe il più severo regime di responsabilità di cui all'art. 2051 cod. civ.) laddove in tal senso interpretato (v. Cass., Sez. Un., 7 agosto 2001, n. 10893).
Da altro canto, questa Corte (v. Cass., 13 gennaio 2003, n. 298;
Cass., 15 gennaio 2003, n. 488; Cass., 1 ottobre 2004, n. 19653) ha recentemente fatto luogo ad una rimeditazione della questione, anche alla luce della citata sentenza della Corte Costituzionale.
E' pervenuta quindi ad escludere anzitutto l'"automatismo" interpretativo sopra segnalato viceversa seguito anche dal giudice del gravame nell'impugnata sentenza -, secondo cui la ricorrenza delle caratteristiche a) della demanialità o patrimonialità del bene, b) dell'uso diretto della cosa e c) dell'estensione della medesima è da ritenersi idonea ad automaticamente escludere l'applicabilità dell'art. 2051 c.c..
Ha per altro verso negato che l'uso generalizzato e l'estensione della res possano considerarsi quali dati rilevanti in ordine al concreto atteggiarsi della responsabilità del custode ex art. 2051 c.c. (v. Cass., 15 gennaio 2003, n. 488), cui può riconoscersi semmai rilievo sotto il diverso profilo della prova del fortuito (v.
Cass., 1 ottobre 2004, n. 19653).
La responsabilità ex art. 2051 c.c. per i danni conseguenti ad omessa od insufficiente manutenzione delle strade pubbliche trova applicazione nei confronti della P.A., si è ulteriormente precisato, non solo nelle ipotesi in cui essa svolge una determinata attività sulla strada in custodia, ma ogniqualvolta non è ravvisabile l'oggettiva impossibilità dell'esercizio del suo potere di controllo sulla stessa a causa della notevole estensione del bene e del relativo uso generale da parte dei terzi (v. Cass., 23 luglio 2003, n. 11446).
E da tale responsabilità la P.A. può liberarsi solamente fornendo la prova del fortuito (v. Cass., 2 aprile 2004, n. 6515).
Orbene, ad avviso del collegio è quest'ultimo l'orientamento interpretativo che si appalesa corretto e che va nel caso senz'altro ribadito, seppure con alcune ulteriori precisazioni.
Va anzitutto sottolineato che la norma dell'art. 2051 c.c., come del resto già da tempo posto in rilievo anche dalla migliore dottrina, contempla quali unici presupposti applicativi la custodia e la derivazione del danno dalla cosa.
La custodia consiste nel potere di effettiva disponibilità e controllo della cosa.
Tale potere deve essere effettivo (v. Cass., 23 ottobre 1990, n. 10277; Cass., 25 novembre 1988, n. 6340), e può corrispondere ad una situazione anche di mero fatto.
Custodi sono infatti tutti i soggetti, pubblici o privati, che hanno il possesso o la detenzione (legittima o anche abusiva: v. Cass., 3 giugno 1976, n. 1992) della cosa (v., da ultimo, Cass., 20 ottobre 2005, n. 20317).
Custodi sono anzitutto i proprietari.
Quale proprietaria delle strade pubbliche (L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 16, All. F), l'obbligo di relativa manutenzione in capo alla P.A. discende non solo da specifiche norme art. 14 C.d.S.; per le strade ferrate: D.P.R. 11 luglio 1980, n. 753, art. 8, (v. Cass., 3 giugno 1991, n. 6231; v. anche Cass., 16 novembre 1998, n. 11532;
Cass., 22 marzo 1996, n. 2487), e già l'art. 2 del regolamento di polizia ferroviaria emanato con R.D. 31 ottobre 1873, n. 1687: al riguardo v. Cass., 23 luglio 1991, n. 8244; Cass., 19 febbraio 1981, n. 1018; Cass., 23 giugno 1964, n. 1640); per le strade comunali e provinciali, L. 20 marzo 1865, n. 2248, art. 28, All. F; per i Comuni, R.D. 15 novembre 1923, n. 2506, art. 5, ma anche dal generale obbligo di custodia (v. Cass., 27 gennaio 1988, n. 723), con conseguente operatività nei confronti dell'ente della presunzione di responsabilità ex art. 2051 c.c. in caso di omessa prevenzione (v.
Cass., 27 gennaio 2005, n. 1655; Cass., 26 febbraio 1994, n. 1947) e mancato impedimento del danno a terzi (v. Cass., 20 novembre 1998, n. 11749; Cass., 21 maggio 1996, n. 4673; Cass., 27 gennaio 1988, n. 723; Cass., 3 giugno 1982, n. 3392).
Custodi sono anche i conduttori (v. Cass., 19 gennaio 2001, n. 782;
Cass., 18 dicembre 1996, n. 11321; Cass., 11 luglio 1995, n. 7578;
Cass., Sez. Un., 11 novembre 1991, n. 12019) e i concessionari (v.
Cass., 30 luglio 2004, n. 14606; Cass., 13 gennaio 2003, n. 298;
Cass., 1 luglio 1991, n. 7236, v. anche Cass., 23 ottobre 1985, n. 5199). Ancora, i detentori t nell'interesse altrui, anche se per ragioni di ospitalità o di servizio, ad eccezione solamente del caso in cui la detenzione della cosa sia momentanea e sotto la direzione ed il controllo altrui (v. Cass., 21 novembre 1978, n. 5418).
In ogni caso, il dovere di custodia e la correlata responsabilità ex art. 2051 c.c. non vengono (anche per la P.A.) meno neanche laddove il potere di fatto sulla cosa risulti solo in parte trasferito a terzi, perdurando in tal caso l'obbligo di vigilanza e controllo (v.
Cass., 2 aprile 2004, n. 6515).
La situazione giuridica qualificante è da ravvisarsi pertanto nella particolare relazione del soggetto con la cosa, sia essa di fonte negoziale o legale.
Al riguardo il danneggiato, secondo la regola generale in tema di responsabilità civile extracontrattuale, è tenuto a dare la prova che il danno deriva dalla cosa (v. Cass., 18 luglio 1977, n. 3211).
Tale prova del nesso causale va peraltro ritenuta assolta con la dimostrazione che l'evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta o assunta dalla cosa (v. Cass., 13 febbraio 2002, n. 2075; Cass., 16 febbraio 2001, n. 2331; Cass., 22 luglio 1987, n. 6407. V. anche Cass., 15 gennaio 2003, n. 488 - in motivazione -), in ragione di un processo in atto o una situazione determinatasi, ancorchè provocati da elementi esterni (v. Cass., 20 luglio 2002, n. 10641; Cass., 28 marzo 2001, n. 4480; Cass., 22 aprile 1998, n. 4070; Cass., 8 aprile 1997, n. 3041; Cass., 1 marzo 1995, n. 2301; Cass., 26 febbraio 1994, n. 1947; Cass., 14 gennaio 1992, n. 347), che conferiscano cioè alla cosa quella che in giurisprudenza si è a volte indicata come "idoneità al nocumento": v. Cass., 23 ottobre 1990, n. 10277). Non richiedendosi viceversa anche la prova dell'intrinseca dannosità o pericolosità (qualità viceversa rilevante per la diversa fattispecie prevista dall'art. 2050 c.c.) della cosa medesima.
Tutte le cose, anche quelle normalmente innocue, sono infatti suscettibili di assumere ed esprimere potenzialità dannose in ragione di particolari circostanze, e in conseguenza di un processo dannoso provocato da elementi esterni (v. Cass., 8 aprile 1997, n. 3041), risultando ormai superata la distinzione, invero anche nel caso in esame invocata dall'Anas (e per la quale v. Cass., 13 maggio 1997, n. 4196; Cass., 1 giugno 1995, n. 6125), tra cose inerti e cose intrinsecamente dannose in quanto idonee a produrre lesione a persone e cose in virtù di connaturale forza dinamica o per l'effetto di concause umane o naturali (v. Cass., 30 luglio 2004, n. 14606; Cass., 28 marzo 2001, n. 4480; Cass., 22 maggio 2000, n. 6616; Cass., 11 giugno 1998, n. 5796; Cass., 28 ottobre 1995, n. 11264; Cass., 28 ottobre 1995, n. 11264; Cass., 23 ottobre 1990, n. 10277; Cass., 9 maggio 1983, n. 3971).
La derivazione del danno dalla cosa può essere peraltro dal danneggiato offerta anche per presunzioni, giacchè la prova del danno è di per sè indice della sussistenza di un risultato anomalo, e cioè dell'obiettiva deviazione dal modello di condotta improntato ad adeguata diligenza che avrebbe normalmente evitato il danno.
Orbene, come posto in rilievo in dottrina, il danno normalmente evitato da una condotta diligente comporta la presunzione di colpa.
In tal caso è allora il presunto responsabile a dover dare la prova della sua mancanza di colpa. Ma se ha violato una specifica norma giuridica di condotta, la prova di tale violazione è prova sufficiente della colpa.
La norma di cui all'art. 2051 c.c. non richiede, invero, altri e diversi presupposti applicativi.
Nemmeno, in particolare, i suindicati "indici", di fonte viceversa giurisprudenziale, della "notevole estensione del bene" e dell'"uso generale e diretto" della cosa da parte di terzi, che tantomeno possono pertanto considerarsi (diversamente da quanto affermato da Cass., 1 dicembre 2004, n. 22592) "tassativi" ai fini della configurabilità della responsabilità della P.A..
Nè è d'altro canto necessaria la dimostrazione dell'insussistenza di impulsi causali autonomi ed estranei alla sfera di controllo propria del custode e quindi per il medesimo inevitabili (v. Cass., 6 agosto 1997, n. 7276), giacchè è al custode che incombe la prova del fortuito (v. Cass., 13 febbraio 2002, n. 2075).
Nel porre una responsabilità presunta a carico del soggetto che si trova in una data relazione con la cosa (v. Cass., 7 febbraio 2005, n. 2410; Cass., 1 ottobre 2004, n. 19653; Cass., 30 luglio 2004, n. 14606; Cass., 20 novembre 1998, n. 11749), la norma determina infatti un'inversione probatoria rispetto alla regola generale in tema di illecito extracontrattuale posta dall'art. 2043 c.c. (per la quale v., da ultimo, Cass., 28 luglio 2005, n. 15808; Cass., 4 giugno 2004, n. 10654).
L'onere della prova incombe cioè, diversamente che nella detta ipotesi generale, in capo non già al danneggiato bensì a chi si trova nella particolare situazione che gli attribuisce i poteri di disponibilità e controllo sulla cosa (v. Cass., 19 agosto 1997, n. 7702).
A tale stregua, correttamente si è in dottrina qualificata la fattispecie in questione come ipotesi di responsabilità aggravata.
E' infatti indubbio che tale inversione dell'onere probatorio incide sulla posizione sostanziale delle parti, agevolando la posizione del danneggiato con il far gravare sul danneggiante, il rischio del fatto ignoto, inidoneo ad eliminare l'incertezza in ordine allo svolgimento eziologico dell'accadimento (v. Cass., 14 marzo 1983, n. 1897).
Tale inversione dell'onere probatorio non fa peraltro venire meno la rilevanza del requisito della colpa, che concorre - seppure in via presuntiva - a costituire l'illecito, come reso palese dalla stessa possibilità di provarne la mancanza.
La norma contempla infatti in favore del presunto responsabile la ed. prova liberatoria.
Come nelle altre ipotesi di speciale responsabilità che derogano alla regola generale in tema di responsabilità civile extracontrattuale posta dall'art. 2043 c.c. (artt. 2047, 2048, 2050, 2052 c.c., nonchè - seppure con alcuni particolari profili distintivi - 2053 c.c.), anche l'art. 2051 c.c. attribuisce al responsabile la possibilità di liberarsi dalla responsabilità presuntivamente posta a suo carico.
La prova liberatoria consiste, nel caso, come espressamente indicato nella norma di cui all'art. 2051 c.c., nella prova del fortuito (v.
Cass., 1 ottobre 2004, n. 19653), che trova piena giustificazione in ragione dei poteri che la particolare relazione con la cosa attribuisce al custode, cui fanno peraltro riscontro corrispondenti obblighi di vigilanza, controllo e diligenza, i quali impongono al medesimo di adottare tutte le misure idonee a prevenire ed impedire la produzione di danni a terzi, con lo sforzo diligente adeguato alla natura della cosa e alle circostanze del caso concreto.
In ragione del potere fisico sulla cosa, che gli impone di vigilare al fine di evitare che la cosa produca danni a terzi (v. Cass., 14 giugno 1999, n. 5885; Cass., 11 marzo 1995, n. 2861; Cass., 14 gennaio 1992, n. 347; Cass., 1 aprile 1987, n. 3129; Cass., 23 luglio 1973, n. 2147; Cass., 12 giugno 1973, n. 1698), fondamento della responsabilità è infatti la violazione del dovere di sorveglianza gravante sul custode (contra, per l'irrilevanza della condotta del custode e l'osservanza o meno degli obblighi di vigilanza, v. Cass., 21 ottobre 2005, n. 20359; Cass., 20 ottobre 2005, n. 20317).
Attesa la sussistenza della detta prova liberatoria, non può essere allora accolto, benchè affermato prevalentemente in dottrina -e recepito in alcune pronunzie di questa Corte, l'orientamento che, argomentando dall'estraneità del comportamento del responsabile rispetto alla "struttura" del rapporto preso in considerazione dalle norme (v. in particolare Cass., 9 novembre 2005, n. 21684; Cass., 20 ottobre 2005, n. 20317; Cass., 26 luglio 2005, n. 15613; Cass., 20 luglio 2002, n. 10641, che fa in proposito espressamente richiamo a quanto affermato da Cass., Sez. Un., 11 novembre 1991, n. 12019), nelle suindicate fattispecie di responsabilità speciale - ed in quella di responsabilità per custodia ex art. 2051 c.c. in particolare-, ravvisa ipotesi di responsabilità oggettiva (v. Cass., 20 ottobre 2005, n. 20317; Cass., 11 gennaio 2005, n. 376; Cass., 6 aprile 2004, n. 5236; Cass., 20 luglio 2002, n. 10641).
La prova liberatoria del fortuito attiene infatti alla prova che il danno si è verificato in modo non prevedibile nè superabile con l'adeguata diligenza, e cioè con lo sforzo diligente dovuto in relazione alle circostanze concrete del caso.
Essa si sostanzia pertanto nella prova di aver adottato, in relazione alle condizioni della cosa e alla sua funzione, tutte le misure idonee ad evitare il danno. Nella prova che, pur essendosi mantenuto il comportamento diligente nel caso dovuto, il danno si è ciononostante verificato per un evento non prevedibile nè superabile con la diligenza normalmente adeguata in relazione alla natura della cosa, alla sua funzione e alle circostanze del caso concreto (v.
Cass., 24 maggio 1997, n. 4632).
Questa Corte ha già da tempo affermato il principio per il quale il dovere di vigilanza impone al custode di accertare che il bene, per il dinamismo ad esso connaturato o per l'insorgenza di un elemento dannoso esterno, versi in condizioni tali da non arrecare pregiudizio a terzi. A tal fine dovendo pertanto egli esplicare un'attività di controllo, sorveglianza, manutenzione adeguati alla natura della cosa stessa ed in particolare all'uso cui essa è destinata, avuto riguardo anche ai pericoli normalmente connessi, essendo tenuto ad adottare tutte le cautele idonee ad evitare la degenerazione della cosa in condizioni tali da risultare dannosa (v. Cass., 14 gennaio 1992, n. 347).
Va allora disatteso l'orientamento secondo cui la prova positiva del fortuito, contraria alla presunzione di responsabilità, consiste nella prova del fatto estraneo alla sfera "di custodia", e in particolare del fatto del terzo o dello stesso danneggiato (v. Cass., 9 novembre 2005, n. 21684; Cass., 21 ottobre 2005, n. 20359; Cass., 20 luglio 2002, n. 10641; Cass., 8 aprile 1997, n. 3041; Cass., 14 marzo 1983, n. 1897), giacchè essi, come si è posto in rilievo in dottrina, sono irrilevanti ai fini dell'esonero dalla responsabilità laddove in base al dovere di custodia il presunto responsabile avrebbe dovuto prevederli ed evitarli (cfr. Cass., 9 novembre 2005, n. 21684; Cass., 21 ottobre 2005, n. 20359; Cass., 26 luglio 2005, n. 15613; Cass., 27 gennaio 2005, n. 1655; Cass., 4 giugno 2004, n. 10649; Cass., 11 giugno 1998, n. 5796; Cass., 10 ottobre 1997, n. 9876; Cass., 1 ottobre 1997, n. 9568; Cass., 28 agosto 1995, n. 9047;
Cass., 15 marzo 1988, n. 2458; Cass., 11 novembre 1987, n. 8308. V. anche Cass., 15 gennaio 2003, n. 488). Sicchè i caratteri dell'imprevedibilità e della inevitabilità dell'evento non ricorrono laddove questo poteva essere prevenuto dal custode attraverso l'esercizio dei suoi poteri ed esplicazione dei corrispondenti doveri (v. Cass., 27 gennaio 2005, n. 1655; Cass., 28 agosto, 1995, n. 9047).
A tale stregua, la prova del fortuito attiene allora piuttosto al profilo della mancanza di colpa (cfr. Cass., 24 maggio 1997, n. 4632), la quale emerge invero anche argomentando dall'imprevedibilità ed inevitabilità dell'evento che proprio tale mancanza valgono sostanzialmente ad attestare, anzichè, come pure prevalentemente si sostiene, alla mancanza del nesso causale (v., da ultimo, Cass., 20 ottobre 2005, n. 20317; Cass., 15 marzo 2004, n. 5236; Cass., 20 luglio 2002, n. 10641; nonchè la stessa Cass., 1 ottobre 2004, n. 19653). E, come in dottrina si è anche autorevolmente sottolineato, non è chi non veda che il criterio di causalità è altro e diverso dal giudizio di diligenza (avere preso tutte le misure idonee).
La tesi secondo cui il fortuito assume rilievo in relazione all'interruzione del nesso causale trova infatti smentita laddove, nel premettere l'estraneità del comportamento del custode alla struttura della norma di cui all'art. 2051 c.c. (v., da ultimo, Cass., 20 ottobre 2005, n. 20317), ai fini della relativa prova essa finisce poi per richiedere e valutare nient'altro che quanto il presunto responsabile avrebbe dovuto fare, e non ha fatto, per evitare il danno.
A tale stregua, la prova del fortuito si risolve allora sul piano del raffronto tra lo sforzo diligente nel caso concreto dovuto e la condotta mantenuta. Nella dimostrazione, in sostanza, di avere mantenuto una condotta caratterizzata da assenza di colpa. E se tale prova non viene dal presunto responsabile fornita, ne consegue la mancata liberazione dall'addebito di responsabilità posto presuntivamente a suo carico, che a tale stregua sul piano della coerenza sistematica non può dunque considerarsi altrimenti fondata su un giudizio di colpa (obiettiva).
Al riguardo, vale rilevare, anche nelle sentenze di questa Corte ove la responsabilità da custodia ex art. 2051 c.c. viene qualificata in termini di responsabilità oggettiva si finisce invero per riconoscere l'ammissibilità della prova liberatoria del fortuito (v.
Cass., 9 novembre 2005, n. 21684; Cass., 20 ottobre 2005, n. 20317;
Cass., 26 luglio 2005, n. 15613; Cass., 11 gennaio 2005, n. 376;
Cass., 6 aprile 2004, n. 5236; Cass., 20 luglio 2002, n. 10641).
Prova del fortuito che in altre ipotesi, come ad es. quelle concernenti la responsabilità da preposizione (art. 2049 c.c.), per danni nucleari (L. 31 dicembre 1962, n. 1860, art. 15), per danni arrecati da velivoli a terzi sulla superficie (art. 965 cod. nav.), è viceversa imprescindibilmente esclusa.
Solo tali ipotesi possono allora propriamente qualificarsi come fattispecie di responsabilità oggettiva.
Poichè l'art. 2051 c.c. consente invece al custode di dare la prova liberatoria, è con riferimento ad essa che sembrano assumere in realtà rilievo i caratteri dell'estensione e dell'uso diretto della cosa da parte della collettività, i quali non attenendo - come detto - alla struttura della fattispecie, e non potendo configurarsi quali presupposti di applicazione della disciplina, possono valere ad escludere la presunzione di responsabilità gravante sul custode nel caso in cui questi dia la prova che l'evento dannoso presenta i caratteri dell'imprevedibilità e della inevitabilità (v. Cass., 1 ottobre 2004, n. 19653).
In relazione a situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze del bene demaniale o patrimoniale, la prova del fortuito attiene alla dimostrazione dell'espletamento da parte del custode dell'attività di vigilanza, controllo e manutenzione dovuta in relazione alla natura della cosa. Mentre ove tali situazioni possano originarsi da comportamenti degli utenti o da una repentina o imprevedibile alterazione dello stato della cosa, la prova del fortuito da parte del custode si sostanzia nella dimostrazione che il danno è dovuto ad un evento non prevedibile nè superabile con l'adeguata diligenza, e di quanto il medesimo avrebbe dovuto fare ed ha fatto per evitare il danno (v. Cass., 1 ottobre 2004, n. 19653; Cass., n. 298 del 2003; Cass. n. 488 del 2003).
Il fortuito può considerarsi pertanto integrato nell'ipotesi in cui evitare il danno avrebbe richiesto l'impiego di mezzi di entità non già meramente considerevole (v. Cass., 4 giugno 2004, n. 10649;
Cass., 10 ottobre 1997, n. 9876) bensì straordinari cfr. Cass., 5 luglio 1991, n. 7411; Cass., 11 novembre 1987, n. 8308. V. anche Cass., 4 febbraio 1987, n. 1068).
Il presunto responsabile può invece, in presenza di condotta che valga ad integrare la fattispecie ex art. 1227 c.c., comma 16, dedurre e provare il concorso di colpa del danneggiato, senz'altro configurabile anche nei casi di responsabilità presunta ex art. 2051 c.c. del custode (v. Cass., 15 ottobre 2004, n. 20334; Cass., 1 ottobre 2004, n. 19653; Cass., 18 giugno 2004, n. 11414; Cass., 13 febbraio 2002, n. 2067; Cass., 20 luglio 2002, n. 10641; Cass., 7 giugno 2000, n. 7727; Cass., 26 aprile 1994, n. 3957), e pertanto a fortiori in presenza di condotta dell'utente della strada che risulti abnorme (v. Cass., 2 aprile 2004, n. 6516; Cass., 8 novembre 2002, n. 15710; Cass., 27 settembre 1999, n. 10703) o comunque idonea ad assumere al riguardo rilevanza.
In conclusione, il caso fortuito esclude, come posto in rilievo in dottrina, la colpa del soggetto per un danno che è causalmente riconducibile al fatto del soggetto o alla sua omissione.
Esso è pertanto propriamente una concausa del danno, che rileva quale esimente di responsabilità.
Dalla suesposta ricostruzione della disciplina, che appare invero consentanea con quanto affermato da Corte Cost. n. 196 del 1999, in particolare là dove si afferma che la "notevole estensione del bene" e "l'uso generale e diretto" della cosa da parte di terzi costituiscono meri indizi dell'impossibilità d'un concreto esercizio del potere di controllo e vigilanza sul bene medesimo - impossibilità che può essere ritenuta solo all'esito di un'indagine condotta dal giudice con riferimento al caso singolo, e con criteri di normalità (peraltro con la suesposta precisazione che tali "indizi" assumono rilievo non già sotto il profilo della "struttura" della fattispecie di cui all'art. 2051 c.c., bensì in relazione alla prova liberatoria del fortuito ivi prevista) -, la responsabilità speciale per custodia ex art. 2051 c.c. risulta dunque non solo configurabile, ma invero senz'altro preferibile rispetto alla regola generale posta dall'art. 2043 c.c..
Essa si presta infatti ad una migliore salvaguardia e ad un miglior bilanciamento degli interessi in gioco in conformità ai principi dell'ordinamento giuridico e al sentire sociale.
Il fondamento della responsabilità per danno da cose in custodia riposa infatti, come già indicato, nella violazione dei doveri di sorveglianza, che incombe in capo a chi ne ha la disponibilità imponendogli di adottare tutte le misure idonee ad evitare che le stesse possano arrecare danno a terzi, esercitando il relativo controllo ed intraprendendo tutte le iniziative necessarie a mantenere la cosa in grado di non nuocere ai terzi nell'ambito della sua funzionalità, a prescindere dalla sua natura intrinsecamente pericolosa o dannosa.
In materia di strade, si noti, la res appartiene alla P.A. (sia essa Stato, Provincia o Comune), che nella qualità è anche da specifiche fonti normative gravata da obblighi di manutenzione e controllo.
Quale custode, la responsabilità risulta a suo carico peraltro configurata non già, come viceversa in altra fattispecie, in termini di responsabilità oggettiva, bensì di responsabilità meramente presunta, vincibile con la prova del fortuito.
La presunzione posta dalla norma è da intendersi nel caso non già nel significato di derivazione del fatto ignoto da quello noto (da ultimo v. Cass., 25 ottobre 2005, n. 20671) bensì quale finzione che, mediante un'eccezione al principio generale posto dall'art. 2697 c.c., determina una distribuzione dell'onere della prova diversa rispetto a quella valevole in tema di illecito civile per la regola generale di cui all'art. 2043 c.c., al fine di favorire il danneggiato, in ossequio al principio dogmatico di cd. vicinanza alla prova.
Il significato di tale presunzione si coglie invero (anche) sul piano della rilevanza che assume al riguardo il principio della colpa obiettiva, quale violazione della misura dello sforzo in relazione alle circostanze del caso concreto adeguato ad evitare che la cosa provochi danno a terzi.
Nell'informarsi al principio di generale favor per il danneggiato, l'ordinamento non indulge infatti a soluzioni radicali nei confronti del custode, cui è attribuita la possibilità di liberarsi dalla responsabilità facendo valere la propria mancanza di colpa (o il concorso di colpa del terzo o del danneggiato: v. Cass., 7 giugno 2000, n. 7727; Cass., 26 aprile 1994, n. 3957).
Per altro verso, al danneggiato non può farsi carico della prova anche dell'insidia o trabocchetto, estranei alla responsabilità ex art. 2051 c.c. (v. Cass., 17 maggio 2001, n. 6767), così come della condotta omissiva o commissiva del custode, dovendo invero limitarsi a provare la sussistenza dell'evento dannoso ed il suo rapporto di causalità con la cosa.
Esigenze queste ultime che, va per completezza osservato, impongono in ogni caso di interpretare - anche in tema di responsabilità della P.A. in materia di strade - la regola generale di responsabilità civile ex art. 2043 c.c. esclusivamente secondo il suo tenore formale e significato sostanziale.
Con esclusione cioè (diversamente invero da quanto sul punto costantemente affermato da questa Corte, e in particolare da Cass., Sez. Un., 7 agosto 2001, n. 10893 e da Corte Cost., 10 maggio 1999, n. 156) della possibilità di assegnarsi rilievo a figure, come l'insidia o trabocchetto determinante pericolo occulto, dalla regola generale ex art. 2043 c.c. invero non previste, essendo in realtà frutto dell'interpretazione giurisprudenziale (cfr. Cass., 9 novembre 2005, n. 21684; Cass., 13 luglio 2005, n. 14749; Cass., 17 maggio 2005, n. 6767; Cass., 25 giugno 2003, n. 10131) che, movendo da esigenze di limitazione delle ipotesi di responsabilità, finisce tuttavia per risolversi, laddove viene a porne la relativa prova a carico del danneggiato, in termini di ingiustificato privilegio per la P.A..
La posizione probatoria del danneggiato risulta infatti a tale stregua aggravata, in contrasto non solo con il tenore letterale ed il portato sostanziale della norma ma, in termini generali, anche con le stesse scelte di fondo dell'ordinamento in materia di responsabilità civile, rispondenti al riconosciuto favor per il soggetto che ha subito la lesione di una propria posizione giuridica soggettiva giuridicamente rilevante e tutelata, che, laddove non prevenuta, ne impone la rimozione o il ristoro da parte del danneggiante.
Costruzione dalla giurisprudenza a suo tempo elaborata in ossequio a finalità socio-politiche ed economiche alla norma e alla materia in questione in realtà estranee, e comunque ormai (quantomeno) non (più) rispondenti al prevalente sentire della coscienza sociale.
Nel caso che ne occupa la strada statale ed il ponte che ne rappresenta elemento accessorio teatro della vicenda costituiscono, come dalla stessa odierna controricorrente Anas ammesso nei suoi scritti difensivi, oggetto dell'attività di manutenzione da tale ente espletato nella sua qualità di custode.
Anche con riferimento al ponte attraversato da una strada, cosi come avuto riguardo ad altri elementi accessori e relative pertinenze di proprietà dello Stato o di enti locali quali il Comune (v, Cass., 23 luglio 2004, n. 11446; Cass., 15 gennaio 2003, n. 488; Cass., 21 maggio 1996, n. 4673; Cass., 27 gennaio 1988, n. 723; Cass., 4 aprile, 1985, n. 2319; Cass., 3 giugno 1982, n. 3392; Cass., 20 novembre 1978, n. 11749) o la Provincia (v. Cass., 14 ottobre 1970, n. 2020), è invero configurabile la responsabilità per danni da cose in custodia ex art. 2051 c.c..
Come richiamato anche dall'odierno ricorrente, e più sopra anticipato, all'art. 14 C.d.S., allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, si attribuisce specificamente agli enti proprietari delle strade il compito di provvedere: a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonchè delle attrezzature, impianti e servizi; b) al controllo tecnico dell'efficienza delle strade e relative pertinenze;
c) alla apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta. E si precisa (comma 3) che per le strade in concessione i poteri e i compiti dell'ente proprietario della strada previsti dal codice della strada sono esercitati dal concessionario, salvo che sia diversamente stabilito (cfr. Cass., 14 luglio 2004, n. 13087).
All'art. 2 dell'atto di legge di relativa trasformazione da azienda in ente pubblico economico (D.Lgs. 26 febbraio 1994, n. 143 recante "Istituzione dell'Ente Nazionale per le Strade, modellato sulla precedente L. 7 febbraio 1961, n. 59, recante "Riordinamento strutturale e revisione dei ruoli organici dell'Azienda Nazionale Autonoma delle Strade - A.N.A.S.-), all'Anas, che mantiene tale denominazione in forza del D.P.C.M. 26 luglio 1995 (cfr. Cass., 9 maggio 2005, n. 9590, in motivazione), si attribuisce il compito, tra l'altro, di gestire le autostrade statali e provvedere alla loro manutenzione ordinaria e straordinaria (lett. a); realizzare il progressivo miglioramento della rete delle strade ed autostrade statali e della relativa segnaletica (lett. b); di curare l'acquisto, la costruzione, la conservazione, il miglioramento e l'incremento dei beni mobili ed immobili destinati al servizio delle strade e delle autostrade statali (lett. e); attuare le leggi e i regolamenti concernenti la tutela del patrimonio delle strade e delle autostrade statali, nonchè la tutela del traffico e della segnaletica; adottare i provvedimenti ritenuti necessari ai fini della sicurezza del traffico sulle strade ed autostrade medesime; esercitare, per le strade ed autostrade ad esso affidate, i diritti ed i poteri attribuiti all'ente proprietario (lett. f); effettuare e partecipare a studi, ricerche e sperimentazioni in materia di viabilità, traffico e circolazione (lett. g).
Con specifico riferimento ai ponti, al D.M. LL.PP. 18 febbraio 1992, n. 223, art. 1, ("Regolamento recante istruzioni tecniche per la progettazione e l'impiego delle barriere stradali di sicurezza") si definiscono "barriere stradali di sicurezza" i "dispositivi aventi lo scopo di realizzare il contenimento dei veicoli che dovessero tendere alla fuoriuscita dalla carreggiata stradale, nelle migliori condizioni di sicurezza possibili", dettandosi altresì disposizioni in relazione all'adeguamento di tratti significativi di tronchi stradali esistenti, oppure nella ricostruzione e riqualificazione (anche) di parapetti di ponti e viadotti situati in posizione pericolosa per l'ambiente esterno alla strada o per l'utente stradale (comma 3).
L'obbligo di vigilanza e controllo, e di adottare tutte le misure idonee per rendere innocua la cosa e non arrecare danno a terzi, che già in base al dovere generale (cfr. Cass., 15 gennaio 2003, n. 488) del neminem laedere trova la propria fonte, a fortiori sussiste in ipotesi di responsabilità aggravata, come quella per custodia ex art. 2051 c.c., che costituiscono espressione di maggior favore per il danneggiato.
Non potendo nemmeno tralasciarsi il rilievo che in argomento è da riconoscersi all'obbligo di buona fede oggettiva o correttezza, quale generale principio di solidarietà sociale che trova applicazione anche in tema di responsabilità extracontrattuale, imponendo al soggetto di mantenere nei rapporti della vita di relazione un comportamento leale, specificantesi in obblighi di informazione e di avviso, nonchè volto alla salvaguardia dell'utilità altrui nei limiti dell'apprezzabile sacrificio, dalla cui violazione conseguono profili di responsabilità in ordine ai falsi affidamenti anche solo colposamente ingenerati nei terzi.
Nell'impugnata sentenza la Corte d'Appello di Reggio Calabria non si è invero attenuta ai suesposti principi.
S'impone pertanto l'accoglimento per quanto di ragione del ricorso proposto dal F. e la cassazione dell'impugnata sentenza, con rinvio ad altra Corte d'Appello, che procederà ad un nuovo esame della fattispecie, e dei medesimi farà applicazione.
Le ragioni della decisione costituiscono giusti motivi di integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di Cassazione».

Cass. civ. Sez. III, 24-11-2005, n. 24799: «I motivi primo, secondo, quarto e quinto vanno esaminati insieme in quanto connessi.
Con il primo motivo i ricorrenti denunciano "insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5" esponendo doglianze che possono essere sintetizzate come segue. La sentenza della Corte d'Appello di Brescia merita di essere cassata, poichè illogica e contraddittoria, nonchè contraria a diritto, laddove non ha ritenuto che la strada teatro del tragico evento fosse adibita ad uso pubblica La Corte, in relazione alla strada in oggetto, ha infatti affermato che: "essa non compare in alcuna dette carte topografiche prodotte". I documenti di cui si lamenta l'omesso esame (7 bis fascicolo 1^ grado, estratto del fg. 5 del NCTR del Comune di Crema allegata alla delibera Giunta regionale n. 56016 del 20/06/1990, 8 carta tecnica Comune di Crema, allegato 3 della consulenza redatta dal CTU), smentiscono l'affermazione testè riportata della Corte d'Appello e posta come fondamento della decisione, risultando in dette schede catastali ben individuata e graficamente segnata, la strada in oggetto. Secondo il costante insegnamento della Corte Suprema, l'appartenenza della strada all'Ente pubblico territoriale può essere desunta da una serie di elementi presuntivi aventi i requisiti di gravità, precisione e concordanza, quali le risultanze delle mappe catastali (Cass. n. 5339/2001, Cass. n. 3117/1995, Cass. n. 5835/1979). Oltre a ciò, se i documenti ignorati fossero stati valutati congiuntamente alle testimonianze assunte, la Corte non avrebbe potuto negare l'uso pubblico della strada teatro del sinistro, sostitutiva della Via dei Saletti (il ricorrente cita le testimonianze di Marchesetti Alberto e Zaini Gianberto). La pronuncia risulta erronea, sotto il profilo della contraddittorietà ed illogicità, laddove pur riconoscendo che la strada aveva sostituito il tracciato di quella comunale via Saletti (ovvero Donati) e l'uso della stessa da parte della collettività, non ha ritenuto applicabile sulla parte del nuovo tracciato, realizzato dal cavatore in sostituzione di quello precedente, D.P.R. n. 128 del 1959, art. 104, nonostante l'articolo citato richieda unicamente l'uso pubblico di una strada e non la demanialità della stessa. E' la stessa Corte che nella motivazione della sentenza gravata ritiene provata la qualifica di strada comunale della via Saletti (v. a pag. 14). La motivazione della sentenza appare del tutto illogica e contraddittoria, laddove esclude una destinazione ad uso pubblico, sia perchè le mappe catastali evidenziano la natura pubblica della strada dei Saletti (ovvero via Donati), sia perchè è risultato provato che detta strada è sempre stata aperta al transito della collettività, la quale l'ha utilizzata in sostituzione del tracciato della preesistente strada comunale. Ad ulteriore conferma delle proprie prospettazioni, la Corte d'Appello ha poi affermato che successivamente al tragico evento Alberti ebbe a sbarrare il transito, dimostrando con ciò che il passaggio avveniva per mera tolleranza, rilevando, per di più, che non emergeva, successivamente alla chiusura, alcuna reazione dell'Ente pubblico. La tesi è tuttavia clamorosamente ed insanabilmente in contrasto con le affermazioni rese in sede penale dallo stesso Alberti, e prodotte in giudizio all'udienza del 09/04/1999, il quale affermava che "dopo il fatto, con il permesso del Comune e del Parco (Parco del fiume serio n.d.r.) ho collocato la Stanga". Se la strada non fosse gravata da un uso pubblico, rectius, se, come affermato dalla Corte d'Appello di Brescia, il transito sulla strada fosse stato espressione di mera tolleranza del sig. Alberti, non si comprende per quale motivo questi avrebbe dovuto chiedere ed ottenere il permesso dal Comune di Crema di posizionare una sbarra per limitare la circolazione carrabile. Per di più, come precisato sempre dall'Alberti in sede penale, la sbarra, posizionata dell'appellato dopo l'evento per cui è causa, ha limitato esclusivamente la circolazione delle autovetture, ma non quelle dei velocipedi, essendo per tale utilizzo la strada, ancora oggi, di pacifico uso pubblico. La sentenza impugnata dovrà essere cassata poichè dall'accertamento dell'esistenza di un uso pubblico discende la violazione la norma di cui al D.P.R. n. 128 del 1959, art. 104, che prescrive una distanza dal ciglio di cava di m. 20 per le strade di uso pubblico carrozzabili e di m. 10 per quelle di uso pubblico non carrozzabili, mentre le testimonianze assunte hanno dimostrato che tra la strada e la cava non vi erano più di tre o quattro metri.
Con il secondo motivo le parti ricorrenti denunciano "violazione e/o falsa applicazione dell'art. 825 c.c. in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5" esponendo doglianze che possono essere sintetizzate come segue.
Perchè vi sia un uso pubblico non è necessario un "atto di asservimento" da parte della P.A. ovvero il "protrarsi dell'utilizzo da parte di una indistinta molteplicità di persone per il tempo necessario all'usucapione" così come affermato in sentenza (pag.
23). L'istruttoria ha accertato che Alberti ha messo volontariamente parte della sua proprietà, il nuovo tracciato della strada, a disposizione della collettività affinchè venisse utilizzata in luogo del vecchio tracciato della Via Saletti (già Donati): in sede penale Alberti riferisce che "la strada in questione è comunale e fa parte del Parco Serio" riconoscendo in tal modo che pur essendo stata la stessa realizzata su un mappale di sua proprietà esclusiva è destinata all'uso della collettività. Tale solo fatto è idoneo a perfezionare l'uso pubblico della strada senza che sia necessario il decorso di un congruo periodo di tempo, o un atto negoziale, o un procedimento espropriatorio, così come l'istituto della dicatio ad patriam prevede. E' la stessa Corte D'Appello ad accertare che sulla strada in questione transitavano "liberamente persone, a piedi, in bicicletta o con mezzi motorizzati anche agricoli dirette alla volta dei fondi posti oltre la proprietà Alberti o alla volta del fiume" (pag. 23), ma ritiene necessario, per accertare la violazione del D.P.R. n. 128 del 1959, art. 104, l'esistenza di un titolo espressivo "della soggezione della strada stessa a una servitù istituita a favore della collettività". La sentenza impugnata risulta viziata da un errar in iudicando perchè individua erroneamente nell'usucapione o nell'esistenza di un formale atto di asservimento, le uniche fattispecie applicabili al caso in esame. La Corte di appello avrebbe dovuto applicare la norma della "dicatio ad patriam", quale titolo costitutivo di una servitù di uso pubblico.
Con il quarto motivo i ricorrenti denunciano "violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 128 del 1959, artt. 1 e 118, artt. 2043 e 2050 c.c in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3 omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5" esponendo doglianze che possono essere sintetizzate come segue, la Corte d'Appello di Brescia, dopo aver accertato la violazione, da parte dell'Alberti, nell'esercizio dell'attività di escavazione, delle prescrizioni di cui al D.P.R. n. 128 del 1959, art. 118 ha negato l'applicazione della norma alla fattispecie in esame. Espressamente l'art 118 citato vieta l'escavazione di materiali utili se non dopo l'asportazione, per una distanza minima di metri 1,5, del terreno di copertura. La Corte d'Appello limita il campo di applicazione della norma ai pericoli di franamento del solo materiale di copertura e quindi alla sola sicurezza degli addetti e quindi dei luoghi di lavoro. Una tale interpretazione, contrasta nettamente non solo con lo spirito e la ratio della norma, ma anche con l'espresso dettato legislativo (art. 1 del citato D.P.R.). Nessun dubbio che:
le norme in oggetto, ivi compreso l'art. 118, abbiano per espressa ed inequivoca disposizione normativa, lo scopo anche di tutelare la sicurezza dei terzi;
ugualmente certo che i materiali utili, all'interno della cava Alberti si trovassero al di sotto di un manto di copertura (terreno) di cui era necessario effettuare lo scotico;
accertato ed indiscusso è altresì il fatto che il manto di copertura non era stato rimosso sino alla distanza prevista dalla legge;
parimenti certo quindi che il manto di copertura in precedenza rimosso si trovasse accatastato in grandi cumuli sul ciglio di escavazione. Alla luce di tali dati di fatto ritenere, come ha fatto la Corte di appello di Brescia, che detta violazione non sia applicabile al caso di specie è operazione non solo illogica, ma anche contraria alla specifica norma di legge richiamata.
Con il quinto motivo i ricorrenti denunciano "insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5" esponendo doglianze che possono essere sintetizzate come segue. La Corte infetti, facendo proprie le conclusioni del c.t.u., "ritiene che debba reputarsi difficilmente contestabile l'impossibilità del consulente di avere un'esatta e oggettivamente controllabile fotografia dello stato dei luoghi, per quanto attiene alle concrete modalità di coltivazione della cava, riferite all'epoca dei fatti" e che il consulente "in definitiva, non abbia inteso escludere che la voragine in questione possa essersi verificata secondo i processi eziologici indicati da parte appellante; egli ha voluto solamente affermare che, in assenza di precisi e riscontrabili dati di partenza, quei processi rimangono confinati al rango di mere ipotesi, certamente difendibili al pari di altre che si potrebbero parimenti avanzare. Questo approccio metodologico appare alla Corte senz'altro esatto e coerente con gli ordinari modi di intendere la prova su rapporto di causalità. Affermare infatti che un determinato fenomeno può essere stato cagionato da altri fiati non equivale infatti ad accertare che questi ultimi, nel caso concreto, sicuramente sono stati la causa di ciò che in effetti accaduto" (cfr. Sentenza pagina 32 e 34). La corte ha completamente omesso di considerare e valutare questi fatti: 1) presenza di cumuli tra la strada e l'argine, la loro estensione e ampiezza; 2) le verifiche redatte dal ctu, e allegate alla perizia (grafici pag. 13 e seg.) non vedono la presenza di cumuli sul ciglio di cava; 3) le verifiche di stabilità prodotte dal consulente all'udienza del 27/10/2000, con l'inserimento dei cumuli attestano la pericolosità e l'assenza di un fattore di sicurezza e quindi oggettivamente le condizioni perchè si aprisse in loco una voragine. Se avesse considerato questi punti decisivi della controversia La Corte sarebbe giunta con certezza, e non con una valutazione meramente probabilistica, ad una diversa soluzione del giudizio. La continuità tra cumuli e ciglio di cava, condizione questa affermata dal consulente necessaria perchè vi sia instabilità e dissesto geologico, è stata chiaramente provata in corso di causa. La distanza imposta dal D.P.R. n. 128 del 1959 per l'accumulo di materiali rispetto alla scarpata del lago di cava, è volta ad impedire che il peso dei materiali ivi depositato possa provocare eventi franosi delle rive, poichè come nel caso di specie in presenza di acqua che inzuppano il terreno da un lato, diminuendo la compattezza e la resistenza e dall'altro ne incrementano notevolmente il peso, è conseguenza inevitabile quella del dissesto geologico.
I motivi primo, secondo, quarto e quinto sopra riassunti vanno esaminati insieme per le seguenti ragioni.
I ricorrenti assumono che l'Alberti ha tenuto comportamenti vari (nell'utilizzare la cava) legati da nesso eziologico con gli eventi dannosi in questione; ed assumono inoltre che detti comportamenti comportano violazione delle norme sopra indicate.
Appare indubbio che perchè possa ritenersi accoglibile la loro tesi debbono sussistere entrambi gli elementi in questione: sussistenza del nesso eziologico e sussistenza della violazioni (e quindi della colpa).
La Corte d'Appello (in particolare dalla pag. 28 in poi) ha svolto una serie di considerazioni che l'hanno indotta (aderendo alle conclusioni del C.T.U.) a concludere tra l'altro (v. anche sopra: i brani di sentenza citati nel quinto motivo): - A) che la cava può essere considerata una concausa del dissesto solo per la sua presenza, non per le modalità di coltivazione nè in particolare per la profondità raggiunta, per la sezione o per la distanza della cava medesima dalla strada; - B) che nel caso concreto il C.T.U. ha offerto una propria valutazione in termini di efficienza causale in relazione a determinati fatti (la esondazione del Serio, con il conseguente convogliamento verso la cava di un'eccezionale quantità di acqua) che ben avrebbero potuto determinare l'aprirsi della voragine in questione anche in condizioni di corretta coltivazione della cava, condizioni che nulla autorizza a ritenere non si fossero verificate nella specie.
Insomma, in estrema sintesi, secondo la tesi (parzialmente implicita) della Corte di merito, anche ammesso che potessero considerarsi provati i comportamenti dell'Alberti di cui lo accusano le controparti, non potrebbe comunque ritenersi provato il nesso di causalità tra i comportamenti medesimi e gli eventi dannosi in questione.
Tale tesi del Giudice di secondo grado si basa su una motivazione esauriente (infatti tra l'altro ha esplicitamente od implicitamente preso in rituale esame gli elementi citati dai ricorrenti), logica, non contraddittoria e rispettosa della normativa in questione.
Il conseguente rigetto del quinto motivo sarebbe sufficiente per ritenere superati "a monte" anche gli altri (primo, secondo e quarto).
Sembra però opportuno, per completezza, osservare quanto segue.
Il primo motivo ed il secondo sono comunque privi di pregio anche se considerati di per sè.
Occorre rilevare anzitutto che con riferimento al concetto di strada "adibita ad uso pubblico" i ricorrenti non affermano (in modo chiaro e rituale; e nel ricorso, essendo irrilevanti eventuali nuovi assunti successivi) la tesi che sia sufficiente (per ritenere fondato il loro assunto) una situazione di mero ed esclusivo fatto costituita dalla sola sussistenza in concreto di un pubblico uso della strada stessa, e quindi a prescindere dalle problematiche concernenti l'appartenenza della strada ad un Ente pubblico territoriale, la sussistenza di una servitù di uso pubblico, l'intervento di una dicatio ad patriam, la giuridica liceità dell'uso pubblico, ecc. (anche ammettendo in ipotesi che in taluni punti del ricorso si fosse inteso far cenno alla questione, andrebbe comunque rilevato che detti punti, oltre ad essere comunque vaghi e generici, sono in ogni caso resi equivoci dal contesto; il che renderebbe comunque inammissibili le eventuali doglianze che i ricorrenti avessero voluto in ipotesi esporre sul punto).
Ciò precisato in ordine all'oggetto delle doglianze in esame, si osserva che le argomentazioni della Corte di Appello sono in ogni punto immuni dai vizi denunciati.
In particolare: - A) l'assunto che sono state prodotte "schede catastali" riportanti la strada in oggetto è esposto in termini apodittici e generici (in particolare senza precisare in modo specifico e rituale se si tratta proprio del nuovo tratto in questione o del vecchio percorso - poi sostituito dal nuovo - della strada comunale dei Saletti, detta anche via Donati) e quindi inammissibili (un ulteriore ed autonomo motivo di inammissibilità è costituito dal fatto che ciò che viene in realtà lamentata è la produzione di documenti la cui esistenza in atti è negata dalla Corte: quindi un errore non di valutazione ma di percezione; e cioè un tipico errore revocatorio; Cfr. Cass. n. 10027 del 25/05/2004:
"Qualora una parte assuma che la sentenza, impugnata con ricorso ordinario per Cassazione, è viziata a causa della erronea interpretazione di un fatto da parte del giudice di merito, che ha fondato la sua decisione sulla esistenza di un fatto risultante chiaramente inesistente dagli atti o documenti processuali, il ricorso deve ritenersi inammissibile in quanto trattasi di errore revocatorio, da rimuovere a mezzo dello specifico strumento di impugnazione disciplinato dall'art. 395 cod. proc. civ."; cfr. anche cass. n. 12283 del 05/07/2004; e cass. n. 06198 del 22/03/2005); - B) l'assunto che la strada ove è avvenuta la disgrazia aveva sostituito il tracciato di quella comunale via Saletti (ovvero Donati) è inammissibile in quanto appare tradursi in una apodittica e generica negazione di quanto sostenuto dalla Corte, secondo la quale nel tratto in questione i due tracciati erano nettamente diversi (il che comporta la tesi, chiara anche se implicita, che l'utilizzabilità concreta non era certamente identica); - C) la sopra citata tesi dei ricorrenti circa il "...permesso..." del Comune e del Parco è inammissibile (prima ancora che priva di pregio; trattasi infetti di punto privo del requisito della decisività essendo ben possibile che detto asserito "permesso" sia stato chiesto solo per conservare buoni rapporti con il Comune ed il Parco; mentre appare logica l'argomentazione della Corte che ha attribuito decisivo rilievo alla mancanza di contestazioni da parte del Comune) in quanto esposta senza riportare adeguatamente le risultanze su cui si basa (in violazione del principio di autosufficienza del ricorso; il che comporta la genericità della doglianza; infatti, come questa Corte ha osservato più volte (v. tra le altre Cass. n. 4754 del 13/05/1999; cfr. anche Cass. n. 05608 del 04/05/2000; cfr. per ipotesi assimilabili: Cass. n. 16132 del 02/08/2005; Cass. n. 10357 del 17/05/2005; e Cass. n. 00376 dell'11/01/2005) ai fini della specificità del motivo di censura, sotto il profilo dell'autosufficienza dello stesso, il ricorrente per Cassazione il quale deduca l'omessa o comunque viziata motivazione della sentenza impugnata in relazione alla valutazione di una risultanza processuale che asserisce decisiva, ha l'onere di indicare in modo adeguato e specifico la risultanza medesima, dato che per il principio dell'autosufficienza del ricorso per Cassazione il controllo deve essere consentito alla Corte sulla base delle sole deduzioni contenute nell'atto, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative; inoltre l'indicazione della risultanza che si assume non valutata (o non logicamente valutata), non può consistere in brevi brani isolati da un rilevante contesto, ovvero in mere interpretazioni o deduzioni o commenti della parte ma, proprio in quanto deve consentire il controllo di legittimità e pertanto porre questa Corte in condizioni di valutare direttamente la risultanza ed in particolare la sua decisività, deve contenere in modo obiettivo, tutte gli elementi rilevanti della medesima; di conseguenza l'indicazione predetta, ove la cosa sia necessaria per una adeguata valutazione, deve consistere in una integrale trascrizione della risultanza in questione in tutte le sue parti rilevanti); - D) inammissibile per le medesime ragioni ora esposte (prima che priva di pregio considerata anche la non decisività del punto) è anche la tesi secondo cui la limitazione della circolazione derivante dalla sbarra non si riferirebbe anche ai "...velocipedi..."; - E) la Corte ha chiaramente (pur se in modo parzialmente implicito) negato che sussistessero gli elementi della dicatio ad patriam; ed ha esposto le sue argomentazioni sul punto (quelle da cui si deduce implicitamente la predetta conclusione) in modo immune dai vizi denunciati.
Anche il quarto motivo è privo di pregio in quanto le tesi in questione della Corte sono sufficienti, logiche non contraddittorie e rispettose delle normative sopra citate.
In particolare va precisato che la Corte, allorquando ha esposto il suo assunto sul punto (v. in particolare la frase: "...La ratio della disposizione è del tutto evidente, mirando essa a impedire che il terreno di copertura, non convenientemente asportato, frani nella zona sottostante ove si trova chi sta cavando il minerale, ...) ha posto l'accento non sui soggetti tutelati (ha parlato di "chi sta cavando il minerale" evidentemente solo in considerazione dell'estrema improbabilità che a subire gli effetti dell'eventuale frana siano terzi estranei ai lavori) ma sul fatto che la disposizione mira ad impedire frane; e sulla circostanza che il comportamento addebitato all'Alberti è sensibilmente diverso da quello che intende vietare la norma; esponendo quindi una tesi immune dai vizi in questione.
Restano ora da esaminare i motivo terzo e sesto.
Con il terzo motivo le parti ricorrenti denunciano "violazione e falsa applicazione dell'art. 345 c.p.c. in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3 insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5" esponendo doglianze che possono essere sintetizzate come segue.
La decisione della corte d'Appello di Brescia dovrà essere riformata anche con riferimento alla statuizione sulla natura di domanda nuova, e quindi inammissibile in appello siccome non formulata in primo grado, in relazione alla richiesta di condanna del convenuto Agostino Alberti, esercente l'attività di coltivazione di cava, ex art. 2050 c.c. Sin dal primo atto introduttivo del giudizio avanti il Tribunale di Crema gli attori ebbero a precisare e qualificare i fatti costitutivi del diritto azionato e tra questi, sia l'attività di cavatore svolta dall'Alberti, sia il nesso eziologico tra l'esercizio dell'attività e l'evento dannoso. Mai il convenuto ebbe a contestare tali presupposti di fetta, difendendosi espressamente sul punto ed affermando come a sè non imputabile l'evento invocando il caso fortuito e la forza maggiore. L'attività del cavatore è attività pericolosa in re ipsa che non richiede alcun accertamento in fatto, essendo regolata da una normativa specifica e indicata nella normativa di polizia mineraria. Non costituisce mutamento della domanda, quindi, una semplice diversa prospettazione giuridica del medesimo "petitum" ovvero una diversa qualificazione dell'originaria pretesa, i cui fatti costitutivi siano rimasti inalterati.
Il motivo è privo di pregio in quanto la tesi della Corte di merito è del tutto immune dai vizi denunciati (tra l'altro è rispettosa seguente principio di diritto: "La responsabilità per l'esercizio di attività pericolosa implica l'accertamento di presupposti di fatto diversi, quanto meno in parte, da quelli propri della responsabilità per fatto illecito prevista dalla norma generale dell'art. 2043 cod. civ., onde la domanda che ha per oggetto l'accertamento del primo tipo di responsabilità deve essere considerata diversa e nuova rispetto a quella che ha per oggetto la normale responsabilità per fatto illecito."; Cass. n. 14905 del 22/10/2002; cfr. anche cass. n. 11356 del 31/07/2002).
Con il sesto motivo i ricorrenti denunciano "violazione e falsa applicazione dell'art. 2043 cod. civ. in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3 omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5" esponendo doglianze che possono essere sintetizzate come segue. La Corte d'Appello di Brescia, dopo aver accertato come di proprietà esclusiva del sig. Alberti la strada teatro del sinistro, ha escluso una responsabilità dello stesso per imprudenza, negligenza e/o imperizia, sul semplice presupposto che non ha ritenuto acquisita al processo la piena prova, nonostante le precise testimonianze di senso opposto, in relazione alla consapevolezza nel sig. Alberti dell'esistenza dei franamenti prima che il sinistro si verificasse, trascurando completamente di considerare l'ingiustificabile leggerezza con cui il proprietario della strada aveva operato. Dati acquisiti e certi erano i seguenti: a) Agostino Alberti era consapevole che sulla strada in oggetto transitava una pluralità di persone; b) Sicuramente sin dal mattino del giorno 25 settembre l'esondazione del fiume Serio aveva raggiunto i luoghi oggetto di causa, sommergendoli; c) il sig. Agostino Alberti non aveva, in alcun modo provveduto a transennare e/o delimitare l'accesso alla strada in questione e nemmeno a segnalare la presenza del pericolo, rappresentato dall'allagamento della strada, a lui certamente noto. Il proprietario della strada, consapevole del pubblico transito effettuato sulla stessa e venuto a conoscenza della pericolosità del transito in conseguenza dell'allagamento e della sua vicinanza con il lago di cava, aveva il dovere di intervenire per segnalare la situazione di pericolo ed evitare che terzi potessero trovarsi a transitare sulla stessa.
Il motivo è privo di pregio in quanto non riesce ad evidenziare alcun vizio nelle argomentazioni della Corte, che sono esaurienti, logiche, non contraddittorie e rispettose della normativa in questione. In particolare non riesce in alcun modo a dimostrare vizi con riferimento alla concreta possibilità per l'Alberti di accorgersi tempestivamente del pericolo e di intervenire in modo tempestivo ed efficace.
Sulla base di quanto sopra esposto il ricorso va respinto.
Sussistono giusti motivi per compensare integralmente tra le parti le spese del giudizio di Cassazione».



___________


© Riproduzione vietata.






























Powered by Next.it